Buoni spesa del Governo: chi, come e quando. Ancora troppe incertezze.

Quando cambiano radicalmente i presupposti di fatto, dovrebbero cambiare radicalmente anche le regole del gioco. Due giorni fa Conte annuncia il trasferimento ai comuni di una somma per provvedere alle esigenze alimentari dei bisognosi. In sostanza dice: vi diamo dei soldi per fare la spesa, ma non li diamo direttamente a voi cittadini bisognosi, li diamo ai vostri sindaci che ve li distribuiranno secondo necessità. Sono pochi denari per ogni comune e il Presidente del Consiglio lo annuncia il 28 marzo. Il 30 di marzo i sindaci non sanno ancora come fare per distribuire questi fondi. Occorre stampare dei buoni spesa? Come? Chi li accetterà? A chi sarà possibile destinarli, con quali criteri? Quali organi potranno provvedere a fare gli atti amministrativi per variare il bilancio, il consiglio comunale o la giunta? L’ordinanza dice la Giunta … È sera tarda ed é il 30 Marzo. A queste domande ancora non v’è risposta certa. Ci si interroga, si studia e si cercano soluzioni valide e rapide perchè i cittadini hanno bisogno di risposte e sono stremati, devono mangiare. Intanto nei nostri 8000 comuni i sindaci brancolano nel buio, perché le line guida restano oscure e perché le regole già elefantiache e farraginose vengono sovvertite con decreti del presidente del consiglio e con ordinanze della protezione civile, in deroga alle regole ordinarie di gerarchia delle fonti alle quali si è abituati.

Il problema resta l’eccessiva burocrazia e il timore della scure della amministrativa, erariale e penale, che pende come una spada di damocle sulla testa degli amministratori locali. Faccio, non faccio, come faccio? Questo é  il dilemma. Anche gli stessi operatori del diritto che hanno una particolare dimestichezza con queste dinamiche si trovano assolutamente spiazzati e fanno uno sforzo intellettuale ed interpretativo enorme per barcamenarsi. E dunque la questione resta quella sottolineata sin da subito da Fratelli d’Italia: perché? Perché dare ai comuni pochi denari e lasciare a loro la patata bollente per comprendere come erogare i buoni? Perché spogliarsi pilatescamente della responsabilità di provvedere direttamente nei confronti dei cittadini? Non si sarebbero potute accreditare delle somme sui conti correnti dei cittadini così come ad esempio si eroga il reddito di cittadinanza?

Questo teatrino, dato lo stato di fatto, è inaccettabile. Gli italiani che versano in stato di bisogno non debbono essere messi nella umiliante condizione di pietire un buono per comprare da mangiare ai propri figlioli e i comuni con i loro amministratori non devono essere costretti a sforzi inauditi per capire come doversi districare in una selva oscura di norme, vincoli, lacci e lacciuoli, col rischio domani di vedersi indagati per abuso di ufficio o nella migliore delle ipotesi con a carico un procedimento per danno erariale. Quando cambiano i presupposti di fatto, dovrebbero cambiare anche le regole del gioco, dicevamo, ma l’unica regola che qui pare non cambiare mai è quella per cui il banco vince, a suon di completo blu e social, mentre al popolo resta l’ultima fiche e deve scegliere se giocarla ancora o portarla a casa per il pranzo di domani.

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