Altre occupazioni dei pro Palestina nelle università: la Statale diventa una moschea a cielo aperto

Proprio nel giorno in cui ricade il Yawm al-Nakba, in arabo il Giorno della Nakba, che rievoca l'esodo palestinese del 1948, la Statale di Milano si ritrova occupata dagli studenti (e non solo) più ideologizzati, quelli che, a bordo della macchina aziendale prestata dal padre, si sentono i diretti discendenti e parenti attigui dei palestinesi. E così, tra il loro passato non proprio martoriato come quello di un civile palestinese e le loro modalità non proprio democratiche di manifestare il proprio dissenso, si ritrovano a svilire una causa che, se non estremizzata con l'appoggio ai terroristi di Hamas, può essere giusta e sacrosanta: difendere il popolo palestinese, sostenerlo a livello umanitario durante i bombardamenti al fine di liberarlo dalla tirannia dei fondamentalisti islamici. Macché, il problema sono sempre gli israeliani e i governi occidentali che li appoggiano. E Hamas? Beh, su Hamas tacciono sempre i filo-palestinesi figli di papà, non condannandolo mai come un'organizzazione terroristica. È proprio vero: i peggiori nemici della Palestina sono il terrorismo e i pro Palestina nelle piazze.

“Intifada fino alla vittoria”

E nelle università. La Statale di Milano, appunto, il cui cortile risulta occupato da un centinaio di tende in cui sono accampati da cinque giorni i giovani studenti (e non solo), quelli più ideologizzati. Lì, su quel prato divenuto da un momento all'altro una moschea a cielo aperto, su cui gli occupanti musulmani stendono il proprio telo per pregare nei diversi momenti della giornata richiesti dal Corano, campeggiano i Giovani Palestinesi, e con loro tante altre associazioni facenti parte dell'area della sinistra. Collettivi e centri sociali, da Cambiare Rotta e Rebelot, tutti uniti per urlare “Palestina libera dal fiume al mare” o l'immancabile inneggio alla “Intifada fino alla vittoria”, pronti ad allargare la portata della loro protesta. Il prato del quel cortile risulta ormai stretto: serve arrivare su, ai piani alti, bisogna occupare l'edificio intero, le sue aule, per mostrare a tutti di che pasta sono fatti.

Pochi ma caotici

Per fare ciò, i manifestanti con la kefiah sempre intorno al volto, talvolta per coprire i propri connotati, hanno bisogno di maggiore presenza. Molti di quelli accampati non sono neppure studenti e l'“aiuto da casa” sembra essere diventata l'unica strategia per allargare le adesioni alla protesta. Perché c'è da dire che, come sempre, come già accaduto in altre università, quanto più sono chiassosi, meno ne sono: i collettivi di sinistra finiscono sempre tra le ultime liste nelle votazioni per i rappresentanti degli studenti, ripudiati da quel mondo giovanile che si prefiggono di difendere. E che sostengono ugualmente di rappresentare, malgrado i suddetti pessimi risultati elettorali. Ovviamente tra questi pochi soliti noti si cela pure l'immancabile sentimento tutto sinistro anti-Stato, quel disprezzo per le forze di Polizia e per le Istituzioni che non lascerà mai le frange più estreme dei militanti di sinistra. L'insulto: una testa di maiale su cui è appoggiato un berretto blu della polizia. Sarà contento Christian Raimo, uno di quei cattivi maestri (letteralmente: lui, professore di storia e filosofia al liceo) che va in televisione a difendere chiunque nutra del rancore verso le forze dell'ordine.

Ma solo lo studio può liberare veramente un popolo

Le motivazioni degli occupanti, proprio come gli altri colleghi in giro per l'Italia che parimenti occupano, prevaricano, imbavagliano, sono sempre le stesse: dire di no agli accordi di collaborazione scientifica tra l'ateneo di appartenenza e le università israeliane. Richieste che traportano il mondo accademico indietro di secoli, quando l' non era libera, soggiogata al potere e influenzata dal pensiero politico. Allo stesso modo, gli studenti, la cui posizione si aggrava dinnanzi alla modicità delle loro dimensioni, non solo vogliono prevaricare di sana pianta la maggioranza, ma tentano pure in qualche modo di ammazzare quel mezzo che, se veramente libero, prima di tutti può portare all'affrancamento reale di un popolo: lo studio.

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