Stato, identità, partecipazione. Ricostruire il destino italiano

«L’europeismo non esclude, anzi rende più urgente e grave, l’istanza del mito nazionale. Si può fare l’ integrando fra loro le nazioni (anche, per estrema ipotesi, in un vincolo federale); non la si farà mai integrando delle espressioni geografiche. In ogni caso, chi non si presenta come nazione, e cioè con una propria salda mitologia nazionale unitaria dietro le spalle, verrà trattato sempre, dagli altri, come un parente povero o un peso morto». Queste parole di quasi 70 anni fa, scritte dal padre della sociologia italiana Camillo Pellizzi, non hanno ancora perso di attualità. Eppure la paura dell’identità, delle radici, della propria continua ad attanagliare il popolo italiano, sotto i colpi dell’«oicofobia» (l’odio di sé) fomentata dalla grande , dalle università e dal mondo culturale nostrano, da decenni in mano a progressisti e globalisti. Persino Limes, la rivista di geopolitica del gruppo Gedi (non certo accostabile alla destra), ha dovuto subire le consuete accuse di «fascismo» per aver ricordato l’importanza della strategia e della coesione nazionale di fronte alle sfide della globalizzazione. Nel contesto internazionale, in primis all’interno della traballante e debole , l’idea di Nazione rimane quale presidio identitario per proteggere coltivare quelle differenze territoriali e culturali che le grandi multinazionali e la sinistra no-border vorrebbero disintegrare.

Ricostruire lo Stato

Da dove ripartire per riaccendere il fuoco della Nazione? Grandi pensatori come Mazzini e Gentile ci hanno ricordato l’importanza dello Stato quale struttura capace di vivificare gli elementi delle collettività storiche. Colpito a morte dalle privatizzazioni degli anni ’90, lo Stato italiano ha perso negli ultimi 30 anni il controllo di molti settori strategici nel campo delle telecomunicazioni, della chimica, del credito. È suonato quasi beffardo sentire parlare di «ricostruzione nazionale» quando proprio lui, in qualità di direttore generale del Ministero del Tesoro, promosse la del patrimonio pubblico italiano, di cui approfittarono le grandi banche di investimento americane e partner europei come Francia e Germania.  Ci si è accorti con il tempo che la frettolosa rinuncia a diversi colossi industriali, al sistema misto e ad alcune prerogative costituzionali (la programmazione e la disciplina pubblica del credito tra le altre) è costata carissimo in un mondo globalizzato, che rimane l’arena di una «lotta di classe internazionale» come già descriveva il capo del nazionalismo italiano Enrico Corradini nel primo ‘900.

Attualizzare gli spunti dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale, nato nel 1933 e morto non a caso negli anni ’90, risulta oggi più che mai vitale. Lo Stato deve tornare a fare formazione di alto livello ed elaborare strategie che mettano a sistema i “campioni nazionali” come Eni e dello Stato. Si devono pianificare programmi di lunghissimo termine che coinvolgano la logistica, l’ e l’agricoltura, riportando al centro le comunità e le eccellenze nostrane sempre più sulla via del declino. Complementare a questo disegno dovrebbe essere la valorizzazione di Cassa Depositi e Prestiti sul piano creditizio e del Cnel in ottica del coinvolgimento (organico, non episodico come nel caso delle task force) delle professioni e degli esperti economici ed intellettuali nel quadro di una pianificazione nazionale. Le categorie, oggi in larga parte umiliate oltre ogni limite tollerabile dalla non curanza del governo, devono essere coinvolte all’interno di uno schema di «programmazione impegnativa e concertata» che valorizzi l’idea di collaborazione tra pubblico e privato. Nei più arditi disegni che dal sindacalismo rivoluzionario arrivarono fino alla «destra sociale» di Gaetano Rasi e Giano Accame, l’idea della sostituzione del Senato con una seconda Camera delle competenze, che valorizzasse il mondo del lavoro e i corpi intermedi, fu una costante, che ancora oggi potrebbe fornire utili spunti per superare un sistema logoro di selezione politica che sta aggravando la crisi. Come ha spiegato il professor Joime in numerosi scritti, le cosiddette “transizioni” ecologiche e digitali saranno cavalcate da una serie di oligarchie composte da multinazionali e colossi finanziari in larga parte americani e cinesi. Se la Nazione non vorrà finire schiacciata da tutto questo, la strada sembra obbligata: rafforzare il nostro tessuto sociale e valorizzare i nostri territori; proteggere i settori strategici nazionali; potenziare tutti gli strumenti (da Enel a Tim) che possono consentire all’Italia di recitare un ruolo nei cambiamenti epocali che si prospettano all’orizzonte. Nel campo delle energie rinnovabili, per fare un esempio, l’Italia deve trasformarsi in produttrice e non solo consumatrice, ruolo che già assolve in maniera più efficace rispetto a molti concorrenti europei.

 

Partecipazione e identità

Il legame con il territorio e la partecipazione del lavoro dovranno spingersi fino all’interno delle aziende, soprattutto le più grandi, mirando all’attuazione dell’articolo 46 della nostra Costituzione che postula: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende». Si tratta di un altro passaggio fondamentale nella costruzione di un modello sociale alternativo a quello dominante, di marca anglosassone, basato sull’individualismo e su quella tragica finanziarizzazione dell’economia e della società descritta con maestria da Luciano Gallino. Infine, lo schema sopra tratteggiato, oltre a includere uno sforzo titanico sul piano dell’innovazione e degli investimenti, non potrà prescindere da uno sforzo “spirituale” senza il quale nessuna riforma epocale è mai stata possibile. In questo senso gli italiani dovranno tornare a concepire la politica come “partecipazione a un destino comune” con tutti i sacrifici che questo comporta. La drammatica crisi demografica e la scarsa visione nazionale di larga parte delle classi dirigenti sono i primi esempi negativi direttamente collegati alla mancanza di un sentimento comunitario. “L’economia non è il nostro destino”, ricordava Werner Sombart, ma lo sono invece i doveri che abbiamo nei confronti delle generazioni passate e future che hanno costruito la Patria italiana nei secoli.

Francesco Carlesi
Presidente dell'Istituto "Stato e Partecipazione".
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