Vergogna comunista. Il Manifesto nega eccidio Foibe e parla di reazione al fascismo.

Oggi la prima pagina del Manifesto è una pugnalata in pieno petto, Davide Conti firma un articolo dal titolo “Gli orrori del fascismo di frontiera all’origine della tragedia delle Foibe”.

Un titolo che lascia atterriti e che segna con prepotente evidenza il fatto che ideologicamente è ancora impossibile per la sinistra accettare che una tale tragedia sia frutto della pulizia etnica e dalla necessità di assoggettamento al unico dei comunisti slavi.

Nel pezzo si opera una ricostruzione storica a dir poco orientata che non ha nulla  a che vedere con il periodo storico in cui il dramma delle foibe deve essere collocato.

Spazia l’autore, dal contegno tenuto dall’esercito regio nel confine orientale nel ’20, sino al periodo dell’asse con Berlino, rimescolando le carte e dando una lettura delle vicende in chiave ritorsiva.

Nulla di nuovo sotto il sole, si ripropone in buona sostanza la narrazione tanto cara alla sinistra per cui gli slavi, stremati da anni di dominazione fascista, si sarebbero ripresi ciò che era stato loro tolto, anche con la violenza. Nessuna pulizia etnica, nessuna tortura, nessun crimine contro l’umanità, un mero “fallo di reazione”.

E semmai sono stati gli , i fascisti, ad aver avuto un salvacondotto nonostante i crimini commessi in guerra, premiati con posti di potere e di rilevo nella sicurezza nazionale e nell’intelligence.

Se poi le foibe sono state dimenticate è “colpa” di De Gasperi che avrebbe sottaciuto il dramma perché altrimenti avrebbe dovuto spiegare quanti crimini avevano commesso i fascisti.

Si commenta da sé la assoluta incoerenza della ricostruzione, fatta di assiomi apodittici e sgangherati, cuciti assieme con la malafede di chi ancora oggi tenta di riscrivere la , sputando sul sangue dei vinti.

Il dramma delle foibe è un dramma che si è consumato a guerra finita, per mano dei comunisti di Tito che avevano la necessità di assoggettare il popolo al unico e l’etnia italiana presente sui territori costituiva un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo.

Gli andavano uccisi, torturati, privati di ogni bene, costretti ad abbandonare quelle terre.

Non è questa la sede per ricordare gli episodi di sofferenza che hanno costellato una delle ferite più grandi d’Italia, ma una prova del fatto che Tito avesse agito per questo scopo è sicuramente rinvenibile nella triste vicenda della grotta di Huda Jama, non lontano dalla cittadina di Lasko, in , in cui sono stati ritrovati migliaia di corpi di slavi. Nessun italiano ha mai abitato quelle zone, non era un’area – come direbbe oggi Il Manifesto – “fascistizzata”. Le truppe di Tito immediatamente dopo la fine del secondo conflitto mondiale, massacrarono e uccisero tutti gli oppositori del regime, gettandone i corpi a volte ancora vivi in questa grotta sotterranea. La scoperta di questa gigantesca fossa comune ha rappresentato per la un momento drammatico e di dura presa di coscienza, che ha parzialmente contribuito a creare un clima di volontà di pacificazione nazionale, e che oggi consente di comprendere cosa è stato il titoismo: un regime sanguinario che ha piegato animi e coscienze con la violenza.

Ma qui in Italia no, nonostante tutto e tutti, la becera sinistra negazionista si serve della giornata del ricordo per oltraggiare le , per ferire la memoria, per riscrivere la e giustificare i crimini commessi da Tito, con arroganza e protervia, ancora una volta, siamo costretti a constatare che esistono di serie A e di serie B.

E’ vergognoso questo pezzo de Il Manifesto, va detto ore rotundo, perché chi oggi ancora si permette il lusso di negare, sappia che c’è chi veglia sulla memoria degli uccisi e infoibati al confine orientale, raccontando la .

 

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