Strage di Bologna. Quarant’anni senza verità.

Quarant’anni dopo abbattere il muro di menzogna sul 2 agosto del 1980 è più mai un preciso dovere patriottico. Un servizio alla giustizia, alla memoria delle 86 vittime (e non più 85) dell’attentato più grave e infame della storia repubblicana. Ma l’ora della verità è anche un tassello mancante per dare un profilo e un’identità chiare a un’intera stagione – chiamata Prima Repubblica – dove “l’arco costituzionale” nei confronti della destra politica ha giustificato le più ciniche operazioni di strumentalizzazione e depistaggio, pur di salvare il delicato equilibrio fra regime democristiano e “opposizione” comunista. E ciò è avvenuto sia in politica interna, dai moti di Genova in poi, che – come nel caso dell’ordigno esploso nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria – tragicamente in politica estera.

La verità “di comodo” sulla Strage di Bologna, la bomba «fascista» frutto di una sentenza della Cassazione (che ha ribaltato l’assoluzione in Appello e per la quale sono stati condannati i Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini), basata su un processo indiziario dove mancano movente, mandanti ed esecutori materiali, mostra tutte le sembianze del “dogma” su cui per decenni si sono potuti cullare i sacerdoti dello status quo. L’alibi perfetto per rimuovere dall’imbarazzo la realpolitik targata Dc (esplicitata nel cosiddetto “lodo Moro”) e il ruolo degli extraparlamentari della sinistra internazionale che utilizzavano l’Italia come salvacondotto “sicuro” per i loro traffici nel delicato scacchiere mediorientale.

Lo diciamo noi? No. Lo ha riconosciuto un’autorità “informata” come Francesco Cossiga (chiedendo scusa per aver puntato il dito, da presidente del Consiglio, contro la destra nelle settimane successiva allo scoppio del 2 agosto); lo hanno dettagliato magistrati coraggiosi come Rosario Priore e l’avvocato Valerio Cutonilli; inchieste giornalistiche che hanno dato corpo alla commissione Mitrokhin come quelle di François de Quengo de Tonquédec, Gabriele Paradisi e Gian Paolo Pelizzaro; o parlamentari che hanno fatto della verità su Bologna una battaglia di principio (è il caso dell’ex deputato Enzo Raisi). Ma che a Bologna non sono stati i «fascisti» lo sostiene anche un ampio fronte innocentista trasversale, animato da uomini, militanti e intellettuali di sinistra e moderati (dall’ex deputato del Pd Gero Grassi ad Andrea Colombo, da Furio Colombo a Renato Farina, da Marco Pannella a Sergio D’Elia), che in questi anni si sono battuti per la verità “vera”, seppellendo la logica degli opposti estremismi e delle verità preconfenzioante come atto civile nei confronti di uno Stato che ha dimostrato troppe zone d’ombra nella controversa stagione delle stragi.

A spingere per riaprire i fascicoli e quindi la ricerca dei responsabili negli ultimi anni sono giunti ritrovamenti (la sicura di una bomba nel luogo della strage, del tutto simile a quella utilizzata dal “gruppo Carlos” negli attentati dinamitardi in Francia; e la notizia-shock della “scomparsa” del corpo di Maria Fresu – una delle vittime – e il rinvenimento di un lembo del volto di una vittima sconosciuta) e rivelazioni contenute nelle carte coperte dal segreto di Stato. Chi ha potuto visionarle – fra i parlamentari – ha spiegato che è lì che si trovano con tutta probabilità le “chiavi” per risalire ai mandanti e al movente del 2 agosto.
Al puzzle allora, nel momento in cui è comprovato che quel giorno a Bologna ci fossero dei terroristi legati a Carlos (ex terrorista marxista-leninista e uomo vicino al Fronte popolare di liberazione della Palestina), Thomas Kram e Christa Margot Frohlich, mancano pochi pezzi: completarlo, per verificarlo, è un’operazione non più procrastinabile. Si trattò di una ritorsione contro chi in Italia non rispettò i patti del “lodo”? Un avvertimento finito male? Un fatale incidente? Di certo fa acqua da tutte le parti l’ultimo appiglio giudiziario della Procura di Bologna che rilancia – grazie alla fanfara della stampa progressista – la pista della P2 come mandante e i Nar come esecutori: non fosse altro perché con Licio Gelli è stato già condannato per despitaggio a danno…dei Nar stessi.

Manca un tassello, dunque, per chiudere davvero la vicenda del 2 agosto. E il governo attuale, con un presidente della Repubblica che ha chiesto senza mezzi termini di andare a fondo sulla vicenda, ha una grande occasione per dimostrare di valere qualcosa. Lo ha rilanciato senza mezzi termini anche Giorgia Meloni: «40 anni senza Giustizia. In un giorno così significativo rivolgo un appello al Presidente Conte: desecreti gli atti relativi a quel tragico periodo storico. Lo dobbiamo alla verità e alle famiglie delle vittime». Conte dovrebbe fare l’esatto opposto di ciò che ha deciso imponendo il segreto sulle carte del Cts riguardanti Covid-19: un atto di trasparenza. Sarebbe il primo per lui.

Ma gliene saremmo lo stesso davvero tutti grati.

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