Intervento del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni al XIX Congresso nazionale della CGIL

Pubblichiamo il testo integrale dello storico discorso tenuto oggi dal Presidente del Consiglio Giorgia Meloni

Buongiorno a tutti,

ringrazio il segretario generale Maurizio Landini, ringrazio tutta la Cgil dell'invito, ringrazio anche chi mi contesta, in alcuni casi anche con degli slogan – che ho letto dalle agenzie – efficaci. “Pensati sgradita”, slogan efficace, anche se non sapevo che Chiara Ferragni fosse una metalmeccanica.

Questo è un appuntamento al quale io non ho voluto rinunciare, banalmente in segno di rispetto per un sindacato che è la più antica organizzazione del lavoro della nostra Nazione, e in coerenza con un percorso di ascolto e di confronto – condivido le parole del segretario Landini -, che il Governo ha inteso inaugurare e che intende portare avanti.

Questo vostro congresso nazionale è un esercizio di democrazia, un esercizio di partecipazione, che non può lasciare indifferente chi ha responsabilità decisionali a livello politico, come me, e chi come me, aggiungo, provenendo da una lunga esperienza , sa anche quanto queste occasioni tengono vivo e dinamico qualsiasi movimento.

Detto ciò, questa mia presenza fatto discutere oggi: io ho letto alcune ricostruzioni, che confesso mi hanno divertito, e in forza delle quali si riteneva che dopo aver confermato la mia presenza avrei messo in discussione quella stessa presenza per il timore delle contestazioni, per il timore dia essere fischiata.

Signori, io vengo fischiata più o meno da quando avevo 16 anni, sono trent'anni che qualcuno mi fischia, sono Cavaliere al merito di questa materia. Per cui non mi sottraggo a un contesto sapendo che è un contesto difficile, non mi spaventa; però è molto più profonda la ragione per la quale io ho deciso di essere qui oggi, perché oggi non è un giorno come gli altri.

Oggi è il 17 marzo, è la festa dell'Unità Nazionale, è il giorno in cui si celebra la nascita statutaria della nostra Nazione. E la mia presenza oggi non esprime solo la volontà di colmare quel vuoto che ho scoperto, nel corso di questi giorni, che vede da 27 anni l'assenza del capo del Governo al congresso della Cgil.

Era normale che fosse il Presidente del Consiglio – diciamoci la verità – idealmente più lontano dalla platea che ho di fronte a essere qui dopo 27 anni? Io penso di sì, perché con questa presenza, con questo confronto, con questo dibattito, credo che noi oggi possiamo autenticamente tentare di celebrare l'Unità Nazionale. Perché, vedete, l'unità non è annullare la contrapposizione. La contrapposizione ha un ruolo positivo, addirittura un ruolo educativo per qualsiasi comunità; l'unità è un'altra cosa, l'unità è l'interesse superiore, l'unità è il comune destino che dà un senso alla contrapposizione.

Io voglio credere che tutti noi, indipendentemente dalla visione del mondo della quale siamo portatori, se il nostro cuore è sincero, noi lavoriamo tutti secondo le nostre differenti condizioni con lo stesso obiettivo: il bene della nostra Nazione.

Allora, se lo spirito è questo, il confronto è necessario è fondamentale, inevitabile, è utile. Lo voglio dire con le parole di Argentina Altobelli, figlia del Risorgimento, madre della Cgil, donna anticonformista per il suo modo, non di apparire, come spesso accade oggi, ma di essere. Lei diceva: la mia vita di una politica è stata guidata dall'amore verso l'umanità da un orientamento sincero e profondo del pensiero della coscienza. Se questo è l'approccio, ci sono ottime ragioni per confrontarsi, con la schiettezza, con la forza delle idee che ciascuno di noi ha e rivendica legittimamente.

Detto questo, ho letto la relazione del segretario Landini. A monte, ho da dire due cose: i complimenti soprattutto per la resistenza, la tempra di polmoni e di corde vocali, il segretario Landini mi confessava di aver parlato per oltre due ore senza neanche bere un bicchiere d'acqua. Io non sarei stata in grado; la seconda cosa che ho di dire è che sono contenta di leggere nella relazione che la Cgil non è un ‘sindacato di opposizione' perché verrebbe da dire figuriamoci se lo fosse, nel senso che, in oltre due ore di relazione, non ho praticamente trovato nulla di quello che il Governo ha fatto finora su cui la Cgil sia d'accordo, salvo un riferimento al ‘Patto per la terza età'.

Io non mi permetterò, da ospite, di parlare due ore in questa manifestazione e quindi non ho il tempo per controbattere alle molte tesi che, ovviamente, non condivido. E cercherò di concentrare questo intervento sui temi del lavoro e sui temi dei diritti dei lavoratori, che sono le materie più centrali per un sindacato.

Partiamo da un dato, anche se voi li conoscete meglio di me. L'Italia fa registrare un tasso di occupazione storicamente basso e decisamente al di sotto della media europea: nel 2021 secondo Eurostat è stato pari al 58,2%, oltre 10 punti in meno rispetto alla media europea, e con un gap che, di anno in anno, continua ad aumentare; la situazione peggiora ulteriormente considerando l'occupazione femminile che nel 2021 non ha raggiunto il 50%, 14 punti in meno sotto la media europea; i salari dei lavoratori italiani sono praticamente bloccati da oltre trent'anni. Il dato scioccante è che l'Italia è l'unico Paese dell'Unione europea che ha salari più bassi rispetto al 1990 quando, per intenderci, noi non avevamo neanche i telefonini; mentre in altre Nazioni, cito la Germania e la Francia, ci sono stati incrementi anche del 30%. Significa che c'è un'emergenza, come dice il segretario Landini? Sì. Significa che le ricette utilizzate finora hanno funzionato? Temo di no. Significa che bisogna immaginare una strada nuova? Io penso di sì.

La strada che non è mai stata intrapresa finora è quella di puntare tutto sulla crescita economica. Vedete: noi veniamo da un mondo nel quale, spesso, ci è stato detto che la povertà si poteva abolire per decreto, che il lavoro si poteva creare per decreto e oggi si dice che per legge si possono garantire salari adeguati. Ma se fosse così allora dovrebbe essere lo Stato a creare ricchezza mentre le cose non stanno così. Purtroppo, noi lo abbiamo visto perché, nonostante i decreti, la povertà non è stata abolita ed anzi è aumentata.

La ricchezza la creano le aziende con i loro lavoratori. Quello che compete allo Stato è immaginare regole giuste e redistribuire la parte di ricchezza che gli compete. E se questa è la verità allora la sfida è mettere quelle aziende e quei lavoratori nella condizione migliore per creare una ricchezza che inevitabilmente si riverbererà su tutti. Per favorire la crescita occupazionale e per aumentare le retribuzioni, io credo che la base sia far ripartire l', sostenere il sistema produttivo, restituire all'Italia anche un po' di sana fiducia in se stessa e liberare le sue energie migliori.

È esattamente la visione che sta ad esempio alla base della riforma fiscale che ieri il Consiglio dei ministri ha approvato con una legge delega che, a mio avviso, è stata un po' frettolosamente bocciata da alcuni. Noi lavoriamo per consegnare agli italiani una riforma complessiva del sistema fiscale che migliori l'efficienza della struttura delle imposte, che riduca il carico fiscale, che contrasti adeguatamente l'evasione fiscale con un tax gap che è stabilmente intorno ai 100 miliardi di euro, nonostante gli interventi che si sono succeduti nel tempo. È una riforma che semplifica gli adempimenti a carico dei contribuenti e che crei un rapporto di fiducia tra lo Stato e il contribuente. Vogliamo in sostanza usare la leva fiscale come strumento base della crescita economica.

È una riforma, a mio avviso, che guarda con molta attenzione al lavoro, con interventi in favore dei redditi medio bassi e con importanti novità per i lavoratori dipendenti. E poiché ne parlo qui per la prima volta, perché è stata approvata ieri, vi offro volentieri qualche elemento in più degli obiettivi che ci diamo con la riforma fiscale.

Primo: una diminuzione progressiva delle aliquote Irpef, che non vuol dire far venire meno la progressività – che rimane -, ma nella nostra idea significa, ad esempio, ampliare sensibilmente lo scaglione di chi rientra nella prima aliquota, quella più bassa, per ricomprendere al suo interno molti lavoratori dipendenti.

Secondo: l'introduzione anche per i lavoratori dipendenti, come abbiamo fatto per gli autonomi, di una tassa piatta agevolata sugli incrementi di salario rispetto agli anni o all'anno precedente. Una sostanziale introduzione del riconoscimento del principio del merito perché, per come la vedo io, il merito è l'unico solo vero ascensore sociale che esista, chiaramente se accompagnato da pari condizioni di partenza da eguaglianza nel punto di partenza. E io penso che sia giusto riconoscere il valore di chi, in un momento difficile, si rimbocca le maniche di più, produce di più e lavora di più.

Terzo: vogliamo rendere interamente deducibili per lavoratori e datori di lavoro benefici come trasporto pubblico, , asilo nido, che vengono dati ai lavoratori dipendenti. Vogliamo elevare il tetto di quello che si chiama “fringe benefit” – ma che secondo me si chiama “beneficio marginale” – e renderlo monetizzabile in determinate circostanze, ad esempio nel caso della nascita di un figlio.

Quarto: vogliamo che i contributi del lavoratore agli enti bilaterali siano deducibili e vogliamo detassare le iniziative di solidarietà degli enti bilaterali stessi a favore dei lavoratori.

Quinto: vogliamo allineare i lavoratori dipendenti ai pensionati sulla “no tax area” sul livello più alto che attualmente è quello dei pensionati.

Sesto: vogliamo abbassare gradualmente l'IRES intervento che si rende necessario nel momento in cui entrerà in vigore la “global minimum tax” al 15%, chiaramente per non penalizzare la competitività delle nostre imprese a livello globale, ma non per tutte le società. Noi vogliamo abbassarla per quelle che investono e assumono a tempo indeterminato in Italia, mentre quelle che fanno elevati ricavi senza creare ricchezza e occupazione in Italia, per come la vedo io, possono continuare a pagare il 24%. Il principio che io vorrei cercare di realizzare, che il Governo vorrebbe cercare di realizzare, è: “più assumi meno tasse paghi”.

Settimo: vogliamo un rapporto completamente diverso tra fisco e contribuente, un rapporto che offra al contribuente, oltre alla necessaria semplificazione dei processi, maggiori garanzie contro uno Stato che molto spesso è sembrato vessatorio.

Anche qui, guardate, questo non significa tollerare l'evasione fiscale, come ho sentito dire, perché noi metteremo, finalmente, in rete le banche dati per combattere l'evasione. Questo significa però non confondere l'evasione fiscale con la caccia al gettito che molto spesso lo Stato italiano ha fatto negli ultimi anni. Questo non significa tollerare l'evasione fiscale, come ho sentito dire. Perché noi metteremo finalmente in rete le banche dati per combattere l'evasione, significa però non confondere l'evasione fiscale con la caccia al gettito che, molto spesso, lo Stato italiano ha fatto negli ultimi anni.

Insomma, anche la riforma fiscale è una riforma che si concentra soprattutto sui più fragili: ha questo obiettivo. Sul ceto medio, come abbiamo già fatto con la legge di bilancio, con la quale il Governo pur con le limitate risorse che aveva a disposizione, soprattutto a causa del caro energia, ha voluto dare un segnale particolarmente ai redditi più bassi, con interventi a tutela del potere di acquisto di famiglie e lavoratori, con l'innalzamento delle pensioni più basse, con il rinnovo del taglio due punti percentuali del cuneo fiscale  – che il precedente Governo aveva previsto terminasse lo scorso 31 dicembre – , e con l'aggiunta di un ulteriore taglio del cuneo fiscale, particolarmente sui salari più bassi.

Così come ieri abbiamo raggiunto un altro importante obiettivo – e confido che su questo saremo d'accordo -, modificando la destinazione di 300 milioni di euro che erano destinati a progetti vari per offrire il più significativo aumento di stipendio per un milione e duecentomila dipendenti della scuola, per dare una prima risposta di dignità a lavoratori fondamentali del nostro sistema che hanno oggettivamente dei salari inadeguati.

Sono scelte che rivendichiamo con orgoglio, consapevoli del fatto che si tratta dei primi passi verso l'obiettivo di garantire retribuzioni dignitose, che siano adeguate al lavoro svolto e al contesto socioeconomico nel quale ci troviamo. Ma voglio ribadire anche a voi con la stessa chiarezza, come ho già fatto in Parlamento qualche giorno fa, che per raggiungere questo obiettivo in una Nazione come l'Italia, caratterizzata da un'elevata copertura della contrattazione collettiva e da un elevato tasso di lavoro irregolare, io credo che l'introduzione del salario minimo legale non sia la strada più efficace.

Per una ragione semplice: perché io temo il rischio che la fissazione per legge di un salario minimo diventi non una tutela aggiuntiva, rispetto a quelle garantite dalla contrattazione collettiva, ma una tutela sostitutiva. E questo, mi dispiace, per come la vedo io, finirebbe per fare un altro grande favore alle grandi concentrazioni economiche che hanno come obiettivo quello di rivedere a ribasso i diritti dei lavoratori.

Io credo che la strada più efficace sia estendere i contratti collettivi ai settori non coperti, allargando ovviamente così la platea dei tutelati, combattere i contratti pirata, potenziare l'attività di contrasto al lavoro irregolare, intervenire per ridurre il carico fiscale sul lavoro, perché il nostro obiettivo di legislatura rimane un taglio del cuneo fiscale decisamente più significativo di quello che vediamo oggi.

A proposito di allargamento della platea dei tutelati, il segretario Landini ha affermato nella sua relazione che il sindacato deve aprirsi e allargare la rappresentanza a tutte le forme di lavoro (subordinato, autonomo, partita Iva) e che bisogna affermare, in sostanza, il principio “stesso lavoro, stessi diritti”. Sono d'accordo. Sono d'accordo da sempre: da sempre penso che il lavoro sia lavoro a prescindere dal contratto, che non ci debbano essere lavoratori di serie A e lavoratori di serie B, lavoratori che meritano la tutela sindacale e altri che non la meritano.

E allora forse uno dei grandi temi sui quali possiamo provare a lavorare insieme è un sistema di ammortizzatori sociali universale, che tuteli nello stesso modo chi perde il posto di lavoro, sia questo dipendente, autonomo o cosiddetto atipico. Dare a tutti le migliori garanzie possibili ma che siano le stesse, non costruire una cittadella di garantiti impermeabile a chi rimane fuori.

L'attenzione a tutte le forme di lavoro era la grande sfida anche della legge Biagi. Lo voglio ricordare perché tra due giorni ricorrerà l'anniversario dell'assassinio da parte delle Brigate rosse di Marco Biagi, di un uomo che ha pagato con la vita il suo contributo per riformare il mondo del lavoro, nello stesso agone nel quale tutti voi siete quotidianamente impegnati. E lo dico qui perché il sindacato è sempre stato impegnato nella lotta al terrorismo politico e ha, per questo, anche pagato un prezzo molto caro lungo la sua storia.

Noi pensavamo che il tempo della contrapposizione ideologica feroce fosse dietro le nostre spalle. Invece, in questi mesi, purtroppo, a me pare che siano sempre più frequenti i segnali di un ritorno alla violenza politica. Lo abbiamo visto con l'inaccettabile assalto da parte di esponenti l'estrema destra alla sede della Cgil, lo ritroviamo nelle minacce dei movimenti anarchici, che si rifanno alle Brigate Rosse. Penso che sia importante e necessario che tutte le forze politiche, i sindacati e i corpi intermedi combattano insieme contro questa deriva, senza eccezioni e senza tentennamenti. Perché la crisi sociale non ci aiuta e non ci aiuta neanche la crisi di una politica che è sempre tentata dalla strada facile di inseguire l'umore piuttosto che di indicare una rotta, assumendosene le responsabilità.

È certamente compito di qualsiasi Governo assumersi la responsabilità di operare delle scelte. Ed è quello che noi abbiamo tentato di fare, è quello che cerchiamo di fare ogni giorno. È quello che abbiamo tentato di fare, nonostante le critiche, anche del sindacato, quando abbiamo deciso quella che io considero una doverosa abolizione del reddito di cittadinanza per chi è in grado di lavorare. Voglio rispondere al segretario Landini che nella sua relazione chiedeva provocatoriamente: “Che gli hanno fatto i poveri al Governo?”. Non ci hanno fatto niente ed è esattamente per questo che non vogliamo mantenerli nella loro condizione di povertà, come purtroppo ha fatto il reddito di cittadinanza. È per questo che vogliamo offrire loro la possibilità di uscire da quella condizione. E l'unico modo che io conosco per uscire da quella condizione è il lavoro. Voglio fare anche io una domanda. Neanche nell'idea iniziale del Movimento Cinquestelle il reddito di cittadinanza era stato previsto come una specie di vitalizio, era previsto come uno strumento transitorio. C'è gente che ha preso per tre anni e che oggi si trova esattamente la condizione di partenza.

La domanda che ho da fare è: “Un ragazzo di trent'anni che prende il reddito di cittadinanza per tre anni, senza per questo – e attraverso questo strumento transitorio – migliorare la sua condizione formativa e migliorare la sua condizione di lavoro, a 33 anni e dopo tre anni, è più ricco o più povero?”.

Il reddito di cittadinanza è una misura che ha fallito gli obiettivi per i quali era nata perché c'era a monte un errore dal mio punto di vista. Quell'errore era mettere nello stesso calderone chi poteva lavorare e chi non poteva farlo, offrendo a tutti la stessa risposta, sovrapponendo e confondendo gli strumenti di contrasto alla povertà e gli strumenti di assistenza con le politiche attive del lavoro, con il risultato di disincentivare l'offerta di lavoro e di favorire il lavoro irregolare.

Sinceramente penso che non esista una platea più adeguata per dirlo, ma io non credo che chi è in grado di lavorare debba essere mantenuto dallo Stato, con i proventi delle tasse di chi lavora duramente, percependo spesso poco più di chi prende il reddito di cittadinanza. Credo che la strada sia un'altra. Noi intendiamo continuare a tutelare chi non è in grado di lavorare: pensionati in difficoltà, famiglie prive di reddito con minori a carico, over 60 che hanno perso il lavoro e invalidi. Per chi può lavorare la soluzione è proporre posti di lavoro dignitosi – ed è quello che stiamo lavorando per fare – o inserire queste persone in percorsi di formazione, anche con un minimo di retribuzione durante la formazione, in settori nei quali è richiesta la manodopera. Confido che sempre di più nei prossimi mesi e nei prossimi anni possano aprirsi opportunità anche in settori nuovi, che siano legati a chiare scelte strategiche di sviluppo, che stiamo cercando di mettere in campo.

Sono d'accordo con Landini quando dice che c'è stata in passato un'assenza di chiare scelte di politica industriale. È una mancanza di visione che inevitabilmente ha frenato la nostra crescita economica e che ha reso l'Italia troppo dipendente all'estero in molti settori che erano anche strategici. Noi stiamo cercando di invertire questa tendenza, con indirizzi il più possibile chiari su quale debba essere il ruolo di questa Nazione nell'attuale contesto globale.

Penso al lavoro che stiamo facendo, ne abbiamo parlato in uno dei nostri incontri con la Cgil, per realizzare l'obiettivo di trasformare l'Italia nell'hub di approvvigionamento energetico d'Europa, investendo nel Mediterraneo allargato, particolarmente con quello che chiamiamo “Piano Mattei”, un modello di cooperazione non predatoria per creare catene del valore prossime e per aiutare i Paesi africani a vivere bene anche grazie alle risorse delle quali dispongono. Questa rimane la più seria, strutturale e umana risposta anche al tema delle migrazioni.

Se in passato non c'è stata una chiara scelta di politica industriale, io penso sia accaduto anche perché una politica che aveva un orizzonte breve non aveva interessi ad andare con lo sguardo oltre quell'orizzonte. Una politica industriale di lungo periodo non può essere accompagnata da governi che durano qualche mese. Mi pare questo sia evidente a tutti. Non ci rendiamo conto di quanto abbiamo pagato, in questi anni, la nostra instabilità politica, quanto abbiamo pagato in termini di affidabilità a livello internazionale, di credibilità verso chi voleva magari investire da noi, in termini di concentrazione delle energie e delle risorse su grandi obiettivi strategici.

Questa è la ragione per la quale continuo essere certa che una riforma in senso presidenzialista, o comunque un'elezione del vertice dell'Esecutivo, nelle forme che il Parlamento riterrà, sia per rispetto della volontà popolare, quindi per rapporto completamente diverso tra i cittadini e le istituzioni ma anche per stabilità, una delle più potenti misure di sviluppo che possiamo immaginare per questa Nazione.

Tra i temi trattati dal segretario Landini nella sua relazione ce ne sono diversi che stanno particolarmente a cuore al Governo. La dignità degli anziani: abbiamo varato – come è stato ricordato – il “Patto per la Terza età”. Un disegno di legge delega che pone le basi di una riforma strutturale delle politiche in favore degli anziani e contro la loro marginalizzazione e contro la loro solitudine. È stata approvata in uno dei due rami del Parlamento senza alcun voto contrario. Il nostro obiettivo è approvarla definitivamente entro il 31 marzo. Sono d'accordo sul fatto che ovviamente vada accompagnata da risorse adeguate.

C'è poi il tema della natalità, i cui dati ci raccontano che stiamo affrontando, non un inverno demografico ma una glaciazione demografica. Per affrontare questo problema, che è il nostro “Pil demografico”, gli anni di futuro che abbiamo davanti, che è un tema di welfare – come voi sapete benissimo -, perché con una popolazione che continua invecchiare, noi rischiamo di avere sempre più persone da mantenere e sempre meno persone che lavorano per mantenerle.

La sfida è quella di un piano imponente, economico ma anche culturale, per rilanciare la centralità della famiglia che è l'elemento fondamentale nella creazione di ogni società, partendo proprio dal sostegno al lavoro femminile, dall'incentivo alle imprese che assumono donne e neomamme, dal sostegno agli strumenti di conciliazione dei tempi casa-lavoro, e da una tassazione che torni a tenere conto della composizione del nucleo familiare.

Così come credo che vada data una risposta forte all'aspirazione delle giovani coppie a metter su famiglia, anche aiutandoli acquistare casa. Nella legge di bilancio abbiamo voluto dare alcuni primi segnali: penso all'aumento del 50% dell'assegno unico per i figli per il primo anno e per i primi tre anni per le famiglie numerose; penso ad un primo intervento che abbiamo realizzato sul tema del congedo parentale; penso alla scelta di rinnovare gli interventi agevolativi in favore delle coppie per l'acquisto la prima casa; penso anche alla scelta che abbiamo fatto, non so perché nessuno ci avesse pensato prima, di prevedere il diritto per chiunque abbia un mutuo a tasso variabile di convertirlo in mutuo a tasso fisso.

C'è, certo, ancora moltissimo da fare ma su questo la nostra concentrazione è massima, come lo è in tema di contrasto alla violenza contro le donne, altro tema che è stato richiamato dal segretario Landini. Una piaga che è molto molto lontana, purtroppo, dall'essere sconfitta. Sono temi sui quali le istituzioni, la politica e il sindacato dovrebbero fare gioco di squadra.

Io sono pronta, lo ribadisco, a fare la mia parte. Su alcune cose sarà più facile trovare condivisione, su molte altre immagino parecchio difficile. Ma questo non vuol dire che non si debba tentare. All'esito di un confronto con i ministri ieri ho contato oltre 20 incontri del Governo con i sindacati in 20 settimane di governo. A differenza del segretario Landini, io non considero finto questo confronto, altrimenti non avrei alcuna ragione di perderci tempo. Lo considero produttivo anche quando non siamo d'accordo banalmente perché, come dicevo in apertura e concludo, se il nostro approccio è sincero, io posso sempre imparare anche da chi è molto distante da me. Bisogna avere l'umiltà di non partire da un pregiudizio e io non intendo partire da alcun pregiudizio perché è mia responsabilità rappresentare tutti gli italiani.

Nel giorno dell'Unità d'Italia, della Costituzione, dell'Inno e della Bandiera, voglio dire: rivendicate senza sconti le vostre istanze nei confronti del Governo. A volte saremo d'accordo, riusciremo a fare cose insieme, a volte non saremo d'accordo. Ma io vi garantisco che quelle istanze troveranno sempre un alcun ascolto serio e privo di pregiudizi, perché questo è l'impegno che mi sono presa nei confronti di tutti gli italiani.

Ed è l'impegno, uno dei tanti, che intendo portare avanti.

Grazie.

Giorgia Meloni
Giorgia Meloni
Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana.
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