Autonomia, contrari solo se la fa la destra: la solita sinistra ideologica si contraddice ancora

“Finalmente li abbiamo visti con il tricolore in mano” ha commentato ironicamente qualcuno. Loro, quelli che fino a trenta anni fa vantavano come simbolo del loro partito la bandiera di un Paese (una dittatura straniera). Loro, o meglio i loro discendenti politici, i loro eredi che si ergono a diretti rampolli dei Padri costituenti che redassero il testo fondamentale che ancora regola la vita della nostra Nazione, si stanno lamentando aspramente che qualcun altro, diverso da loro ma pur sempre facente parte di questo martoriato popolo italiano, abbia intenzione di cambiarla la Costituzione, seguendo le direttive degli stessi Padri costituenti. La Costituzione può essere modificata e deve essere modificata, per favorire un aggiornamento ai tempi che oggi, con globalizzazione e fantascienze varie, scorre inesorabilmente più veloce e non consente più che sia una semplice nuova lettura, la separazione tra Costituzione formale e sostanziale, a garantirle longevità. Serve una riforma e serve al più presto.

Solo per protestare

Hanno preso il tricolore in mano solo per protestare. Qualcuno l'ha preso anche all'incontrario. Ma ciò che conta è che, pur di non permettere agli avversari politici di mettere mano a una riforma importante come quella dell'autonomia differenziata, blocchino il suo iter parlamentare. Lo fanno “con i corpi”, come incitò la dem Schlein. Ma vanno contro loro stessi. È proprio in questo che si basa tutta la loro ipocrisia: non solo loro, i sedicenti democratici, fanno baldoria ma non rispondono nel merito della questione se non con un “è un attacco alla Costituzione”; non solo ignorano, o fanno finta di ignorare, la possibilità che una maggioranza, eletta democraticamente, se ha i numeri, può modificare la Costituzione proprio come previsto dall'Assemblea costituente. Loro dimenticano che è stata la stessa sinistra a volere quell'autonomia differenziata contro la quale ora si stracciano le vesti di dosso facendo tutto il possibile per bloccarla.

Le contraddizioni

Partiamo da una costatazione abbastanza semplice. La riforma del Titolo V della Costituzione fu voluta dalla sinistra, che la varò. Si ebbe nel 2001, quando a Palazzo Chigi sedeva Giuliano Amato. I lavori iniziarono nel 1997, sotto il governo Prodi e continuarono sotto D'Alema. Altra semplice costatazione: quando i grillini arrivarono per la prima volta all'esecutivo attraverso l'accordo con la Lega nel 2018, era stato pacificamente accettato il compromesso che venisse portato avanti il lavoro per “l'attribuzione per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell'articolo 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione la trattativa tra Governo e Regioni attualmente aperte”. Ora invece i grillini protestano sventolando in faccia al ministro Calderoni il tricolore italiano. Per non parlare del PD, la cui leader, come anticipato, ha richiamato i suoi a una strenua opposizione contro le riforme volute dal centrodestra, premierato e autonomia. Dimenticando in primis quanto già spiegato, cioè che la riforma del Titolo V fu varata da un governo di sinistra. Più recentemente, il premier Gentiloni ha sottoscritto un accordo con Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto verso l'autonomia differenzia, a cui poi si aggiunse l'iter per il decentramento amministrativo della Regione Lazio, allora governata dal dem Nicola Zingaretti.

I soliti democratici

In altre parole, tanto rumore per niente. A dimostrazione del chiaro intento mistificatorio di una riforma che voleva anche la sinistra e che, come è già accaduto in moltissimi altri casi (si veda il voto ai fuorisede), sarà la destra a varare. Questo proprio non scende giù alla sinistra. Potrebbe comunque collaborare, apportare modifiche ed emendamenti, sedersi ai tavoli di discussione per dare maggiore ascolto a quella parte di elettorato che, almeno in teoria, dovrebbe rappresentare. Invece preferisce tenersi lontana dal dialogo, buttarla come sempre in caciara, fare casino, perché si parli di tutto, ma non del merito della riforma.

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