Venti di guerra in Oman

E’ trascorso appena un mese da un incidente analogo – se incidente si può definire – che lasciò alla deriva ben 4 petroliere, che i fatti si ripetono: altre due petroliere vengono attaccate nel golfo d Oman. Dopo i primi tentativi di salvare le navi dall’affondamento, e vista l’impossibilità di riuscirci, gli equipaggi sono stati tratti in salvo e messi al sicuro su altri battelli.
Voci della Quinta flotta americana, di stanza in Mar Rosso, hanno detto di aver prestato aiuto alle petroliere che avevano lanciato le chiamate di soccorso nello stretto di Hormuz. Gli attacchi si sono verificati lungo una delle rotte petrolifere più trafficate del mondo e non appena giovedì si è sparsa la notizia, la prima reazione è stata quella dell’aumento del prezzo del petrolio.
Sono settimane ormai che le tensioni nel Golfo vanno aumentando, mentre gli Stati Uniti fanno pressione sull’Iran nel tentativo di costringere Teheran a riaprire i colloqui sull’accordo nucleare del 2015 dopo che loro stessi li hanno affossati lo scorso anno. Da notare la tempistica degli attacchi di giovedì, arrivata dopo che il primo ministro giapponese, Shinzō Abe, ha avuto vari colloqui con la leadership iraniana a Teheran, nel tentativo di trovare una base comune per tornare al tavolo di discussioni tra Stati Uniti e Iran . Non a caso, il ministero del commercio giapponese ha fatto sapere che le due petroliere trasportano carichi “legati al Giappone”.
Originariamente, i resoconti sui vari attacchi ricevuti da petroliere in transito in quel pericoloso tratto di mare, erano arrivati direttamente da Hezbollah, in Libano, che riportavano la cronaca degli attacchi, mentre gli Stati Uniti accusavano immediatamente l’Iran, accusa che Teheran si affrettava a respingere al mittente.
Le due petroliere sono state attaccate con tattiche diverse. La prima – Front Alta – trasportava 75.000 tonnellate di nafta, una materia prima petrolchimica, quando è stata attaccata, secondo il raffinatore di petrolio statale di Taiwan, CPC, che ha noleggiato la nave. Il CPC aveva anche detto che probabilmente la nave era stata colpita con un siluro, ma successivi e più particolareggiati rapporti hanno suggerito che un attacco con mine sia da considerare più probabile. La nave è in fiamme ma a galla, ha detto il suo operatore Frontline, negando un rapporto dell’agenzia di stampa iraniana IRNA che ne annunciava l’affondamento.
Il Kokuka Curageous, è stato invece gravemente danneggiato da un sospetto attacco ce ha violato lo scafo sopra la linea di galleggiamento, durante il viaggio dall’Arabia Saudita a Singapore, ha detto Bernhard Schulte Shipmanagement. Aggiungendo che “la nave è sicuramente ancora a galla”. La tv di stato iraniana ha fatto sapere che tutti e 44 i marinai presenti sulle due navi sono stati evacuati da altre navi cisterna e saranno prossimamente sbarcati in un porto iraniano.
Venendo ora alla sostanza politica dietro gli attacchi, ci sono da registrare varie dichiarazioni. “Non stiamo puntando all’Iran, ma non stiamo nemmeno escludendo nulla in questo momento”, ha detto un funzionario Usa alla domanda se l’Iran fosse responsabile. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha condannato fermamente gli attacchi e ha affermato che il mondo non può permettersi uno scontro importante in quella regione già tanto delicata.
Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha descritto gli sviluppi di giovedì come “sospetti” e ha insinuato che la colpa sia di persone o di gruppi che tentano di danneggiare il suo paese.
“L’aggettivo sospettoso non descrive minimamente lo stato d’animo emerso dopo stamattina”, ha twittato, aggiungendo che gli incidenti hanno avuto luogo mentre Abe incontrava il leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Khamenei, “per colloqui ampi e amichevoli”.
Intanto, si è anche tornati a parlare sullo stesso tipo di attentati avvenuti il 12 maggio scorso. Indagini degli Emirati hanno rivelato che allora furono usati mezzi molto sofisticati, propri di uno Stato e non certo di pirati, ma non ha poi fatto il nome dello Stato a cui ci si volesse riferire. Il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, John Bolton, ha detto che l’Iran è stato quasi certamente coinvolto. Una spiegazione alternativa è che gli attacchi siano stati intrapresi dai ribelli Houthi che combattono gli sforzi dei sauditi per cacciarli dallo Yemen. Anche in questo caso, l’’Iran ha ripetutamente affermato di non essere a conoscenza degli attacchi e di non aver incaricato alcuna forza surrogata di aggredire la navigazione del Golfo o le installazioni petrolifere saudite.
Voci influenti di anziani funzionari regionali vicini all’Iran, sostengono che Khamenei si oppone categoricamente a eventuali discussioni con Washington o con un delegato degli americani finché percepirà come debole la posizione dell’Iran. I funzionari sostengono che Khamenei abbia capito che Trump non vuole nessuna guerra, ma semplicemente che desidera riportarli al tavolo delle trattative per rinegoziare l’accordo nucleare che la sua stessa amministrazione ha strappato lo scorso anno.
Khamenei potrebbe anche accettare un tavolo di nuove trattative, ma esclusivamente alle sue condizioni, considerando prioritarie la sicurezza energetica globale come punto chiave per la sicurezza sia di Washington che di Riyadh.
“Se l’Iran è dietro questi attacchi, dimostra chiaramente che una politica degli Stati Uniti che si basa esclusivamente sulla coercizione, può ritorcersi contro a chi l’ha voluta”, ha detto Ali Vaez, analista senior dell’Iran e direttore del progetto Iran per l’International Crisis Group. “Gli sforzi diplomatici da parte degli alleati sono necessari per ridurre la tensione, ma non possono risolverlo tutto finché Washington si affida a un approccio tutto o niente”.

RK Montanarihttps://www.lavocedelpatriota.it
Viaggiatrice instancabile, appassionata di fantasy, innamorata della sua Italia.

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