Cancel culture e delegittimazione della memoria: il “delirio suicida” dell’Occidente

di Giulio Battioni

Le cronache ridondano di episodi di “cancel culture”. Dichiarazioni pubbliche e manifestazioni sociali, spesso violente e talvolta grottesche, dominano lo scenario politico contemporaneo del vecchio mondo, in Europa e Oltreoceano. Dall’abbattimento delle statue di Colombo e Churchill all’incriminazione delle opere di Shakespeare, Dante e Omero, dalle accuse alla musica di Mozart alle inquisizioni linguistiche e simboliche di fiabe, poesie e opere d’arte di ogni tempo. Un “delirio suicida”, come lo ha definito, Ernesto Galli della Loggia, che sta demolendo l’immagine che l’Occidente ha di se stesso, delegittimandone la memoria e paralizzandone l’azione culturale.

Per gli scienziati politici, la cancel culture è un fenomeno tipico della tarda modernità, una teoria elaborata da una “cultura dominante” che cambia contenuti a seconda del contesto sociale: in società povere, tende a coincidere con una cultura conservatrice in morale e religione, incline ai valori nazionali; in società benestanti, come nel mondo post-industriale, tende a configurarsi come una cultura progressista, liberal e “fluida”, favorevole alle ideologie gender, ai “sex same marriage” e al movimento LGBTQ, incline a un multiculturalismo incondizionato.

In breve, si può definire come una strategia politica adottata da attivisti che esercitano pressioni sociali volte a ottenere l’esclusione culturale di un nemico pubblico accusato di parole o fatti non necessariamente compiuti e per questo stigmatizzato e criminalizzato.

Ai giorni nostri, questo metodo di censura e discriminazione ha assunto i connotati del politicamente corretto, una neolingua della propaganda che condiziona il dibattito intellettuale e la sua libertà di espressione.

Si tratta di una polizia del pensiero che evoca tutte le forme novecentesche del controllo totalitario delle idee, dal rogo dei libri della Germania nazista alle sanguinarie persecuzioni comuniste, da Lenin a Mao, contro i dissidenti.

Le origini di questo “processo al passato” sono da recuperare nella tradizione francese del “terrore giacobino” e della furia iconoclasta del ‘68.

Secondo Marc Fumaroli, sono le “pazzie sessantottine” che al nichilismo e all’anarchismo giovanile associarono le successive ondate di leninismo letterario, trotzkismo e maoismo, con l’aggiunta di Freud rivisto e corretto da Lacan, la decostruzione di Derrida e la teoria postmoderna di Lyotard.

Il giacobinismo intellettuale parigino fu poi portato in trionfo nei campus universitari statunitensi, in un curioso viaggio di andata e ritorno al di qua dell’Atlantico, con le annesse e connesse contraddizioni della democrazia americana.

La cultura “woke”, in fondo, la nuova parola d’ordine del conformismo liberal, altro non sarebbe che la chiamata alle armi delle vecchie élites culturali occidentali contro il proprio passato.

Con il pretesto umanitario dell’eguaglianza e della sociale, le nuove “oligarchie della virtù” vigilano sulla correttezza politica del pensiero, istigando le masse alla violenza contro parole, opere d’arte, monumenti e simboli di ogni tempo. Lo “stay woke” è il nuovo odio mascherato dalla demagogia della lotta alle discriminazioni razziali, coloniali e di genere, vere e presunte.

Gli apologeti di questo perenne processo al passato, naturaliter occidentale, mediterraneo, europeo e americano, predicano l’odium sui (l’odio per la propria cultura) e la liberazione finale dalle costruzioni della civiltà borghese, dimenticandone però i vantaggi morali e materiali.

Figli e nipoti dei maîtres à penser della contestazione si dicono terzomondisti e anticapitalisti, accusano i paesi ricchi di sfruttare i paesi più poveri, omettendo le conquiste morali e giuridiche del vecchio mondo: la libertà, i diritti umani, la parità uomo-donna, il lavoro, la democrazia.

Insomma, la cancel culture è la nuova frontiera del politicamente corretto. Erede della ghigliottina rivoluzionaria, costituisce una nuova e sempre più grave forma di censura che non nasce da una qualche cultura reazionaria o conservatrice, ma dalla sinistra radicale, libertaria e neocomunista, e dai movimenti di liberazione delle “minoranze oppresse”. Non si tratta certo del vecchio moralismo vittoriano, né del maccartismo da guerra fredda, ma di un nuovo movimento nato nei salotti buoni della cultura per poi dilagare nelle piazze americane, con Me Too e Black Lives Matter.

I cancellatori del passato non si limitano più a criticare le opinioni ritenute non conformi a totem e tabù dell’ideologia progressista, ma puntano direttamente all’eliminazione delle opere e alla esclusione morale, sociale e civile dei loro autori. Artisti, giornalisti, scrittori, professori, scienziati e filosofi sono licenziati dall’oggi al domani e condannati alla rimozione collettiva.

Allo stesso tempo, il pantheon della nostra cultura viene sacrificato a uno spirito dei tempi, bacchettone e sanguinario, ostile a qualsiasi impurità di un passato del quale si celebra il rogo collettivo. E nell’inferno dei cancellatori finisce l’intera tradizione classica, dalla letteratura alla musica e alle arti figurative.

Se talebani e islamisti di ogni parrocchia hanno demolito i Buddha di Bamiyan e i tesori archeologici di Palmira, i nuovi cattivi maestri abbattono simboli e monumenti in nome del Bene e del Progresso: Cristoforo Colombo non è più il grande navigatore che scoprì il nuovo mondo, ma il padre dello sterminio degli indigeni; Abraham Lincoln non è il “grande Emancipatore” nella guerra di secessione americana, ma un suprematista bianco, reo di aver riservato agli afroamericani qualche epiteto figlio del suo tempo; finanche Forrest Gump, eroe sempre pronto a difendere disabili, malati e reduci di guerra, è stato accusato di connivenza con il Ku Klux Klan.

Insomma, la nuova censura sfiora il ridicolo, soprattutto Oltreoceano. Ma anche in Europa non bisogna abbassare la guardia, visto lo zelo negazionista che ha recentemente colpito le Foibe e la memoria storica di tutti gli italiani.

Il processo al passato, con la decontestualizzazione di azioni, comportamenti e linguaggi propri di un determinato periodo storico, porta a una damnatio memoriae che delegittima la cultura e genera smarrimento nelle nuove generazioni. “Distruggere le statue non trasformerà il passato, lo renderà meno comprensibile”, ha dichiarato Abnousse Shalmani, scrittrice iraniana esule in Occidente.

Cancellare il passato significa pregiudicare il futuro e il rapporto profondo che ogni cultura ha con il tempo. Se l’universo dei valori di ogni civiltà è radicato nel tempo, la cancel culture è una minaccia per la cultura che vive e si alimenta della memoria. L’odio del passato dei novelli Goebbels del politically correct è alle origini della incomunicabilità dei nostri giorni e sta condannando l’Occidente alla sua estinzione. Stay woke!

Redazione
La Redazione de La Voce del Patriota

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