«Le nostre foibe si trovano nel mare Adriatico» così affermava lo stilista Ottavio Missoni, illustre esule dalmata, facendo riferimento alla pratica dei partigiani jugoslavi di Josip Broz “Tito” di trasportare i propri prigionieri al largo per poi scaraventarli in mare ancora vivi con una pietra legata al collo. Tuttavia una recente macabra scoperta sull’isola di Zuri ci dimostra che anche in queste zone le cavità naturali furono utilizzate dalle milizie comuniste come fossa comune ovvero come luogo in cui scaraventare i “nemici del popolo”. Alle pendici della rocca che caratterizza tale località, infatti, si trova una cavità naturale in fondo alla quale è stato rinvenuto uno strato di 7-8 metri di ossa umane, secondo un sito croato specializzato nella denuncia dei crimini del comunismo (www.komunistickizlocini.net). In Croazia è indubbiamente in corso una rivisitazione della storia nazionale in cui il periodo titoista viene esecrato e condannato, ma si tratta soprattutto di iniziative provenienti da ambienti ultranazionalisti che non hanno certamente interesse a raccontare ciò che la comunità italiana autoctona subì da parte del dittatore jugoslavo ed intendono invece celebrare la memoria dello Stato Indipendente Croato (1941-1945) dell’ultranazionalista Ante Paveli, leader dei famigerati ustaša. Divulgando tale notizia, che andrà comunque verificata con indagini più approfondite sul campo, la fonte sostiene che tra i defunti vi siano non solo anticomunisti croati (con particolare riferimento a militari che sarebbero stati eliminati dopo essersi arresi), ma anche italiani provenienti dalla vicina Sebenico e addirittura da Trieste, Fiume e dall’Istria. Probabilmente questa fossa è stata utilizzata a più riprese. Nelle tumultuose giornate successive all’8 settembre 1943 la dissoluzione dello Stato italiano creò un vuoto di potere di cui i partigiani “titini” approfittarono per scatenare la prima ondata di massacri nell’entroterra istriano ed in Dalmazia appunto, in province appartenenti al Regno d’Italia ma rimaste indifese. Poco più di un anno dopo le truppe tedesche, croate ed il presidio di Zara della Repubblica Sociale Italiana furono travolti dall’avanzata dell’Esercito di Liberazione Nazionale della Jugoslavia ed una seconda serie di omicidi ha avuto luogo. La terza e ultima tappa di questo calvario risale al periodo di maggio-giugno 1945, quindi a guerra finita, in cui anche i grossi centri urbani della costa giuliana e quarnerina furono occupati da coloro i quali Palmiro Togliatti aveva definito “liberatori” ed avvenne la più consistente eliminazione di ex fascisti, militari, anticomunisti ed anche partigiani ed antifascisti italiani contrari al progetto espansionista jugoslavo. A più riprese quindi uomini e donne, italiani e croati, sarebbero stati qui massacrati, taluni deportati, altri originari del luogo o qui presenti in quanto soldati o impiegati statali qui dislocati per ragioni di servizio. Eventuali esami del DNA potranno fare chiarezza sull’identità delle vittime, inoltre la recente riesumazione degli infoibati di Castua (sabato 20 ottobre avverrà la cerimonia di tumulazione nel Sacrario San Nicolò a Udine) dimostra che OnorCaduti collabora proficuamente con il corrispettivo ente di Zagabria e quindi sarà possibile effettuare un’adeguata ricognizione.

Negli anni scorsi la costa dalmata e l’alta Slovenia sono state teatro di similari rinvenimenti, legati tanto a eliminazioni di italiani e di soldati tedeschi quanto a regolamenti di conti consumati al termine delle ostilità nell’ambito della guerra civile jugoslava e della spaccatura nel fronte della resistenza che aveva contrapposto nazionalisti e comunisti. Tali massacri, suggellati dall’occultamento dei cadaveri, hanno contribuito ad alimentare l’angoscia e la paura di superstiti e congiunti dei deportati di cui si ignorava la fine, contribuendo in maniera significativa a creare i presupposti perché quasi 350.000 istriani fiumani e dalmati (ivi compresi sloveni e croati terrorizzati dal nascente regime titoista) abbandonassero le terre in cui vivevano radicati da secoli. Non è ancora sufficientemente noto, tuttavia, che nella storia della Repubblica italiana l’attentato che registrò il maggior numero di vittime non avvenne negli Anni di Piombo, bensì a Pola il 18 agosto 1946. In attesa delle decisioni della conferenza di pace, il capoluogo istriano era sotto amministrazione militare angloamericana nell’ambito della Zona A così come Trieste e Gorizia, laddove l’entroterra istriano e Fiume erano nella Zona B sotto amministrazione militare jugoslava, ma formalmente vigeva ancora la sovranità dell’Italia, che dal 2 giugno precedente aveva scelto al referendum istituzionale la forma repubblicana. Quella domenica si svolgeva una manifestazione sportiva nella località balneare di Vergarolla e famiglie intere di polesani si radunarono sulla spiaggia per assistervi. La speranza di trascorrere una giornata serena, pur in una situazione di continua preoccupazione, fu devastata dallo scoppio di un deposito di mine che erano state a suo tempo disinnescate, ma che un artificiere presumibilmente collegato all’Ozna, l’efferata polizia segreta di Tito che già aveva coordinato le eliminazioni della primavera 1945, aveva riattivato. Le testimonianze dei superstiti raccontano di persone fatte a pezzi dalla violenza dell’esplosione, di gabbiani che raccoglievano nel becco brandelli di cadaveri, di resti umani proiettati in mare. 65 furono i morti identificati, decine i feriti, molteplici le vittime ignote, anche perché a Pola, enclave incastonata nell’Istria sotto controllo jugoslavo, erano giunte con mezzi di fortuna e senza avere conoscenti in loco molte persone dall’entroterra che volevano scappare dal clima di terrore e dalle continue persecuzioni nei confronti degli italiani che si opponevano all’instaurarsi del regime (la già ricordata Ozna aveva eliminato il ricostituito Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria). Grandissimo fu il lavoro del dottor Geppino Micheletti, il quale si adoperò nell’ospedale cittadino per prestare le cure ai feriti e salvare più vite umane possibile, lavorando ininterrottamente per oltre 24 ore, mettendo a frutto l’esperienza maturata durante la Seconda guerra mondiale negli ospedali da campo in cui il flusso dei degenti era costante. Continuò in questa sua opera anche quando apprese che tra i defunti c’erano pure i suoi due figlioletti, di uno dei quali fu rinvenuta solamente una scarpetta, che Micheletti si portò sempre in una tasca del suo camice pure negli anni in cui, esule anch’egli da Pola assieme alla quasi totalità dei suoi 32.000 concittadini, fu in servizio all’ospedale di Narni in Umbria. Anche il 18 agosto di quest’anno l’Assocazione Italiani di Pola e dell’Istria – Libero Comune di Pola in Esilio ha ricordato la tragica ricorrenza con una cerimonia che si è svolta proprio nella città dell’Arena: «La commemorazione delle Vittime di Vergarolla tenuta il 18 agosto 2018 – ha affermato il presidente del sodalizio Tito Lucilio Sidari – ha avuto la commossa partecipazione di numerosi esuli, cittadini di Pola e autorità, fra le quali il Console Generale d’Italia  a Fiume, il Consigliere dell’Ambasciatore d’Italia a Zagabria, il Console Onorario nonché Presidente del Consiglio Comunale della città, la Vice-sindaco della città, due Vice-presidenti della Regione Istriana, uno dei quali anche Presidente della Comunità degli Italiani e co-organizzatore dell’evento, il Presidente dell’Unione Italiana e altre personalità che ringrazio. La Santa Messa – prosegue Sidari – officiata da Monsignor Staver, con il coro della SAC “Lino Mariani”, la comunione, l’inno degli esuli “Va, pensiero”, la benedizione del cippo sono stati momenti fondamentali. Ma i discorsi pronunciati hanno anche essi onorato la memoria delle Vittime ed inoltre hanno espresso la volontà di giungere finalmente ad un’indagine che accerti, dopo 72 anni, le responsabilità della più grave strage che ha colpito la Repubblica Italiana. Credo che su questo tutte le persone di buona volontà si impegneranno»