L’art. 123 del Decreto Legge n. 18 del 17 marzo 2020, noto come Decreto “Cura Italia” introduce una serie di deroghe, valide dal 17 marzo 2020 e sino al 30 giugno 2020, alla disciplina della detenzione domiciliare (Legge n. 199 del 26 novembre 2010) con l’intento di risolvere il problema annoso del sovraffollamento delle carceri italiane, ancora più esplosivo in tempi di Convid-19. In breve consente l’espiazione della pena della reclusione non superiore a 18 mesi, anche se residuo di maggior pena, presso il domicilio del detenuto, e lo fa tra l’altro  in funzione di un procedimento applicativo estremamente accelerato (addirittura, da concedersi entro cinque giorni dalla richiesta) e di competenza del Magistrato di Sorveglianza, anziché del Tribunale di Sorveglianza.

E’ vero che sono esclusi dal provvedimento alcune categorie di soggetti condannati per i delitti indicati dall’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario, tra cui ci sono i detenuti sottoposti a regime di sorveglianza particolare, ma è anche vero che prima dell’art. 123 DL 18/20 nel nostro ordinamento era prevista la scarcerazione per gravi motivi di salute incompatibili con la detenzione, ma i motivi di salute erano attuali, nel senso che doveva essere in atto una grave patologia che non poteva essere curata efficacemente in carcere. Con l’art. 123 si sancisce il principio che è sufficiente il rischio di contrarre una malattia! Nel senso che persino una persona sana ma anziana o con patologie compatibili con la detenzione, può beneficiare di una simile misura. Un vero stravolgimento del fondamento stesso dell’istituto. In tale prospettiva quindi, assume poca rilevanza il fatto che l’art. 123 escluda dal beneficio certi reati. Una volta sancito che basta il rischio anziché la malattia, è ovvio che questo principio vada applicato a tutti.

E i problemi infatti nascono con la Circolare del Dap emanata il 21 marzo 2020, consequenziale all’art. 123 del Cura Italia, che impone a tutti i direttori degli istituti penitenziari d’Italia di “comunicare all’autorità giudiziaria con la massima solerzia” eventuali condizioni di salute che sconsigliassero la prosecuzione della detenzione. La circolare non fa distinzione tra detenuti, lasciando ricompresi anche quelli al 41 bis. Questa mancata distinzione ha fatto scattare l’allarme negli ambienti giudiziari.

Il Dap chiede quindi di «comunicare con solerzia all’autorità giudiziaria, per eventuali determinazioni di competenza», il nominativo del detenuto, suggerendo la scarcerazione, se rientra fra le nove patologie indicate dai sanitari dell’amministrazione penitenziaria, ed inoltre, tutti i detenuti che superano i 70 anni: con questa caratteristica sono 74 i boss che oggi sono al 41 bis.

In un’intervista a Il Fatto Quotidiano, il membro del CSM Ardita precisava che “il nesso di causalità, indimostrato, tra carcere e contagio del virus ha trovato spazio in un provvedimento del governo ed è stato semplice trasferire questo concetto in una circolare del Dap che lo ha fatto proprio lanciando l’allarme sui nessi tra patologie pregresse e  infezione”, aggiungendo che “i mafiosi hanno beneficiato di un effetto domino nei procedimenti per incompatibilità carceraria dal provvedimento del Cura Italia”; era evidente che se si fosse sostenuto il principio che bisognava liberare i detenuti comuni per il rischio contagio, ci sarebbe stato l’effetto collaterale e a dominio anche a favore dei mafiosi, sebbene questi si trovino isolati e protetti.

Sebastiano Ardita  quindi, che in passato, è stato anche componente della Direzione Distrettuale Antimafia e Direttore Generale dell’Ufficio Detenuti, individua le responsabilità politiche della scandalosa vicenda in atto “il Governo e il Ministro hanno responsabilità nella misura in cui hanno risposto alle rivolte dei detenuti con una legge svuota-carceri. Ciò ha contribuito a sbilanciare fortemente il rapporto tra prevenzione penitenziaria e diritti individuali fino a far ritenere prevalente un rischio indimostrato per la salute individuale rispetto ad un danno certo per la prevenzione antimafia derivante dalla uscita dei boss”.

Il 5 Aprile scorso Fratelli d’Italia aveva provato ad avvertire Bonafede e la maggioranza sul rischio che l’art. 123 si potesse tradurre in uno svuota carceri e che avrebbe “dispiegato la sua influenza ben oltre il perimetro assegnato dal legislatore”.

Tra l’altro una disposizione come questa costituisce  un clamoroso cedimento dello Stato alla criminalità, tanto più che è stata adottata in costanza e a ridosso di violente rivolte carcerarie che avrebbero dovuto indurre il Ministro della Giustizia a risposte di tutt’altro segno e tenore, quali l’isolamento dei rivoltosi e una ipotesi di revoca dei benefici per chiunque agevolasse, anche solo moralmente.

E queste previsioni purtroppo si sono avverate.

I boss non dovevano essere scarcerati, ma andavano curati in sicurezza in altre strutture carcerarie, e doveva essere il governo a prevenire una condizione di emergenza, ma soprattutto il sovraffollamento non si risolve liberando i peggiori delinquenti, ma utilizzando tutte le risorse disponibili (per esempio i tanti penitenziari costruiti, inaugurati e poi abbandonati come cattedrali nel deserto).

Indulti e svuotacarceri curano i sintomi del problema (sovraffollamento), che comunque si ripresenterà tale quale tra qualche anno, almeno finchè non si vorranno curare le cause.

Ma ormai purtroppo lo sappiamo, in Italia si lavora sempre in emergenza.