L”antirazzismo” voleva impedire a Zemmour di parlare: un segnale inquietante dalla Francia

Ci siamo: la macchina Zemmour è partita. Anche se, si badi bene, non è detto che arrivi in porto perché, per accedere alla contesa presidenziale, cioè per diventare candidato a tutti gli effetti, serve raccogliere un notevole numero di firme di eletti locali, e senza una struttura di partito non è cosa scontata.

Dando tuttavia per probabile la candidatura, ieri al primo meeting nella periferia di Villepinte, abbiamo avuto un’anticipazione di cosa potrebbe essere la campagna. I militanti “antirazzisti” che vogliono impedire, “democraticamente”, secondo la loro concezione di democrazia, a un avversario politico di esprimersi: i simpatizzanti e militanti di Zemmour che cercano di garantirne l’”agibilità democratica”, per usare il linguaggio sinistrese, ovvi tafferugli, anche piccoli, come è il caso quindi copertura mediatica all’insegna di “candidato di estrema destra e violenza ai suoi comizi”. Fino al grottesco titolo di “Le Monde” che recita “militanti antirazzisti aggrediti dai simpatizzanti di Zemmour”, come se questi ultimi avessero interrotto un incontro dei sedicenti antirazzisti quando invero è accaduto tutto il contrario.

Piccolo particolare; la polizia non ha fatto nulla. Prefetto distratto o governo interessato ad alzare la tensione? Non lo sappiamo. Notiamo solo che in Italia tra il 1920 e il 1922 la polizia dei governi liberali interveniva poco contro gli assalti dei fascisti ai sindacati e ai partiti di sinistra, mentre oggi le forze dell’ordine, che dovrebbero essere in teoria neutre, spalleggiano i violenti rossi, camuffati da “anti razzisti” (come sappiamo l’”antirazzismo” è una ideologia che nulla ha a che vedere con la lotta al razzismo)

Tutto risolvibile con un buon servizio d’ordine. Non è detto però che a Zemmour la polarizzazione dispiaccia troppo però, soprattutto all’inizio. Per un candidato per il quale il vero conflitto del presente è di carattere culturale e identario più che economico e politico, è uno “scontro di civiltà”, tra una Francia francese che vuole mantenere la propria identità e una “post Francia”, potremmo dire.

Su questo piano, Zemmour ha totalmente ragione. Il clivage oggi è quello identitario e culturale, da cui poi discende anche quello economico: sei contro le tasse, contro il socialismo e contro l’assistenzialismo perché questi ultimi sono strumenti del globalismo livellatore. Per questa ragione se sei sovranista devi per forza essere conservatore, e se sei conservatore devi per forza essere sovranista: sostituiamo “sovranismo” con “nazionalismo” (che non è una parolaccia) e avremo appunto il nazional-consevatorismo, di cui Zemmour è uno splendido portabandiera.

La nave è partita: ci auguriamo arrivi in porto, anche se i suoi avversari, a cominciare da Macron, che controlla il Ministero di Grazia e e quindi anche i publici ministeri, oltre che ovviamente i servizi, faranno di tutto per farla andare a picco.

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.

2 Commenti

  1. “Genopolitics is the study of the genetic basis of political behavior and attitudes. It combines behavior genetics, psychology, and political science and it is closely related to the emerging fields of neuropolitics (the study of the neural basis of political attitudes and behavior) and political physiology (the study of biophysical correlates of political attitudes and behavior).” [https://www.youtube.com/watch?v=S58DZ_mbYRk&t].

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