La macchina del fango contro la Meloni: strani segnali di avvertimento?

Da quando Fratelli d’Italia ha “osato” dire no a Draghi, è cambiato il trattamento nei confronti del partito, e in particolare di Giorgia Meloni. Se prima i media mainstream e della sinistra le riservavano un’attenzione diversa, allo scopo di aumentare le divergenze in particolare con Salvini, ora su Fratelli d’Italia si scarica tutta la macchina della demonizzazione della sinistra: che ha sempre bisogno di indicare un nemico, e che non può più farlo nei confronti dei nuovi, ancorché indigesti, alleati di governo, i leghisti. L’incidente dell’ (ahimè) collega Gozzini assume una chiave inquietante se collegato ad altri eventi occorsi pochi giorni dopo: il misterioso attacco hacker a un esponente di rilievo come Guido Crosetto fino alla fake news dei soldi ai rom ceduti nella busta del pane al distributore di benzina.

Una vicenda grottesca, su cui persino i pm (storicamente non predisposti verso il centro destra) hanno deciso di non indagare e che, nonostante le smentite del cosiddetto “pentito”, la stampa di sinistra continua a insistere. Sono tre casi molto diversi e può essere che non vi sia alcun nesso tra loro. Ma ci conducono ad almeno tre considerazioni: la prima è che l’opposizione di Fratelli d’Italia non è tollerata. Un determinato sistema di potere avrebbe potuto ben accogliere un’opposizione da sinistra a Draghi, tipo quella di un Fratoianni, ma non gradisce che essa venga da destra. Evidentemente l’opposizione di estrema sinistra è del tutto funzionale al sistema, mentre quella conservatrice è considerata un vulnus perché difende la nazione.

Seconda considerazione. A parte il caso Gozzini, che però ci fa capire cosa si pensi di nelle cene (anche clandestine) della intellighentsia rossa, gli altri due casi, Crosetto e busta del pane, sono annoverabili sotto la voce “avvertimenti”. Chi abbia lanciato questi non lo sappiamo, ma è evidente quanto siano finalizzati a minacciare, a spargere sospetti, a far credere che qualcuno, da qualche parte, possa essere in possesso di fake un po’ più credibili e strutturate che non la busta del pane davanti a un distributore. Nei regimi comunisti questa tecnica si chiamava disinformacja e aveva l’obiettivo di screditare e di isolare la vittima, spesso un dirigente dello stesso regime, che poi sarebbe stata colpita in un secondo momento, se avesse continuato la condotta non gradita.

Tutto questo caso si colloca poi, ed è la terza considerazione, in un contesto in cui sono assai acute le spinte verso la depoliticizzazione del sistema politico, cioè verso l’indebolimento dei vari attori politici. Sarà un caso, ma giorni fa, il vero capo dei 5 stelle, Grillo (non eletto) ha scelto un non eletto (Conte) per sostituire Di Maio come leader. Poi Zingaretti è stato più o meno costretto alle dimissioni. E ora saltano fuori misteriosi pentiti contro Berlusconi e, appunto, contro Meloni.

Nel 1992, dopo la formazione del governo di Giuliano Amato, la magistratura operò un’azione di depoliticizazzione del sistema, mentre l’esecutivo (Mario Draghi era direttore generale del Tesoro) procedeva a una serie di privatizzazioni e di cessioni, anche a gruppi stranieri, contro cui si batté inutilmente il ministro Guarino. E oggi il progetto del governo è quello di “cedere sovranità”. La storia non si ripete mai. Forse.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.

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