Repubblica accosta Meloni, Tolkien e fascismo. Toppa colossale.

È diventata un’ossessione dei giornaloni in questi giorni il “pericolo fascista”, un’ossessione ad orologeria che durerà sino alla prossima tornata elettorale, quando non avendo alcun argomento di merito, la sinistra scatenerà nuovamente tutta la potenza di fuoco del mainstream per accusare la e il suo partito di mille nuove mirabolanti nefandezze.

È così e lo si sa da tempo, ma questa volta si è superato il limite del ridicolo. Protagonista: Repubblica, che titola ancora appiccicando il fascismo a e scomodando niente meno che Tolkien.

Il nesso causale tra i tre pilastri del titolo, Meloni – Fascismo – Tolkien, di cui si spera avere contezza nel corpo del testo, si perde totalmente in un pezzo che invece parla di una storia che di “fascista” non possiede davvero niente. Vero è che su Repubblica fanno turni di giorno e di notte sulle 24 h, sette giorni su sette, per spalare fango sul primo partito d’Italia e lo spalatore del giorno è Cappellini, il quale si è impegnato oltre ogni immaginabile sforzo per descrivere in due colonne una storia lunga trent’anni.

Pregevole l’impegno profuso, deludente il risultato, perché la descrizione che ne viene fuori è quella di un percorso generoso, pulito e coraggioso, fatto di politica, formazione e impegno a trecentosessanta gradi nella società. Studio profondo e punti di riferimento letterari e culturali forse a chi sponsorizza la sardina Santori, che al massimo il pomeriggio gioca a frisbee, effettivamente possono suonare singolari, tuttavia non spiega cosa c’entrino col fascismo.

La Meloni, andava in sezione, embè? Leggeva Tolkien, embè? Segni di un pericolo fascista? No, segni che il pericolo che percepisce la sinistra è quello di avere a che fare con gente formata politicamente, strutturata e consapevole e non con dei cervelli all’ammasso.

E allora delegittimare è il dogma e per quanto sia evidente l’inconsistenza delle accuse stavolta vale la pena rispondere chiedendo cosa c’è di fascista nell’occuparsi di ambiente, come faceva Paolo Colli che non c’è più, morto giovanissimo per una leucemia contratta probabilmente dopo il contatto con l’uranio del Kosovo, dove lui si era speso per salvare i bambini coinvolti nella guerra.

Cosa c’è di fascista nell’occuparsi di cultura ed editoria, con la casa editrice “il bosco e la nave”, come faceva Alessandro Vicinanza che non c’è più, lui lo chiamavamo “il Macedone”, questo si sono dimenticati di suggerirlo nel dettato fatto a Cappellini, glielo diciamo noi e se ci fosse ancora probabilmente gli sorriderebbe in faccia, sardonico, senza degnarlo di alcuna considerazione, quella era riservata solo alle persone come lui, quelli che senza alcun ritorno, con spirito di servizio, senso del dovere, si spendevano per la società, tra i banchi di scuola, nelle aulee universitarie e nei quartieri, tra la gente.

Se questo è fascismo giudicate voi.

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