Su Bologna – oggi più che mai – è davvero giunta l’ora della verità. Le novità eclatanti emerse dall’ultima perizia consegnata alla Corte di Assise di Bologna – con il ritrovamento del probabile interruttore dell’ordigno che causò la terribile strage del 2 agosto 1980 – sembrano destinate a riscrivere la verità giudiziaria emersa, fra mille dubbi e incongruenze, nei processi a carico dei Nar Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini. Verità di comodo, secondo un ampio e trasversale fronte innocentista che per anni si è battuto contro la versione ufficiale: la strage fascista.

La pista palestinese

Un primo, importante, colpo a questa tesi nacque con la cosiddetta “pista palestinese” e il coinvolgimento della rete del terrorista Carlos: ipotesi venuta alla luce durante le indagini della “Commissione Mitrokhin” tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000 (frutto anche di tante inchieste da parte dei giornalisti del mensile Area) e nel 2006 da un’importante interrogazione del parlamentare di An Enzo Fragalà, che metteva in relazione ciò che oggi i periti hanno evidenziato: le analogie fra i fatti di Bologna e l’attentato alla stazione Saint Charles di Marsiglia, opera appunto di Carlos “Lo sciacallo”.

L’ex Presidente Cossiga smentisce la tesi della strage fascista

Proprio questo filone riemerge adesso con una concretezza inedita, riportando al centro – allo stesso tempo – un’autorevole testimonianza: quella dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Celebre da questo punto di vista l’intervista raccolta sul Corriere della Sera dell’agosto 2008 quando il presidente emerito ed ex ministro dell’Interno, parlando proprio dei fatti di Bologna, indicò non solo l’esplosione come frutto di un trasporto finito male ma anche il quadro geopolitico in cui maturò la tragedia: «La strage di Bologna è un incidente accaduto agli amici della “resistenza palestinese” che, autorizzata dal “lodo Moro” a fare in Italia quel che voleva purché non contro il nostro Paese si fecero saltare colpevolmente una o due valigie di esplosivo». Purtroppo, però, «nella rossa Bologna la strage doveva essere fascista» e quindi seguirono, dopo le prime assoluzioni seguite dalle manifestazioni di proteste, «le sentenze politiche».

La nuova perizia riapre l’ipotesi del terrorismo palestinese

Nemmeno vent’anni o trent’anni dopo i fatti la verità ha avuto vita facile. La “pista palestinese”, infatti, è stata ritenuta fino a questo momento «revisionista», «un teorema dalle gambe corte» secondo l’Associazione familiari delle vittime. Adesso però, grazie alla perizia fatta sull’esplosivo, il diritto alla giustizia «impone di riaprire quella pagina dolorosa della storia», come spiega Fratelli d’Italia.

Giorgia Meloni: siamo a un punto di svolta nella ricerca della verità

Lo ha ribadito senza se e senza ma Giorgia Meloni: «Quanto sta emergendo può rappresentare un punto di svolta decisivo nella ricerca della verità su una delle pagine più buie e drammatiche della nostra storia». Per la leader di FdI non solo gli elementi contenuti in questa perizia «descrivono uno scenario completamente diverso su quello che accadde 39 anni fa» ma gettano le basi «per la riapertura delle indagini da parte della Procura». Se a questo punto è necessario percorrere tutte le piste – senza preclusioni ideologiche – anche il governo è chiamato a fare la sua parte: «Proceda finalmente alla desecretazione degli atti e dei documenti relativi a questo fatto terribile della storia repubblicana e a tutti quelli collegati». Il motivo richiama una responsabilità non più procrastinabile: «85 vittime e 200 feriti attendono ancora giustizia».