Se dopo Draghi non esiste che Draghi, perché votare?

Lo Stato di diritto in epoca Covid (ormai ostaggio non più del reiterato stato di emergenza ma una congiuntura dello stato di eccezione, almeno così è in Italia dalla stagione del Conte II a quella Draghi) è diventato un ostacolo aggirabile come un birillo sulla carreggiata. Lo è (dalla stagione dei Dpcm al “super” green pass) con una facilità spudorata e con la benevolenza dei “controllori” che lascia sgomenti chi, come Massimo Cacciari – solo per fare un esempio –, cerca invano di riportare al centro le categorie delle filosofia del diritto a una platea, nel caso specifico quella della sinistra democratica, che da un pezzo ha perso i “lumi” per accucciarsi sotto il paternalismo filantropico con cui, da Palazzo Chigi, prima l’avvocato grillino poi – con più capacità e standing – il banchiere della Bce hanno governato e governano con piglio da sovrani.

Nei confronti di Mario Draghi, nello specifico, ciò si coniuga ad aspettative che hanno ben presto esondato dall’agenda che, sulla carta, dovrebbe rappresentare lo scopo della sua chiamata (la quale, ricordiamolo, è giunta nel giro di poche ore direttamente dal Colle): la scrittura del Pnrr e la campagna vaccinale. Da qualche mese a questa parte, con un incremento di densità da quando si è entrati nel semestre bianco, le pressioni nei confronti del premier affinché resti imbullonato nella sua funzione fino al 2023 e oltre non provengono più solo da chi ha paura della finestra del voto anticipato (che si aprirebbe automaticamente qualora Draghi dovesse far intendere di voler succedere a Sergio Mattarella) e, dunque, della più che probabile vittoria del centrodestra. A tirare Draghi per la giacchetta, per capirci, non sono solo Enrico Letta, Luigi Di Maio, Matteo Renzi: tutti coloro che temono come la peste il ritorno al voto, a maggior ragione con la sforbiciata alle poltrone che incombe e la pensione di legislatura ancora da “guadagnare”.

A chiedere a mr. Bce di restare a Palazzo Chigi e di immaginarsi come futuro successore di se stesso in Consiglio dei ministri sono tutti i collettori del deep State che, tanto per non sbagliare, sono usciti immediatamente allo scoperto. Lo ha fatto richiamando incautamente persino la «Provvidenza» (il precedente si registra nel Ventennio) il cardinale Gualtiero Bassetti. Sì, per il presidente dei vescovi italiani l’arrivo di Draghi è un dono divino, una manifestazione di indirizzo della volontà soprannaturale. Lo ha detto davvero.

A seguire, in termini decisamente più laici ma altrettanto fideistici, vi è stato il Corriere della Sera (ma lo stesso vale per Repubblica e il gruppo Gedi) che con il direttore Carlo Verdelli ha parlato di “metodo Draghi”: un metodo per il quale le indicazioni di Camera e Senato non sono vincolanti e quindi «non determinano un’automatica presa in carico da chi avrebbe il mandato di renderle in qualche modo operative». Una prassi che ama «svincolarsi da temi non considerati prioritari senza perdere tempo in mediazioni giudicate inutili». Tradotto: siamo davanti alla costituzione sostanziale di una nuova forma di governo autocratica, dove il Parlamento è considerato uno sfogatoio guardato con benevolo distacco dal capo dell’esecutivo che svolge – senza mediazioni che non siano appannaggio della propria cabina di regia (tecnica) – tutti i ruoli in commedia.

Che questo sia il quadro di indirizzo favorito e auspicato da una certa élite lo dimostrano infine le parole del presidente di Confindustria che – in un parallelo significativo con il capo della Cei – ha parlato di Draghi come «uomo della necessità». Per Carlo Bonomi, il premier non solo deve continuare «a lungo nella sua attuale esperienza» ma questa deve proseguire «senza che i partiti attentino alla coesione del governo pensando alle prossime amministrative con veti e manovre in vista della scelta da fare per il Quirinale».

Capito? Per Bassetti, Bonomi e la triade della stampa tutto ciò che rappresenta – nel bene e nel male – la dialettica parlamentare (già annullata di fatto dal ricorso continuo al voto di fiducia da parte, incredibile ma vero, di una maggioranza monstre) viene derubricato a capriccio elettoralistico, a fastidiose impuntature o a veti senza sbocco. Se a ciò si unisce la lacerazione del diritto, la superficialità con cui si è soprasseduto su questioni sostanziali come i diritti costituzionali (delle imprese e dei lavoratori come delle persone) e il conformismo inquietante che si registra nel mondo delle opinioni, si comprende perfettamente la facilità con cui si auspica il modello Draghi dopo il governo Draghi.

Che vuoi che sia, di questo passo, considerare il risultato delle elezioni un argomento da valutare a prescindere dal risultato? E se dopo Draghi non esiste che Draghi perché votare? Perché tutta questa “fatica”?

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