Terrorismo. La conciliazione non ha senso alcuno.

Un’affermazione può essere storicamente corretta e politicamente deleteria. E’ il caso di quella del ministro Cartabia che, riguardo alla restituzione all’Italia dei terroristi da parte di Macron, ha invitato a non pensare alla “vendetta” e ha parlato di “riconciliare il paese” – con tutto che prima di tre anni Pietrostefani e compagnia non saranno estradati e che nel frattempo, liberi, rischiano di fuggire dall’Esagono.

L’affermazione, dicevamo, è storicamente fondata. Come capì dopo il 1989 il presidente della Repubblica Cossiga, che proprio per questo voleva concedere la grazia a Renato Curcio, l’Italia negli anni Settanta e primissimi anni Ottanta aveva vissuto una sorta di “guerra civile” (il termine fu utilizzato dallo stesso presidente). Era una lettura storica che andava contro la vulgata comunista, secondo la quale i terroristi rossi erano una piccolissima minoranza isolata dal “movimento” e dalla organizzazione di Botteghe oscure: dei “provocatori”, dei “fanatici” che non rappresentavano nessuno. Cossiga, che da ministro dell’interno il terrorismo rosso lo aveva combattuto e lo conosceva bene, sapeva che era invece vero il contrario: i terroristi rossi erano le punte di avanguardia di un movimento di massa che guardava a quelli con simpatia e trasporto. E lo stesso Pci, almeno fino al 1975, era stato estremamente tollerante con il fenomeno eversivo rosso.

Questa lettura sopravvive oggi nelle pagine di “Repubblica”, nei storicamente modesti pezzi di Benedetta Tobagi. Anche se, nello stesso tempo, nella sinistra post comunista e nella sua intellighentsia, è penetrato il virus della gauche caviar alla francese, alle sorelle Bruni Tedeschi, la più famosa Carlà e la meno famosa Valeria, quest’ultima promotrice dell’appello per la non estradizione dei terroristi. Ecco perché sui giornali progressisti è possibile assistere a questa schizofrenia, ma solo apparente: se i brigatisti erano solo quattro sfigati che nulla avevano a che vedere con il comunismo, ci si potrà tranquillamente conciliare con loro.

Quando Cossiga, tra il 1989 e il 1991, invitava alla conciliazione, voleva invece compiere un atto politico fondamentale: egli sapeva quanto il brigatismo rosso fosse figlio della guerra fredda e dei contatti tra i terroristi e l’Est Europa. Caduto il muro di Berlino, riteneva Cossiga, era giunto il momento di riconciliare gli italiani.

Nel frattempo sono passati più di trent’anni: e chieder adesso la “conciliazione” non ha senso alcuno. Per questo le parole del ministro Cartabia sono pericolosamente sbagliate. Prima di tutto perché è passato troppo tempo: dalle guerre civili si riconcilia appena sono finite (appunto, con la caduta del Muro) non decenni dopo. In secondo luogo, perché la conciliazione andrebbe accompagnata con il discorso della verità: e cioè che le Br erano figlie di decenni di propaganda comunista, e che l’album di famiglia del Pci era lo stesso di quello di Curcio. Temiamo invece che l’appello alla conciliazione, del tutto insensato, sia da un lato volto a giustificare a priori sconti di pena generosi (considerando che il sistema giudiziario italiano grazie al pentitismo è stato estremamente lasco con i terroristi) dall’altro a strizzare l’occhio alla gauche caviar nostrana, che infatti già ha cominciato a lacrimare, soprattutto perché tra gli arrestati c’è un altissimo dirigente di Lotta continua; una organizzazione violenta in cui però sono cresciuti direttori i e giornalisti famosi che oggi sono ancora al comando. E se si fa un pensierino al Quirinale, risultare simpatica agli ex sessantottini e ai loro più giovani emuli, non fa certo male.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.
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