Stellantis. Urso (FdI): Cdp entri nel capitale azionario per tutelare Italia

“La nascita di Stellantis contrariamente a quanto era stato prospettato non nasce da una fusione paritetica ma da una vendita in cui la governance è prevalentemente francese, con che addirittura aumenta la sua quota azionaria diventando maggioritaria rispetto agli azionisti italiani. Tutto il contrario di quello che era stato dichiarato”.

Lo dichiara il senatore di Fratelli d’Italia Adolfo Urso, responsabile nazionale del Dipartimento di FdI, nel corso del web meeting dal titolo “Fiat addio?”, in cui “FdI chiede che Cdp entri nel capitale azionario di Stellantis con un quota pari a quella dello Stato francese per salvaguardare gli interessi della produzione e del lavoro italiano. Ci vuole uno Stato stratega che definisca una politica industriale sull’auto”. “Qualcuno ha ricordato nel meeting una frase efficace di Gianni Agnelli, forse addirittura profetica quando parlando proprio della “sua” Fiat, disse “è un esercito nazionale, non posso trasformarla in legione straniera”.

“Stellantis – osserva Urso – conta su 14 marchi e stabilimenti in 29 Paesi sparsi nei vari continenti, compresa ovviamente l’Italia. Ma il suo Cda risulta dopo la sua nascita sbilanciato verso la parte francese, con 6 consiglieri su 11 e con una quota azionaria maggioritaria francese pari al 15 per cento. E non solo, anche i rappresentanti sindacali risultano essere solo quelli francesi e a quelli americani, mancano quelli italiani”.

“In questo senso – sottolinea Urso – serve uno Stato stratega che possa ribilanciare le forze in campo, con l’ingresso dello Stato italiano tramite Cdp nel capitale azionario. Di questo Stato si sente forte l’assenza, come nel settore siderurgico e anche nella vicenda dell’. Non possiamo accettare che e FPT siano usate come pedina in un quadro di ricollocazione della finanza internazionale in Stellantis, magari al fine di aprire con un nuovo partner industriale il mercato cinese, in cui e PSA hanno ancora una scarsa presenza con appena centomila autovetture o, peggio come merce di scambio, con gli azionisti cinesi in Stellantis”. “Anche per il settore automobilistico – conclude Urso – serve un piano industriale che veda lo Stato come regista usando lo strumento del golden power, il nome Fiat ormai è solo un marchio di Stellantis e serve un’azione patriottica per tutelare la nostra tecnologia e mantenere i livelli occupazionali degli stabilimenti in Italia”.

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