La Nazionale di Calcio al “verde” per celebrare gli immigrati

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Gli immigrati come risorsa, al punto che i loro figli potrebbero costituire per l’Italia la speranza di un secondo Rinascimento; dopo quello del ‘500 dei vari Michelangelo, Leonardo da Vinci e Raffaello.

Alzi la mano chi non giurerebbe che a dirlo sia stata l’ex presidente della Camera Laura Boldrini. Sbagliato. E’ invece opera della Figc, la Federazione Italiana Giuoco Calcio, che in occasione della partita di qualificazione all’Europeo 2020, che si giocherà sabato a Roma con la Grecia, ha lanciato l’iniziativa “Kit Rinascimento”.

Di che si tratta? Per la partita con la Grecia la Puma, lo sponsor tecnico della Nazionale di calcio, in accordo con la Federazione metterà da parte l’azzurro, simbolo della nostra Nazionale di calcio italiana, per sfoggiare una maglia verde senza il tradizionale scudetto tricolore ma con una sua versione moderna dorato e nero. Non una novità, tiene subito a precisare la Figc, visto che già una volta l’Italia scese ‘in verde’: nel 1954 in una partita amichevole contro l’Argentina vinta per 2 a 0 e sempre a Roma. Un precedente a cui esplicitamente la Federazione dice di essersi ispirata per la nuova maglia e che sembra quasi suonare come “excusatio non petita”.

Un’iniziativa, spiega la Figc attraverso i suoi canali social con tanto di video e foto, per celebrare “i nuovi talenti italiani”. Ma chissà perchè questi “nuovi talenti italiani” ritratti dalle foto e dai video assomigliano tanto ai cosiddetti italiani di seconda generazione, cioè quelli nati in Italia da figli di immigrati. Tanto per capirci i Mario Balotelli o i Moise Bioty Kean, che peraltro non fanno parte di questa nazionale. Di uno come Nicolò Zaniolo, biondo con occhi chiari, nemmeno l’ombra. E da questi ragazzi, secondo la Figc, l’Italia dovrebbe trovare, appunto, quelle risorse per avviare un nuovo Rinascimento.

Ma riflettendo un pochino ci sono già tutti gli ingredienti per prevedere polemiche. Per carità, il punto qui non è l’italianità di questi ragazzi che nascono in Italia da genitori che legalmente hanno deciso di vivere nel nostro Paese. Nessuno mette in dubbio il loro senso di appartenenza alla Nazione e che essi siano e si sentano a tutti gli effetti italiani, legati al nostro patrimonio storico, sociale e culturale. E lo sport, che diffonde i valori della tolleranza, dell’uguaglianza e del rispetto reciproco, può senza dubbio essere lo strumento per esaltare questi nuovi italiani.

Ma è evidente che qui in ballo la questione è un’altra. La maglia verde di sabato rischia di diventare l’ennesimo simulacro di chi vuole approvare una legge sullo ius soli, o ius culturae. E non è una casualità che questa iniziativa cada proprio adesso, che questo tema è ritornato prepotentemente in testa all’agenda politica e a dividere i partiti.

Il pericolo è che questa maglietta diventi la ‘divisa ufficiale’ di chi sostiene l’immigrazione di massa, di coloro che dicono che i porti bisogna aprirli, di chi ripete che per senso di umanità bisogna accogliere tutti. Di coloro che al tricolore preferiscono uno dorato e nero, come quello che sabato indosseranno i giocatori della nazionale. Prepariamoci, quindi, ai Saviano, agli chef Rubio e i Gad Lerner con la maglia verde dell’Italia.

Diciamolo senza troppi giri di parole e anche senza troppa ipocrisia, questa è l’ennesima concessione a quel mondialismo che sputa sui valori nazionali e che punta a distruggere le comunità nazionali in favore di una visione mondialista dove a farla da padrone saranno gli interessi dell’Alta finanza e del grande capitale.

In breve far indossare una divisa verde celebrativa dell’immigrazione alla Nazionale è una forzatura, che presta il fianco a polemiche e letture strumentali. Dove si confonde il tema dell’immigrazione, su cui nessun partito si dice contrario a priori, con quello più controverso e spinoso dell’accoglienza degli immigrati irregolari che si lanciano verso le coste italiane su imbarcazioni di fortuna. Perchè un conto è parlare di integrazione e quindi di una società che, rimanendo fedele ai valori storici e culturali italiani, accoglie chi legalmente decide di vivere e lavorare in Italia; altro è sostenere tesi che portano al sovvertimento delle radici e, in ultima analisi, alla sostituzione e superamento della nostra civiltà.

Infatti, chi non si ricorda delle polemiche delle ragazze, tutte di colore e figlie di immigrati, che vinsero l’oro nella staffetta 4×400 ai Giochi del Mediterraneo? Quella foto divenne l’emblema di chi, tra questi Saviano, da sempre persegue l’obiettivo di recidere le radici della nostra Nazione. “I loro sorrisi sono la risposta all’Italia razzista di Pontida”, “ ha paura, loro hanno coraggio”, “Vince l’Italia che non ha paura”, furono le frasi di quei giorni. E il rischio che queste frasi ritornino è alto.

Senza dimenticare che di casi analoghi di una nazionale di calcio che abbia stravolto i suoi colori sociali in una partita ufficiale, e non in una amichevole come nel 1954, è difficile reperirli in giro. Ciò, invece, capita spesso nelle squadre dei club di calcio, ma qui si tratta di società private anche se questi cambiamenti, dettati molto spesso da esigenze di carattere economico, sono sempre accompagnati da fortissime polemiche; perchè cambiare i colori di una maglia significa sradicare la storia e i valori di quel club, di cui la divisa ne è espressione e sintesi. Ad esempio per un tifoso del Boca Junior vedere vestiti di rosso e bianco i suoi beniamini, come gli acerrimi rivali del River Plate, sarebbe una bestemmia. E così in Italia vedere il giallo e il rosso su una maglia della Lazio sarebbe un anatema.

Auguriamoci, quindi, che questa maglia verde resti un ‘incidente’, o una sorta di ‘chicca’ per esperti, quella tanto per intenderci che capita nelle domande dei giochi di società: in quale partita ufficiale la nazionale di calcio italiana vestì la maglia verde? L’Italia ha tanto bisogno di vedere splendere l’azzurro nel suo futuro.

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