Tony Blinken crede che la pace mancata tra Israele e Palestina sia colpa di Hamas: cresce intanto la sua preoccupazione per Rafah

Il Segretario di stato americano. Antony Blinken, di certo non è una personalità che tenta di addolcire le proprie parole: nei mesi scorsi, costui ha criticato fermamente alcune decisioni prese dallo Stato Ebraico sulla questione di Gaza. Stavolta, il politico statunitense, ha deciso di esporsi ulteriormente, affermando che il motivo per cui ancora non si riesce a trovare una soluzione per un “cessate il fuoco” a Gaza, sia da ricercare in Hamas.

Non resta che comprendere se l'organizzazione islamica abbia realmente intenzione di trattare per stabilire finalmente una tregua in un continente che rischia di trasformarsi in una trappola mortale per moltissimi stati ad esso appartenenti.

Stamattina dal Libano, Hezbollah ha lanciato dei razzi a Nord di Israele, uccidendo una famiglia di 3 persone: questo potrebbe aver spinto Netanyahu ad evitare nuovamente la pace a Gaza, con la convinzione personale – già esposta al consiglio dei ministri israeliani- che per Israele sarebbe inaccettabile se il nucleo paramilitare tornasse in superficie a Gaza, poiché risulterebbe come una grande sconfitta.

Sembra dunque che il Presidente Netanyahu voglia continuare a tamburo battente sull'offensiva a Rafah, che probabilmente verrà lanciata tra pochissimo tempo e da cui gli stessi americani hanno messo in guardia il Governo israeliano: lo stesso Blinken ha definito l'operazione come se questa fosse un rischio enorme, specialmente per la popolazione palestinese di Gaza, la quale attualmente si trova in ginocchio e dilaniata da fame e malattie dovute alla guerra.

Secondo quanto specificato da Blinken, lo Stato israeliano non avrebbe preso le sufficienti contromisure per mettere al sicuro la popolazione locale presente a Rafah: un altro importante tassello mancante, che effettivamente potrebbe aggravare ulteriormente il disastro umanitario nel mondo arabo, di cui siamo già testimoni.

Una situazione sempre più grave, ma l'attuale polveriera non sembra aver cambiato aria, anzi, rimane quasi totalmente in una fase di stallo che a lungo andare, qualora i negoziati non dovessero aver successo, rischierebbe di aggravarsi sempre di più fino ad arrivare verso un escalation in grado di coinvolgere anche territori occidentali e non direttamente partecipi.

In fin dei conti, l'impressione del Segretario di Stato americano è la seguente: se da un lato Hamas decide di continuare con la propria linea, dall'altra Netanyahu non farebbe che peggiorare la situazione, nella convinzione di architettare un assedio che mette a repentaglio una quantità esorbitante di vite umane sia una specie di “scotto da pagare”. Forse, entrambe le parti dimenticano che un conflitto di questa portata sia fondamentalmente un gesto autolesionista per tutti, visto che non tutti i vertici del gruppo para-militare islamico si trovano all'interno del cortile palestinese.

 Peraltro, tanti altri gruppi fondamentalisiti iniziano a proliferare e ad attaccare Israele, basti pensare al caso del Libano stamattina: certamente le difese militari ebraiche sono quanto di più efficace a livello tattico e strategico, ma dover sostenere una guerra contro buona parte dei propri vicini, potrebbe rivelarsi un'impresa piuttosto ardua anche per il contingente di Netanyahu.

In sintesi, tra un rifiuto e l'altro, la tregua in Palestina non sembra essersi verificata nemmeno nell'astrazione dei contendenti, anzi è probabile che di questo passo i negoziati siano destinati ad allungarsi sensibilmente nel corso del tempo: precisamente in virtù dei nuovi avvenimenti e di problematiche reciproche sempre nuove su cui dibattere.

Gabriele Caramelli
Gabriele Caramelli
Studente universitario di scienze storiche, interessato alla politica già dall’adolescenza. Precedentemente, ha collaborato con alcuni Think Tank italiani online. Fermamente convinto che “La bellezza salverà il mondo”.
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