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Secondo vari analisti, i recenti sviluppi della situazione in Libia, che – dopo la controffensiva delle milizie del Governo di Accordo Nazionale (GNA) presieduto da Fayez al Sarraj ai danni dell’Esercito Nazionale Libico (LNA) guidato dal generale Khalifa Haftar – hanno visto ricostituirsi un equilibrio sul campo tra i due contendenti, oltre a sancire una sostanziale estromissione dell’Italia da un paese sul quale da decenni esercitava la sua sfera di influenza, certificherebbero anche un progressivo disimpegno degli Stati Uniti dalle vicende Nordafricane, parallelo a quello già verificatosi nelle ultime fasi del conflitto siriano.

In realtà, ad uno sguardo più attento, l’impressione è che Washington in questa fase preferisca gestire il caos generatosi dopo i rivolgimenti determinati dalle Primavere Arabe e dai successivi conflitti – e che hanno portato allo smantellamento delle vecchie impalcature statuali – scaricando su altre potenze (Russia, Turchia e altri) l’impegno diretto sul terreno, riservandosi invece un ruolo di arbitro, secondo la logica del “divide et impera”.

Confermano questo approccio il sostegno alle opposizioni anti-governative in Siria, contestuale alla politica speciale nei confronti dei Curdi e l’avvallo al loro progetto di creazione di un Kurdistan indipendente nel cuore del Grande Medio Oriente (Greater Middle East), in una logica di alleanza solo apparentemente contraddittoria dal punto di vista americano.

E anche in Nord Africa continua a dispiegarsi questo interventismo soft di matrice “imperiale” targato USA, disponibile a favorire, di volta in volta, l’uno o l’altro dei contendenti. Recentemente, ad esempio, il comandante dell’AFRICOM Thomas D. Waldhauser, responsabile per le relazioni e le operazioni militari statunitensi che si svolgono nel Continente, in una telefonata al ministro della Difesa tunisino, Imed Hazgui, ha manifestato la sua disponibilità a dispiegare le proprie unità militari in Tunisia, collegandola alla preoccupazione per le attività russe in Libia.

La decisione di rafforzare la presenza di AFRICOM nella regione è stata preceduta da una prolungata campagna mediatica contro l’influenza di Mosca nello scenario libico, laddove non hanno suscitato altrettanto allarme i trasferimenti di uomini e materiali da parte della Turchia a favore del GNA e, in particolare, di migliaia di jihadisti veterani del conflitto siriano in Tripolitania, sempre sotto l’egida di Ankara.

Eppure il rischio è che una parte di questi miliziani islamisti possano sbarcare prossimamente in Italia, confondendosi tra le migliaia di migranti pronti a salpare verso la Penisola. Secondo fonti citate dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani lo scorso marzo, “circa 40 ex combattenti affiliati ad al-Hamzat e ad altre milizie sono approdati in Italia, portando a 200 il numero di miliziani provenienti dalla Siria giunti in Italia provenienti dalla Libia” (https://www.syriahr.com/en/156666/). Si noti che notizie di questo tenore appaiono ormai quotidianamente, rendendo sempre più concreto il pericolo di un riesplodere nel Vecchio Continente del terrorismo di matrice fondamentalista.

Va aggiunto che ormai la Guardia Costiera del GNA non sembra più essere in grado di gestire il flusso di migranti, che gli alleati turchi consigliano di utilizzare come strumento di pressione nei confronti dell’UE sulla falsa riga del metodo già adottato da Erdogan sulla rotta balcanica.

Pur mantenendo i tradizionali contatti con il generale Haftar – che, va ricordato, negli anni in cui fu costretto da Gheddafi all’esilio, risiedeva in Virginia – gli Stati Uniti sembrano in questa fase interessati soprattutto a ridimensionare il peso della Russia nel contesto libico. La conferma viene da una risoluzione del 16 giugno scorso del Congresso americano che valuta “il presunto finanziere russo del Gruppo Wagner Evgeny Prigozhin” come un soggetto “che rappresenta una minaccia per gli interessi nazionali e la sicurezza degli Stati Uniti d’America” (https://www.congress.gov/bill/116th-congress/senate-resolution/624/text), sottoponendolo a sanzioni. Il Gruppo Wagner è la società che avrebbe fornito assistenza militare e contractors all’LNA del generale Haftar.

Le principali accuse rivolte a Prigozhin fanno riferimento al sostegno militare che il suo gruppo avrebbe fornito ad Assad dal 2015 in poi e all’esercito di Haftar che sarebbe stato assistito con “mercenari, mezzi d’artiglieria, carri armati, droni e munizioni”, nonchè a varie altre operazioni condotte in almeno 20 paesi tra i quali figurano Repubblica Centrafricana, Madagascar, Mozambico e Sudan.

Dalla lettura della risoluzione risulta evidente, però, che il problema principale per la sicurezza USA è rappresentato dalla presenza di Wagner in Cirenaica al fianco di Haftar.

La risposta di Prigozhin non si è fatta attendere. In una “lettera aperta” rivolta al Congresso, egli ha affermato che “oggi l’interesse nazionale degli Stati Uniti è quello di punire tutti i dissidenti e di diffondere la loro influenza in tutto il mondo”. Oltre ad imputare agli USA di aver scatenato negli ultimi anni ben 41 conflitti, Prigozhin li ha accusati di non essere disposti a tollerare che gli altri paesi del mondo difendano i propri interessi “senza il permesso di Washington”.

Complessivamente le posizioni espresse da Prigozhin ricalcano la dottrina geopolitica putiniana improntata al realismo e alla difesa del diritto di tutti gli Stati di far valere i propri interessi, sottraendoli alle prevaricazioni della potenza unipolare egemone.

Di fronte a questo scenario che lascia presagire ulteriori sviluppi e un ritorno nella partita da parte statunitense – che difficilmente potrebbe tollerare, senza dire la sua, la presenza di truppe e velivoli militari russi (storico nemico) e turchi (alleato inaffidabile) a poche miglia marine dalle proprie basi siciliane – risulta ancora più evidente e preoccupante l’assenza di una strategia europea ed italiana dinanzi alle evoluzioni del caotico contesto libico.