World Cup 2019, la sfida tutta italiana alle stelle

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Secondo un proverbio gallese, il è lo giocato in paradiso. Anche perché, secondo un altro detto, chi ha giocato a (anzi, in prima linea) il paradiso lo merita, avendo vissuto l’inferno sulla terra.
Certo, un panorama ovattato tutto fatto di nuvole e beatitudine non è proprio la prima immagine che viene in mente a chi, dentro o fuori dal campo, si approccia ad una partita di . Eppure, tra le mille difficoltà che il movimento rugbystico italiano vive quotidianamente, con le incertezze tecniche di una Nazionale che stenta ad avvicinarsi e reggere il confronto con le prime 10 nazionali del ranking mondiale, la World Cup – Japan 2019 sta portando il tricolore ovale su vette mai raggiunte. E non solo sul piano sportivo.
E accade così che, alla vigilia dell’incontro tra e Sud Africa, gli azzurri ricevano un saluto davvero particolare di alto livello, anzi di altissima quota. Dalla stazione spaziale che dirige, prima volta nella storia per un italiano, l’astronauta Luca Parmitano – palla ovale in mano e orgoglio negli occhi e nel cuore – ha mandato il suo in bocca al lupo agli azzurri, nella speranza di vederli trionfare in una partita fondamentale di un mondiale che la storia l’ha già fatta.
Per la prima volta la RWC, che per la prima volta si gioca nel continente asiatico, supera i confini terrestri e raggiunge altezze che nessun pallone calciato durante una partita potrà mai raggiungere. Per la prima volta una partita di viene vista dallo spazio.
Con osservatori cosi in alto, però, la palla adesso torna ai giocatori in campo. E quell’angolo di paradiso, oggi, si trasforma in un sogno folle e impensabile ma, come ogni follia, possibile.
Dopo aver sconfitto, ma senza brillare troppo, la Namibia, una frizzante ha sconfitto, pesantemente e senza margini di dubbi su spirito e gioco espressi, il Canada. Nel Girone B della Coppa del Mondo, che per gli italiani è più simile a un girone dell’Inferno a causa della presenza degli springboks sudafricani e gli allblacks neozelandesi, grazie ai bonus vinti dagli azzurri e dal mancato bonus della Nuova Zelanda nel match contro il Sud Africa, la nazionale azzurra si ritrova prima del girone con 10 punti, seguita proprio dai mitici All Blacks a 1 punto di distanza. E per chi ne mastica di azzurro, e puntualmente si ritrova a sputare la terra e l’erba che le grandi della palla ovale ci fanno mangiare, una seppur parziale e poco indicativa classifica con gli azzurri che conducono davanti ai tutti neri è già un piccolo sogno che nessuno avrebbe mai pensato di vedere in vita.
Ma si sa, attorno a quei campi pieni di impatti devastanti e muscoli in tensione, tra litri di sudore sangue e birra, nella stridente poesia di una guerra medievale (nemmeno tanto) simulata, attorno a tutto questo vive un popolo di romantici sognatori; chi, pancia in vista e birra in mano, ha appeso gli scarpini al chiodo per età o altri motivi e sogna ripensando alle vecchie battaglie sul campo; e chi, per impegni o tardiva conoscenza del o per la cattiveria di qualche divinità non ha ricevuto né un fisico ben piazzato nè la follia di lanciarsi contro 14 energumeni nonostante la gracile corporatura.
Sognatori, come quelle migliaia di appassionati che seguono la nazionale azzurra, anche nelle tante partite già scritte in partenza nel libro nero delle sconfitte, per apprezzare la tecnica e lo spettacolo di un confronto duro e cavalleresco… ma che sotto sotto una vittoria contro l’Inghilterra, l’Australia o gli All Blacks la sognano ogni volta.
Con cuore e umiltà, con la costanza e la dedizione di una formica, magari come le formiche del Giappone che nella patria del Rugby, durante il mondiale di Londra nel 2015, hanno sconfitto la corazzata sudafricana per 34 a 32, per poi bissare qualche giorno fa, nel mondiale occhi a mandorla, sconfiggendo la favorita favorita Irlanda per 19 a 12. O, senza esterofilie e esotismi da facile entusiasmo, con lo stesso cuore e la stessa umiltà di un’ che, nel mondiale 2003 in Australia, per la prima volta chiudeva le fasi delle qualificazioni venendo eliminata ma con due vittorie nel girone. La stessa che, nel 2007 contro Scozia e Galles e nel 2013 contro Francia e Irlanda, riusciva a ottenere due vittorie in un 6 Nazioni. O quell’ che, a Firenze, nel 2016 batteva il Sud Africa per 20 a 18.
Ma, nonostante queste fiammate, il rugby rimane uno in cui è impossibile millantare capacità che non si posseggono; e dove sovvertire i pronostici, molto spesso, è davvero difficile. Eppure… eppure…
Poche ore ancora e l’ incontrerà in campo il Sud Africa, una volta ancora, ultima partita prima di incrociare gli All Blacks. Sud Africa e All Blacks che si sono già affrontati in uno scontro epico, con i verdeoro fisicamente dominanti nei primi 20 minuti che non lasciavano tregua e respiro ai maori tutti neri; e i tutti neri che, partendo da un passaggio sbagliato del mediano sudafricano in uscita da un raggruppamento, quasi andavano in meta e ottenevano, realizzando, una punizione che riportava il risultato sul 3-3. E poi, l’onda nera che travolgeva il Sud Africa, squadra monolitica e spigolosa ma che, una volta mostrata una breccia, veniva sgretolata e disorientata dalla fantasia e dalla velocità de neozelandesi, fino al 23-13 finale in favore degli All Blacks.
Perché il rugby è così. Se ti imponi fisicamente, se non permetti all’avversario di elaborare una strategia difensiva, se con il tuo assedio non concedi spazi, se non dai modo all’avversario di poter respirare per nemmeno un secondo, domini. Ma un attimo di esitazione, un errore, una titubanza dovuta ad un timore o a un errore di valutazione può aprire una falla irrecuperabile nella tua difesa.
vs Sud Africa sarà questo. L’, che contro il Canada ha schierato in campo giocatori che hanno dimostrato il valore, la maturità e il cuore necessari per sviluppare gioco per tutti gli 80 minuti dell’incontro; che guida il girone e che deve dimostrare di voler rimanere tra le prime 12 nazioni del ranking mondiale. E il Sud Africa, indiscutibilmente una delle superpotenze del mondo ovale, già battuta dagli azzurri e che, nel 2015, venne eliminata in semifinale dagli All Blacks. Il Sud Africa che, in caso di sconfitta, arriverebbe terza nel girone di qualificazione, venendo eliminata e regalando all’ la sua prima qualificazione ai quarti.
Davanti all’avanzata monolitica e aggressiva che gli springboks metteranno in atto occorreranno determinazione, orgoglio e lucida follia nel trovare il punto debole, più psicologico che fisico, per dar vita a quel corto circuito che, per il rugby italiano, rimarrebbe scritto nella storia!
Ma nel rugby, in campo, nulla è regalato. L’ affronta il Sud Africa e, da dire, non c’è granché di altro. Parleranno gambe, esperienza, testa e cuore. L’ultima parola sarà quella del tabellone segnapunti, perentorio e insindacabile, con quella crudezza amara che, dietro numeri a volte ingrati, troppo spesso sembra non dare contezza dell’impegno visto in campo. Forza azzurri, a voi una possibilità: farci rivivere la solita storia o, finalmente, scriverla la storia.
Intanto fino al fischio d’inizio lasciateci sognare. Birra in una mano, e l’altra sul cuore, indossando una maglia azzurra residuato di chissà quale trasferta o partita all’Olimpico o in qualche altro campo. E se oggi possiamo permetterci alzare gli occhi al cielo sapendo che, tra le stelle, qualcuno guarda quella partita indossando il tricolore e soffrendo per ogni singolo secondo assieme ai ragazzi azzurri, possiamo permetterci anche di sognare di alzare quel tricolore tra le stelle dell’ovale, oltre la linea dei quarti di finale, verso una meta mai raggiunta fino ad ora. Si sa, i bei sogni finiscono all’alba. Ma, come diceva Lawrence D’Arabia, “tutti gli uomini sognano. Ma quelli che sognano ad occhi aperti sono i più pericolosi. Perché può darsi che sognino il loro sogno per attuarlo”.

Alberto Spampinato
Alberto Spampinato
Rugbysta per scelta , pilone per vocazione. Un astratto prestato alla pubblica amministrazione. A caccia di grilli tra un libro e una canzone... rigorosamente rock metal. Seriamente impegnato a prendersi poco sul serio, per sopravvivere alla banalità.
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