Sicurezza e dignità delle donne: vietiamo il velo nei luoghi pubblici

La polemica sorta a Milano sulla decisione della Nike di mettere in vendita l’Hijab sportivo, un velo allacciato sotto la gola utilizzato dalle donne musulmane per coprire il capo e la spalle, offre l’occasione per tornare a parlare della necessità di una legge.

Una volta era nel programma di centro-destra, ma questo governo, che un pezzo di centro-destra porta con sé, non sembra interessato alla discussione e ancor meno all’approvazione di una legge che vieti l’utilizzo del velo che copre il volto se non altro nei luoghi pubblici. Alle donne musulmane che subiscono l’imposizione del burqa e del niqab a partire dalle mura domestiche si continua pertanto a non riconoscere pari dignità, lasciandole in balia di quelle forze espressione della Fratellanza Musulmana che attraverso il velo intendono avanzare una visione politica e ideologica che non trova riscontro alcuno nella religione che dicono di rappresentare.

La legge che avevo proposto nel 2011 è stata affossata in Parlamento ancor prima di cominciarne la discussione, complice l’ostracismo di certi ambienti della sinistra collaterali alle forze di cui sopra, con la benedizione di Carlo Azeglio Ciampi, ex presidente della Repubblica e all’epoca senatore a vita. Ciampi fu destinatario di un’inquietante missiva di presunti convertiti italiani, secondo cui la legge aveva basi discriminatorie poiché vietava gli indumenti delle donne musulmane. Tra i firmatari tre giovani che sarebbero poi divenuti “foreign fighters” in Siria: Giuliano Ibrahim Delnevo, Aisha Barbara Farina e Maria Giulia Sergio. Il che è sufficiente a identificare gli ambienti da cui proveniva quella rivendicazione e a squalificarla senza appello. Da fenomeno strisciante, con la lettera a Ciampi la radicalizzazione non solo affiorava in superficie, ma metteva a segno una vittoria fondamentale, al contempo equivalente a una sconfitta dalla quale l’Italia della politica, delle istituzioni, della cultura e della società civile non si è più rialzata.

Inutili sono stati i tentativi di rilanciare la questione del velo al centro dell’agenda dei governi e dei parlamenti che si sono sin qui succeduti. Il mutismo di oggi, tuttavia, non è da addebitarsi soltanto alla connivenza con gli ambienti del radicalismo di una certa sinistra, a sua volta radicalizzata dal dogma del multiculturalismo, o alla sostanziale indifferenza di larga parte del centro-destra, che ai proclami e alle dichiarazioni d’intenti non fa seguire iniziative concrete. Oggi, la questione è bene che resti sepolta perché manderebbe in fibrillazione le relazioni pericolose stabilite dall’intera classe dirigente italiana, dal Quirinale in giù, con il paese che dei Fratelli Musulmani e della radicalizzazione che genera terrorismo è il principale sostenitore. Sulla questione del velo, il governo del presunto cambiamento ha indossato il bavaglio del Qatar?

Di stimolo dovrebbe essere il governo austriaco, anch’esso annoverato tra i cosiddetti populisti, che ha recentemente approvato una legge che vieta alle bambine negli asili d’indossare il velo e intende estendere il divieto negli istituti scolastici fino ai 14 anni di età, al fine di evitare la creazione di società parallele come vorrebbe il multiculturalismo, ha spiegato il cancelliere Kurz. Sul populismo in Italia, invece, meglio stendere un velo pietoso.

Souad Sbai
Giornalista, scrittrice, Presidente del Centro Studi "Averroè"
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