Covid. La farsa della missione OMS in Cina – Parte I

Senza alcuna sorpresa, la missione dell’OMS in Cina si è risolta in un nulla di fatto.

Il team che ha preso parte alla spedizione dell’OMS era composto da 17 esperti internazionali, capitanati dal danese Peter K. Ben Embarek: 14 membri della spedizione sono stati inviati in Cina, mentre i restanti hanno lavorato da remoto. L’elenco completo degli esperti internazionali è disponibile sul sito dell’OMS.

Nelle prime 2 settimane, la squadra inviata dall’OMS ha lavorato online con le controparti cinesi del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC) e diversi ministeri e centri di ricerca, mentre nelle restanti 2 settimane hanno visitato i siti rilevanti per la loro ricerca. Bisogna ricordare che gli esperti dell’OMS sono stati affiancati da 17 esperti cinesi, che li hanno guidati in tutte le fasi della loro ricerca, senza mai perderli di vista.

La missione non è certo iniziata sotto i migliori auspici: superate le notevoli reticenze iniziali della Cina, il team in missione è dovuto rimanere per due settimane in quarantena al suo ingresso nel territorio cinese. Una volta terminato questo periodo di isolamento, agli scienziati sono rimaste un paio di settimane per effettuare gli studi sul campo, e non ventotto giorni come ha affermato alla stampa locale Liang Wannian, l’esperto a capo della delegazione cinese che ha affiancato la missione dell’OMS. Come si possa rintracciare l’origine di un virus in 14 giorni, rimane tuttora un mistero.

Il tour guidato dalla delegazione cinese ha portato gli scienziati dell’OMS nei luoghi dove si è scatenata l’epidemia, come il mercato di Wuhan, dove gli esperti hanno potuto prelevare diversi campioni per capire qualcosa in più sull’origine del virus.

The Lancet aveva profeticamente previsto il 6 febbraio, qualche giorno prima che la missione giungesse al termine, che l’esito delle ricerche non avrebbe condotto a nulla di rilevante: David Heymann, Professore di epidemiologia delle malattie infettive presso la London School of Hygiene & Tropical Medicine, Londra, Regno Unito, aveva infatti dichiarato alla rivista scientifica che “è improbabile che il team dell’OMS che lavora con gli investigatori cinesi sarà in grado di determinare l’origine della pandemia — È molto difficile farlo in modo retrospettivo identificando i primi casi e poi procedendo con studi case-control per identificare i fattori di rischio per l’infezione. E ciò che conta ora è controllare l’attuale epidemia e capire come prevenire meglio tali pandemie in futuro”. Sempre secondo l’OMS, prendendo ad esempio anche le epidemie precedenti, “possono volerci anni per trovare l’origine dei virus che hanno fatto il salto zoonotico dagli animali all’uomo“.

Ebbene, il 9 febbraio si è svolta la conferenza stampa per presentare gli esiti delle ricerche condotte dalla spedizione.

Il dottor Embarek ha confermato che l’indagine non ha cambiato radicalmente le loro conoscenze sull’epidemia, che possono essere così riassunte:

  1. Il virus ha origine animale prima di diffondersi agli esseri umani, ma gli esperti non sono sicuri di come questo passaggio sia avvenuto; inoltre, è probabile che le origini del Covid-19 si possano ricercare nei pipistrelli quali “serbatoio naturale” (natural reservoir), ma rimane improbabile che ciò sia accaduto a Wuhan. Di conseguenza, l’identificazione del percorso animale continua ad essere un “work in progress”, così come è “molto probabile” che il passaggio all’uomo sia avvenuto attraverso una specie intermedia non ancora identificata.
  2. Gli esperti hanno anche affermato che “non vi era alcuna indicazione” che il virus stesse circolando a Wuhan prima che i primi casi ufficiali fossero registrati lì nel dicembre 2019. Liang Wannian, l’esperto della Commissione sanitaria cinese, ha affermato che il Covid-19 avrebbe potuto circolare in altre regioni prima che venisse rilevato a Wuhan, ribadendo il concetto più volte espresso dal governo cinese, secondo cui la ricerca non dovrebbe essere “legata a un singolo luogo“. Il dottor Peter Daszak, un membro del team dell’OMS, ha affermato che l’attenzione potrebbe essere spostata in tutto il Sud-est asiatico per ricercare le origini del Covid-19. Ricordiamo sempre che Wuhan, nella provincia centrale cinese di Hubei, è il primo posto al mondo in cui il virus sia stato rilevato nel 2019.
  3. È necessario un ulteriore approfondimento sulla possibile trasmissione del virus attraverso la “catena del freddo“, in riferimento al trasporto e al commercio di alimenti congelati.
  4. È ritenuta “estremamente improbabile” la teoria della fuga del virus dal laboratorio.

Da un lato, la spedizione dell’OMS spariglia le carte, concedendo una mano estremamente favorevole alla Cina, in quanto sostiene che l’origine del virus non vada ricercata esclusivamente lì; dall’altro lato, si è voluto ribadire quanto sia improbabile la teoria del virus scappato dal laboratorio, un’ipotesi che era stata inizialmente teorizzata dalla scorsa amministrazione Trump, nel tentativo di comprendere se l’epidemia fosse iniziata attraverso il contatto con animali o attraverso un incidente di laboratorio.

Ma soprattutto, questa conferenza stampa sembra contraddire il svolto fin qui sia dalla comunità scientifica che dall’OMS stessa. Proveremo a confutare le conclusioni addotte dalla spedizione di esperti internazionali, con eccezione del tema riguardante la catena del freddo, in quanto analizzato in maniera molto marginale dalla comunità scientifica.

Vediamo le affermazioni controverse:

  1. I pipistrelli sono i natural reservoir del virus ma è improbabile che ciò si sia verificato a Wuhan“: la bibliografia qui è davvero sconfinata e particolarmente autorevole, a partire dall’articolo comparso sulla rivista Nature il 3 febbraio 2020. Per chi non ne fosse a conoscenza, Nature è una delle più antiche ed importanti riviste scientifiche esistenti nell’ambito della comunità scientifica internazionale, pubblicata dal 1869. In questo articolo risalente ai primissimi studi sulla pandemia, si evidenzia che: “sin dalla prima SARS di 18 anni fa, i pipistrelli sono stati considerati i natural reservoir di numerosi coronavirus, e alcuni SARS-CoV di pipistrello hanno il potenziale per infettare gli esseri umani. Nella primissima fase dell’epidemia, si era identificato un nuovo coronavirus (allora denominato 2019-nCoV), che ha causato un’epidemia da sindrome respiratoria acuta nell’uomo a Wuhan, in Cina. L’epidemia, iniziata il 12 dicembre 2019, ha causato 2.794 infezioni confermate in laboratorio, tra cui 80 decessi avvenuti entro il 26 gennaio 2020. Si dimostra, attraverso le sequenze genomiche ottenute da pazienti risultati positivi al nuovo coronavirus, che il 2019-nCoV è identico al 96% all’intero genoma del coronavirus di pipistrello. Inoltre, il virus 2019-nCoV isolato dal liquido di lavaggio bronco-alveolare di un paziente in condizioni critiche potrebbe essere neutralizzato dai sieri di diversi pazienti. In particolare, abbiamo confermato che 2019-nCoV utilizza lo stesso recettore di ingresso cellulare, l’enzima di conversione dell’angiotensina II (ACE2), come SARS-CoV“.

A parte la differente denominazione del coronavirus in questione, in questo articolo sono già perfettamente evidenziate tutte le caratteristiche (e anche l’eventuale cura) del SARS-CoV-2. Ad oggi, ancora non si conosce l’ospite “intermedio” che abbia permesso (o facilitato) il passaggio del virus dall’animale all’uomo, ma era ben chiaro a tutti quali fosse l’epicentro della pandemia. Pertanto, le dichiarazioni degli esperti dell’OMS non aggiungono nulla a quello che già la comunità scientifica conosceva da un anno a questa parte.

  1. Non vi era alcuna indicazione che il virus girasse a Wuhan a dicembre“: basta guardare il sito e i report dell’OMS sull’origine del virus per capire quanto questa affermazione sia ben poco scientifica e tanto politicizzata. Il 26 marzo scorso, è stato proprio il report dell’OMS denominato Origin of SARS-CoV-2 a indicare che “I primi casi umani di COVID-19, la malattia del coronavirus causata da SARS-CoV-2, sono stati segnalati per la prima volta dalla città di Wuhan, in Cina, nel dicembre 2019” e che “Molti dei casi iniziali che si sono verificati alla fine di dicembre 2019 e all’inizio di gennaio 2020 avevano un collegamento diretto con il mercato ittico all’ingrosso di Huanan nella città di Wuhan, dove venivano venduti frutti di mare, specie animali selvatiche e d’allevamento. Molti dei primi pazienti erano proprietari di bancarelle, impiegati del mercato o frequentatori abituali. I campioni ambientali prelevati da questo mercato nel dicembre 2019 sono risultati positivi per SARS-CoV-2, suggerendo ulteriormente che il mercato nella città di Wuhan è stata l’origine di questo focolaio, oppure ha svolto un ruolo nell’amplificazione iniziale dell’epidemia. Il mercato è stato chiuso il 1 ° gennaio 2020 ed è stato pulito e disinfettato“. Non servono altre spiegazioni per definire l’infondatezza dell’affermazione di cui sopra.
  2. “La ricerca non dovrebbe essere legata ad un singolo luogo”: la Cina presenta delle caratteristiche geografiche, climatiche e sociali che confermano l’origine del virus proprio da questo luogo, o al massimo nei Paesi confinanti. Proponiamo un articolo di Nature del 25 agosto 2020 che suggerisce di concentrare le ricerche “in particolare nella Cina meridionale e sudoccidentale, nonché nei paesi vicini in cui vivono specie di pipistrelli simili“. Il motivo? “Queste regioni sono caratterizzate da un clima da subtropicale a tropicale; alta densità di popolazione, in crescita e in rapida urbanizzazione; un alto grado di produzione di pollame e bestiame; e altri fattori che possono promuovere la trasmissione tra specie diverse e l’insorgenza di malattie. […] Sia SARS-CoV che SADS-CoV sono emersi in questa regione e da lì sono stati recentemente segnalati diversi SARSr-CoV di pipistrello con alto potenziale zoonotico, sebbene le dinamiche della loro circolazione nelle popolazioni di pipistrelli selvatici rimangano poco conosciute. È importante sottolineare che il parente più vicino noto di SARS-CoV-2, un virus correlato alla SARS, è stato trovato in un pipistrello (Rhinolophus sp.) presente in questa regione, sebbene sia importante notare che la nostra indagine era limitata alla Cina, e che i pipistrelli che ospitano questo virus sono presenti anche nel vicino Myanmar e nella Repubblica democratica del Laos“. L’origine del virus, allora, si può ricercare anche in Myanmar o nel Laos, in tutto l’Asia meridionale se necessario: ma non si può mettere in dubbio che il primo focolaio sia stato in Cina, e precisamente a Wuhan, proprio grazie alle caratteristiche di questo Paese che hanno facilitato la trasmissione.
  3. È ritenuta “estremamente improbabile” la teoria della fuga del virus dal laboratorio: lungi da noi fare teorie complottiste, ma tutte le parole hanno qui un peso specifico. Estremamente improbabile non è il sinonimo di impossibile o completamente improbabile, ma indica che esiste una piccolissima e remotissima possibilità che il virus sia stato creato in laboratorio, e per qualche motivo incidentale sia purtroppo uscito da un ambiente protetto, con le conseguenze che oggi conosciamo. Pertanto, dobbiamo considerare che questa affermazione abbia un valore politico, non scientifico. Politico perché la Cina è stata accusata dal mondo intero di “non aver avvertito in tempo” l’OMS della crisi sanitaria a cui stava andando incontro, con tutte le pesanti ricadute che ne conseguono. I giornali italiani e internazionali evidenziarono già ad aprile 2020 quanto una comunicazione poco trasparente ed immediata avesse inciso negativamente sui risvolti della pandemia: si contestano in particolare gli undici giorni che intercorsero tra la morte di un uomo di 61 anni per Covid-19 a Wuhan, avvenuta il 9 gennaio 2020, e l’ammissione pubblica di Zhong Nanshan, epidemiologo cinese, avvenuta il 20 gennaio 2020 alla tv di stato circa la diffusione di un nuovo virus da uomo a uomo. La tempistica è fondamentale: in questo lasso di tempo circa 5milioni di persone lasciarono la capitale dell’Hubei, muovendosi verso il resto della Cina e del mondo, in concomitanza con il capodanno lunare cinese dell’anno scorso (25 gennaio 2020). Addirittura, uno studio condotto da ricercatori dell’Università di Southampton, in Gran Bretagna, ha stimato che se la Cina avesse agito con tre settimane di anticipo rispetto alla data del 23 gennaio, il numero di casi complessivi di Covid-19 si sarebbe potuto ridurre del 95%. Ma anche una sola settimana avrebbe ridotto il contagio globale del 66%.

Leggi la parte II

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