Tasse per tutti. La sinistra torna all’attacco del ceto produttivo.

Si, Amazon e cosi via non pagano nulla di tasse e questo è scandaloso. Ma è anche il frutto del globalismo: se tu introduci regole che eliminano le nazioni, non puoi pensare che esse possano poi riscuotere la tasse. C’è poi un secondo punto, un po’ sospetto. In tutta questa retorica (per ora solo tale) che i “grossi” paghino le tasse, si annida il rischio, come scrive il Wall Street Journal del 3 giugno, che essa sia utilizzata per giustificare balzelli che verranno messi veramente e senza difficoltà: quelli sul ceto medio: “queste nuove tasse saranno vendute più facilmente se i cittadini saranno rassicurati sul fatto che le grosse compagnie pagano il loro dovuto…ricorda che le prossime tasse toccheranno a te”

È un po’ il senso della demenziale proposta del Pd di tassare (di nuovo) i redditi di successione per elargire una mancetta ai giovani. Più che una proposta seria, sembra un modo per preparare alla patrimoniale che colpirebbe tutti, anche e soprattutto coloro che non dispongono di grandi patrimoni.

Del resto la sinistra senza tasse non può esistere: assieme all’immigrazionismo, è l’ultima ideologia che le è rimasta È giusto, per polemica, sottolineare quanta mentalità comunista vi sia ancora nel Pd (ed è tanta). Ma per comprendere l’amore della sinistra per le tasse bisogna essere più precisi. E ricordare, ad esempio, che nei programmi del Pci di un tempo vi era l’abbassamento delle tasse, perché esse colpivano soprattutto i lavoratori. E comunque, il vecchio Pci non avrebbe mai parlato di tasse come “restituzione”: ed erano comunisti! No, per capire l’amore di Letta per le tasse bisogna evocare un altro nome: quello del suo maestro, e di Romano Prodi, Beniamino Andreatta. Una delle menti più fini della sinistra democristiana e tra i veri artefici dell’ingresso subalterno della Italia nella Ue.

Per Andreatta le tasse dovevano servire da un lato a disciplinare gli italiani, a renderli virtuosi, dall’altro a rendere pronto il paese per l”Europa”: una sorta di vincolo interno, ma sui nostri portafogli. Quest’idea dell’eticità delle tasse è estranea al marxismo, che semmai prevede l’esproprio diretto (altro che graduale), ed è invece più affine alla sinistra di Dossetti. Come scrisse negli anni ottanta, con lucida preveggenza sul “Sabato”, il settimanale di Comunione e Liberazione, uno dei nostri massimi filosofi, Augusto del Noce, l’incontro tra dossettismo e tecnocrazia aveva creato un nuovo mostro, che abitava secondo Del Noce nel corpo stesso del partito cattolico, la Dc, ormai totalmente secolarizzatasi. Per questo la parola d’ordine che meglio fa comprendere l’idea etica delle tasse la pronunciò un laico come Tommaso Padoa Schioppa, quando era ministro del secondo, tragico, governo Prodi: “le tasse sono bellissime”. Padoa-Schioppa, un altro degli artefici dell’ingresso subalterno dell’Italia nella Ue.

La “tassa per i giovani” è un cosi totale non sense perché la concezione etica delle tasse non si chiede se sia utile introdurne di nuove o in che direzione: l’importante è prelevare dalle tasche degli italiani, che cosi diventeranno virtuosi.  Una concezione pericolosissima. Poi, ovviamente, l’amore della sinistra per le tasse è insita nella sociologia del suo elettorato. Che è costituito da impiegati pubblici, pensionati e da un ceto di borghesia compradora, intrecciata alle attività finanziarie, che spesso scherma, legalmente per carità, i propri redditi all’estero. Tasse per tutti, insomma vuole la sinistra, ma un po’ meno per i suoi elettori. E invece che colpiscano ceti in genere non attratti dalla faccia di Letta: commercianti, imprenditori soprattutto piccoli e medi, insomma i produttori. Gli stessi, guarda caso, più puniti dalle politiche di lockdown, che invece hanno fatto crescere i redditi di impiegati pubblici e trader del mondo finanziario. Ci viene in mente la famosa battuta del premio Nobel Milton Friedman, “se il governo gestisse il deserto del Sahara la sabbia sparirebbe in cinque anni”. E Letta e i suoi, con la loro “tassa sui ricchi”, sono già pronti con potenti scavatrici.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.

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Cristina

Ancora bravo. Che poi questa cosa è in contrasto con quanto ha detto Draghi . Certo anche lui ha detto quest’anno non si chiedono soldi. Letta vuol dare subito i suoi suggerimenti, neanche tanto originali. Io direi ” tassateci e partiamo ” :))

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