mercoledì, Settembre 30, 2020

Università occupate e democrazia assente: per collettivi e centri sociali le leggi non valgono

L’Università come la propria casa. Ma non nel senso nobile di volerla intendere come il luogo dove si trascorre gran parte del proprio tempo e dove ci si forma, ci si prepara alla vita adulta, si gettano le basi per quello che potrebbe essere un percorso di vita lavorativa. Tutt’altro. L’Università come la propria casa nel senso di usufruirne come se fosse di esclusiva proprietà.

Come a casa propria infatti si dispone liberamente della propria stanza, della cucina o del balcone, facendone l’uso che si vuole, allo stesso modo collettivi universitari e altre sigle dell’antagonismo di sinistra, facenti capo a centri sociali e gruppi extraparlamentari, dispongono a piacimento degli Atenei italiani. Senza alcuna soluzione di continuità, da nord a sud, sono tanti, tantissimi i luoghi occupati nelle diverse facoltà: aule, biblioteche, sale lettura, sale professori, spazi comuni, tutti sottratti alla loro destinazione e agli studenti che avrebbero il diritto di utilizzarli.

È un rito che va avanti da anni, da decenni, nel silenzio vigliacco dei media, delle autorità accademiche e di pubblica sicurezza, della magistratura, con l’avallo compiacente dell’intellighenzia e di tutto il mondo del politicamente corretto. Ed è un rito triste, nostalgico, rito che ha prodotto emarginazione, violenza, soprusi e ha lasciato scie di odio e brutture.

Fino all’altro giorno, quando ha lasciato anche sangue sulla sua strada. Perché la morte di Francesco Ginese, il giovane di 26 anni che si è procurato ferite mortali nel tentativo di scavalcare una recinzione per partecipare a un rave abusivo all’interno de La Sapienza, rappresenta un vero e proprio punto di non ritorno. Non si torna indietro perché un ragazzo non c’è più e, al di là dei mazzi di fiori, dei post di solidarietà, della retorica che accompagna spesso questi tragici eventi, una famiglia piange la morte di un figlio che è già stato dimenticato dallo sballo collettivo.

La morte di Francesco è stata una casualità, non può certamente essere imputata a nessuno, ma si inserisce in un contesto di svilimento dell’Università, della sua funzione, delle sue strutture, financo delle persone che ne fanno parte, contesto verso il quale non si può più pensare di avere l’atteggiamento dello struzzo.

Basti pensare al fatto che ora collettivi e centri sociali non si limitano all’occupazione e alla gestione degli spazi interni alle facoltà, ma pretendono e di fatto si sentono liberi di disporre a piacimento di tutto l’Ateneo, organizzando feste, concerti o cene sociali in ogni dove. Come appunto se stessero agendo nella loro casa: spazi privati e non invece pubblici. Liberi di farlo, senza alcun timore di divieti o interventi delle autorità. O, peggio ancora, sfidando divieti e autorità certi di non incorrere in altro se non in una reprimenda o al massimo in una minaccia di non poter ripetere l’evento.

Oppure si pensi a come si voglia trasformare l’Università in un luogo di sballo, non propriamente in linea con la missione che da sempre la dovrebbe contraddistinguere. La festa di sabato scorso a La Sapienza, così come altre svoltesi in passato non solo a Roma ma anche in altre città italiane, si è tenuta nella completa illegalità, senza autorizzazione, con ingresso a pagamento, con enorme consumo di alcol e droga per stessa ammissione dei partecipanti, con un elevato tasso di rischio evidente a tutti, senza alcun rispetto per le prescrizioni di legge previste in questi casi: dalle norme igienico sanitarie alle misure di sicurezza, alla presenza di mezzi di soccorso e prevenzione incendi, dall’assicurazione per i partecipanti a quella per i prestatori di opere e servizi e quant’altro.

Il tutto con atteggiamento di sfida, con collettivi e centri sociali che hanno dileggiato sui social le autorità, certi di poter agire senza dover temere nulla. Perché questo è quello che da anni accade, nell’indifferenza, nella compiacenza quando non addirittura nella complicità di chi invece avrebbe il dovere di condannare certe condotte e far rispettare le istituzioni.

Le zone occupate nelle Università si moltiplicano. E si moltiplicano, di pari passo, gli episodi di illegalità e di violenza nelle stesse. Si tratta di vere e proprie aree extraterritoriali, in cui non vige la legge italiana perché lo Stato sembra incapace di farla valere. Zone ostaggio dell’estrema sinistra che, dietro la solita retorica della mancanza di spazi culturali e di aggregazione per gli studenti, le sottrae agli Atenei e agli studenti veri. Per attività illegali, lucrative, certamente non legate alla funzione dell’Università, con finalità politiche e, più marcatamente, ideologiche. Zone esclusive, in cui oltre l’illegalità albergano l’odio politico e la violenza, nelle quali ai rappresentanti della destra è impedito l’accesso con le buone o, molto più spesso, in maniera diversamente pacifica come direbbero quelli bravi.

Sembrano le cronache di Narnia, sembra un mondo fantastico, eppure è la realtà. E non è una realtà della quale scrivo per sentito dire, ma una realtà vissuta in prima persona quando, da militante prima e dirigente poi della destra universitaria romana, ho attraversato i corridoi de La Sapienza, le aule occupate, i banchetti e i presidi antifascisti, per affermare le nostre idee insieme a decine di altri militanti e dirigenti. Insieme ad esempio a Giovanbattista Fazzolari, primo Presidente provinciale di Azione Universitaria, oggi senatore di Fratelli d’Italia e primo firmatario di un’interrogazione al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca in cui chiede lumi sulle occupazioni dell’estrema sinistra all’interno degli Atenei italiani.

Scrivo di violenze e di emarginazione perché le ho viste con i miei occhi e sentite sulla mia pelle, allora come ora nell’indifferenza e complicità di un intero mondo. Indifferenza e complicità allora e indifferenza e complicità ora. Allora per un’aggressione, per i maldestri tentativi di impedire i nostri convegni, i nostri banchetti, le nostre assemblee, per l’impossibilità di accedere a spazi pubblici perché occupati dai compagni dei collettivi. Ora per le stesse ragioni. Con l’aggiunta di saper chiudere gli occhi o semplicemente voltarsi dalla parte opposta rispetto a feste illegali che promettono sballo e viaggi senza ritorno.

La vicenda delle occupazioni, come detto, ha radici antiche e nessuno ha mai mosso passi concreti per risolvere il problema. Ci si è limitati, nel migliore dei casi, a rendere pubblica la cosa, a denunciarla, senza mai però assumere iniziative per liberare quegli spazi, per farli ritornare nella disponibilità di tutti gli studenti, per restituirli alle Università, mortificate e oltraggiate anche da chi avrebbe il dovere di tutelarle. Atteggiamenti pilateschi, di chi si lava le mani denunciando a bassa voce e alzando poi le spalle di fronte all’accaduto.

Mani pulite e coscienze sporche…

Coscienze sporche di chi ha trovato il tempo e il modo per denunciare ma non ha trovato il tempo e il modo per agire. Perché denunciare toglie responsabilità mentre agire te ne fa assumere. E per le autorità accademiche o di pubblica sicurezza evidentemente liberare un’aula occupata o impedire lo svolgimento di un rave illegale evidentemente non rientra nel novero delle cose per cui valga la pena agire!

Coscienze sporche di chi promuove uno stile di vita in cui alcol e droga sono elementi positivi, dei quali far uso anche per scansare i problemi e non affrontarli. Perché la vita vera è difficile e allora meglio vivere una vita artificiale, in cui i dolori sono sostituiti da un eccesso e i problemi da un abuso. Fin quando poi la vita ti presenta il conto.

Coscienze sporche di chi gira la testa facendo finta di non vedere, perché se vedi poi devi far sapere. Ma fare un articolo o un servizio e mettere all’indice un certo mondo, quello della sinistra estrema, non è quasi mai un buon viatico per una carriera ancora da costruire. E allora meglio un bel torcicollo, che passa in breve tempo e non lascia segni.

Coscienze sporche di chi indaga o dovrebbe indagare a 360 gradi, ma purtroppo soffre di strabismo e guarda solamente da una parte. Perché, un po’ come sopra, indagare a sinistra non è conveniente, o almeno non lo è quanto farlo a destra. È la storia che ce lo racconta, a partire da quella tragica degli anni settanta.

Coscienze sporche come quelle dei cattivi maestri che non hanno armato nessuna mano ma hanno intossicato decine e decine di menti e sporcato, almeno quanto le proprie, decine e decine di altre coscienze, spesso deboli, malleabili, indottrinabili. Perché l’intellighenzia è intellighenzia fin quando qualcuno le starà dietro.

Questo il contesto, questi i grandi silenzi che hanno accompagnato le nefandezze di un certo mondo, di cui collettivi universitari e centri sociali sono parte integrante. E in queste distrazioni di massa non è difficile immaginare come abbiano avuto gioco facile nell’interpretare come silenzio assenso l’inerzia di chi avrebbe avuto il dovere di agire per ripristinare la legalità. Invece, come già detto, nel tempo si sono create delle zone franche dentro le Università, dove la democrazia è la grande assente e dove l’estrema sinistra impone le proprie regole, fatte di soprusi, violenza, illegalità.

Su questo mondo ora si sono accese le luci dei media, svegliati dal torpore da un evento tragico la cui dinamica, tra l’altro, non ha alcun nesso di causalità con il rave in quanto tale. Ed è ora il momento di agire, di prendere delle decisioni, delle iniziative concrete. All’interno delle Università gli spazi occupati devono essere liberati, la democrazia deve essere ripristinata, agli studenti deve poter essere garantito il pieno diritto allo studio. L’Università deve tornare svolgere in pieno la propria missione e tornare ad essere, in tutto e per tutto, luogo di cultura e di formazione della persona, piuttosto che trasformarsi in palestra dell’illegalità e dell’emarginazione.

Che ognuno faccia la sua parte, che non si lasci più sola la destra, a cominciare da quella universitaria, a denunciare le occupazioni e le violenze. Che non si aspetti un’altra scia di sangue, come da brutta abitudine, per trovare il coraggio di agire. Che si faccia, ora, quello che non si è fatto per anni. Senza enfasi, senza clamore, ma senza indugi.

Perché i riflettori ora sono accesi ma non resteranno tali per molto. E perché una mano, sinistra, è sempre pronta a spegnerli.

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