L’uomo nero Galindo non esiste, ma uccide.

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Sembra sempre più probabile, con l’avanzare delle indagini, che dietro il drammatico episodio del bambino morto suicida a Napoli possa nascondersi una tragica “challenge” sui social. La procura, che ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, sta ancora indagando, ma già da quello che è emerso sembra che la giovane vittima sia rimasta prigioniera di un ‘gioco estremo on line’: un fenomeno che coinvolge sempre più adolescenti, in Italia e nel mondo, spingendoli ad atti di autolesionsimo e talvolta alla morte. Gli inquirenti hanno analizzato il contenuto di chat e di piattaforme informatiche in uso al bambino, che pochi giorni prima la tragedia aveva deciso di cambiare il codice di accesso a telefonino e tablet come per non far accedere nessuno all’universo della rete in cui navigava. Il messaggio spedito alla madre pochi attimi prima di morire: “Mamma, papà vi amo ma devo seguire l’uomo col cappuccio” farebbe pensare a Jonathan Galindo”, trasposizione social dell’uomo nero, e cioè quel personaggio di fantasia con la faccia di Pippo, che contatterebbe adolescenti sui social, per spaventarli in un gioco dell’orrore che lascia segni soprattutto nei più fragili.
Nelle ultime ore un’altra testimonianza va in questa direzione: la mamma di un compagno di classe della vittima ha dichiarato che altri due ragazzini avessero già sentito parlare di quell’uomo nero con la faccia di Pippo perché almeno due bambini dello stesso ambiente, erano stati contattati sui social network da tal “Jonathan Galindo”.
Anche stavolta, esattamente come successo per il caso Blue Whale, l’effetto mediatico è a cascata. Sui social cominciano a spuntare account con questo nome, seguito da numeri o lettere per aggirare i doppioni. Allo stesso tempo cominciano a moltiplicarsi gli articoli di giornali che lo definiscono un nuovo fenomeno social.
Ed ecco che la squadra degli antibufale, in primis il sito debunker Bufale.net, si è subito messa in moto per sfatare quella che altro non è che una leggenda metropolitana: Jonathan Galindo non esiste ci spiegano, non si tratta di una persona in carne e ossa ma di un’inquietante maschera raffigurante un Pippo deformato con le sembianze umane, utilizzato da ragazzi che si divertono a creare il panico tra i più piccoli. E ricostruiscono così l’origine di quell’immagine inquietante chiamata Galindo, scoprendo che appartiene a tal Samuel Canini (nonostante il nome italiano, non lo è), un produttore di effetti speciali cinematografici, che nel lontano 2012 ha creato questa maschera solo per divertimento. “Sono al corrente di tutto ciò che sta succedendo con questa storia di Jonathan Galindo. Le foto e i video sono miei. Sono stati scattati nel 2012 e nel 2013. E’ stato uno dei miei primi tentativi di effetti speciali con il makeup. Non dirò bugie: l’ho fatto per prendere in giro le persone. Era per mio gusto personale e non avevo l’intenzione di spaventare qualcuno. Se qualcuno riceve un messaggio per cominciare un gioco del genere, non rispondete.
Pensiamo però che nessun adulto possa aver creduto nell’esistenza di un Galindo in carne ed ossa: il punto però è che dietro a profili fake si può nascondere di tutto ed il rischio è quello che una storia iniziata come spunto per raccattare qualche click poi diventi qualcosa di vero. Che siano ragazzi in vena di scherzi o pedofili davvero interessati ad adescare minori, gli account con il volto da cane deformato e il nome Jonathan Galindo esistono davvero! E questo dovrebbe bastare non solo per aumentare i controlli in rete, ma anche per convincere i genitori a prestare attenzione a quello che i loro figli fanno in rete. Ci domandiamo quindi se continuare a dire solo che Galindo non esista per il principio dell’amore della verità non sia controproducente, e rischi di sottovalutare un problema sempre più grave.
L’uso sempre più frequente di smartphone e dispositivi connessi alla rete da parte di bambini e ragazzi è un fenomeno che sta comportando cambiamenti epocali nell’educazione dei più piccoli, soprattutto dopo l’emergenza coronavirus, che ha costretto in casa bambini ed adolescenti, cambiando le loro abitudini, e vedendoli utilizzare maggiormente i dispositivi elettronici, con tutti i rischi connessi soprattutto per i più piccoli.
Appena qualche tempo fa la stessa Polizia Postale in riferimento al nuovo e sempre più allarmante fenomeno delle challenge dell’orrore, denunciava nella sua pagina Facebook “Commissariato di PS On Line – Italia” un annuncio che metteva in guardia sul proliferare, negli ultimi mesi, di profili facebook denominati Jonathan Galindo, con la foto di una persona truccata da Pippo, il famoso cane di topolino. Annuncio poi rimosso.
In questi giorni però sono molte le testate a diretta emanazione dei debunker che bacchettano i colleghi giornalisti nella pratica scorretta di contribuire a creare casi di emulazione parlando ancora di Jonathan Galindo, ma noi non siamo del tutto convinti che evitare di parlarne possa fermare il problema, tutt’altro. Evitiamo di parlare del Pippo con il cappuccio, evitiamo di proferire il nome di Galindo, ma non teniamo bassa l’attenzione sui pericoli del web, perché “l’uomo nero” online esiste eccome ed è ovvio che non si chiami Jhonathan Galindo, che tutti sappiamo essere un personaggio di fantasia, ma molto probabilmente, (ed è di gran lunga uno scenario peggiore), non c’è un’unica persona dietro, ma gruppi di persone deviate che approfittano di profili finti per arrivare ai più piccoli.
Il rischio di imbattersi in scellerati con intenzioni tutt’altro che oneste è sempre alto, soprattutto sul web.
Letizia Giorgianni
Letizia Giorgianni
O te ne stai in un angolo a compiangerti per quello che ti accade o ti rimbocchi le maniche, con la convinzione che il destino non sia scritto. Per il resto faccio cose, vedo gente e combatto contro ingiustizie e banche. Se vuoi segnalarmi qualcosa scrivimi a info@letiziagiorgianni.it
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