Report utilizza pentiti bugiardi per attaccare Giorgia Meloni

Il metodo Ranucci: lanciare fango senza prove servendosi pure di pentiti reputati inaffidabili dai magistrati.

Domenica 14 gennaio 2024. Ricordiamo bene questa data, fissiamola nelle mente, perché sarà una di quelle che difficilmente non passerà alla storia. Un giorno nefasto, che sarà ricordato come quello della morte del giornalismo d'inchiesta. Sì, forse ho esagerato, non è morto il giornalismo d'inchiesta, ma solo perché quello di Report, purtroppo molto spesso, difficilmente può essere catalogato come giornalismo.

Come ben sappiamo, la redazione di Report ha un'innata capacità di saper confezionare un prodotto accattivante, in grado di catturare l'attenzione degli spettatori e indirizzarla bel al di là della semplice esposizione dei fatti. Il tutto grazie a un sapiente uso di tagli, montaggi, immagini suggestive, scoop o presunti tali. Ma anche grazie a omissioni e presunte verità spacciate per tali. Insomma, bravi, molto bravi, ma troppo spesso colti a oltrepassare la linea rossa che segna il confine tra le regole del giornalismo e il disprezzo delle stesse.

Già questo, agli occhi attenti di chi le cose cerca di capirle e non solo di assimilarle per come sono proposte, è un brutto indizio. Che fa dubitare, proprio come detto, se si tratti di giornalismo oppure no. C'è però di più, ovvero il fatto che, oltrepassando la linea rossa, a volte si finisce per calpestare delle melme… cosa grave quando poi viene proposta al pubblico per verità… ancora più grave se il tutto avviene scientemente con un obiettivo ben preciso…

Proprio, ci racconta Il Giornale, come accaduto a Report nella puntata del fatidico 14 gennaio 2024!

Domenica sera Report ha mandato in onda un servizio il cui protagonista è stato Franco , il padre di Giorgia e Arianna. Un uomo, come tutti sappiamo, che ha abbandonato la famiglia e le figlie quando erano bambine e che ha avuto una vita travagliata e problemi con la giustizia. Non è un segreto, ne ha più volte parlato Giorgia e non serviva Report a ribadirlo. Ma il servizio andato in onda domenica sera aveva un altro scopo: quello di dimostrare che Franco Meloni non era un semplice trafficante di droga ma lavorava alle dirette dipendenze di un boss della Camorra del calibro di Michele Senese. E su cosa si basa l'inchiesta di Report? Sulle dichiarazioni di Nunzio Perrella, un pentito di camorra già salito agli onori della cronaca per la sua inaffidabilità.

Come documentato da Il Giornale, l'inattendibilità di Perrella è stata certificata non da uno, ma da ben due magistrati, cosa che evidentemente è sfuggita (si spera…) alla pur attenta redazione di Report. E non parliamo di due magistrati alle prime armi, magari non soliti a rapporti con pentiti o mafiosi e forse meno attenti nei giudizi. Si tratta di due magistrati che, all'epoca dei loro rapporti con Perrella, avevano ruoli di peso nell'ambito della magistratura: Sandro Raimondi, allora Procuratore aggiunto a Brescia, e Roberto Pennisi, sostituto procuratore nazionale antimafia. Entrambi, congiuntamente, avevano avuto modo di interrogare Perrella e, dai documenti in possesso de Il Giornale relativi a un'audizione secretata presso la Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, emerge come le dichiarazioni di Perrella non avevano trovato alcun riscontro su nomi, su luoghi, su fatti. Un “pentito” inaffidabile, che racconta tanto per raccontare, per inquinare le axcque, per gettare fumo negli occhi. Tanto che Raimondi, dopo non aver trovato alcun riscontro alle sue dichiarazioni, di fronte alla Commissione parla di “un elemento fortemente inquinante di una credibilità”. Ancora più netto e senza attenuanti il giudizio del procuratore antimafia Pennisi: “Mi bastarono cinque minuti per capirlo. Una raccolta di fake news”.

Ora, per carità, i documenti in possesso de Il Giornale magari non erano nella disponibilità di Report, vista la secretazione dell'audizione. Però, a disposizione di tutti, c'è l'incipit della deposizione in Commissione del procuratore Raimondi che, riferendosi a Perrella, afferma: “Parlerò pochissimo perché, come lei ha detto, costui «è stato un collaboratore» e io ribadisco il fatto che «è stato». Chiedo però la secretazione per continuare”. Era il 31 maggio 2017: da oltre sei anni, quasi sette, si sa che Perrella non è considerato attendibile dalla magistratura italiana. Quando si dice la poca attenzione…

Ciò detto, due considerazioni sembrano doverose.

La prima riguarda i doveri del giornalista e la veridicità delle notizie proposte. Quando le notizie derivano da fonti, è necessario distinguere se si tratti di fonti ufficiali o meno. Le prime, in genere, si identificano con organi dello stato, come ad esempio i magistrati, e la notizia da queste provenienti si considera vera per antonomasia. Nel caso di fonti non ufficiali, come nel caso in questione, il giornalista è invece tenuto a uno scrupoloso lavoro di verifica e di controllo, proprio per non diffondere notizie che, nella realtà dei fatti, non sono vere. Verifica e controllo che, secondo diversi orientamenti giurisprudenziali, non dovrebbero venir meno neanche in caso di notizie apprese da fonti ufficiali in taluni casi di notizie particolarmente sensibili. Ora, che Perrella sia da considerare fonte ufficiale credo si possa escludere. Che un lavoro di verifica delle informazioni da parte della redazione di Report sia stato fatto credo di possa dubitare, o almeno che lo si sia fatto con perizia, visto che è di pubblico accesso il resoconto della seduta della Commissione di indagine sul ciclo dei rifiuti in cui uno stimato magistrato, chiamato a deporre, parla di Perrella nei termini che abbiamo appena visto. Che quindi Report abbia probabilmente calpestato una melma credo lo si possa confermare…

L'altra considerazione, brevissima. A chi interessa il passato di Francesco Meloni? Un uomo morto da ormai diversi anni, che aveva abbandonato la famiglia e con il quale le figlie non avevano più rapporti da tempo immemore. È forse uno di quei casi in cui ai figli si vogliono attribuire le colpe dei padri? Ranucci ha sottolineato come Giorgia e Arianna non abbiano nulla a che fare con le attività del padre. Ma allora, perché confezionare e mandare in onda questo servizio? Non si tratta più di giornalismo, come all'inizio avevamo sospettato… Di cosa si tratti non ne ho idea, è bene forse che ognuno se ne faccia una.

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