Le grandi manovre di sulla Federal Reserve

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l’aveva annunciato già da parecchio tempo. Quella dell’emergenza è la classica palla presa al balzo (1).

Tuttavia, quel “giving the Treasury access to its printing press” non significa modifica, deroga, stralcio dei banking act accedendo al mercato primario delle obbligazioni governative secondo l’agognato schema hamiltoniano, ma gestire più direttamente la politica di accesso all’open market.

Draghi sta suggerendo di fare la stessa cosa. Nell’articolo pubblicato dal Financial Times(2) si nota come quel “change of mindset” consista nell’invitare le banche centrali nazionali a finanziare l’emergenza direttamente.

L’ex capo della Bce, proprio in ragione di un disastro che egli stesso giudica di dimensioni bibliche evoca un nuovo whatever it takes di carattere infinitamente più urgente ma soprattutto dalle intenzioni antipodicamente opposte rispetto a quello precedente. Un “cambiamento di mentalità” che presagisce la necessità di implementare strumenti che vanno ben al di là dell’inutilizzato programma OMT e/o del più illimitato degli alleggerimenti quantitativi, che arrivi dunque a coinvolgere l’intero sistema bancario e creditizio, a finanziare l’emergenza a fondo perduto, ovvero tramite l’emissione di speciali obbligazioni governative di tipo perpetuo, senza scadenza ovvero senza rimborso che le banche centrali nazionali monetizzerebbero direttamente, per affrontare le incalcolabili ricadute economiche di questa crisi del tutto esogena dove l’assenza di alternative è proprio la necessità impellente di evitare la distruzione del sistema produttivo, oltre a impedire i suicidi, i disordini sociali e la guerra civile che scatenerebbe a brevissimo una mancata o ritardata azione da parte dell’esecutivo.

Draghi lascia intendere che non è attraverso la Bce che gli Stati affrontano l’emergenza. In questo senso propone di replicare in Europa ciò che sta già facendo.

Siamo nella fase della socializzazione delle perdite, ma Di Maio conferma di non aver capito in quale misura, e quello che dice è preoccupante. Ha detto che occorre fare debito per fare investimenti pubblici e far ripartire l’economia, confermando la visione knappiana e neomarxista dell’economia che accomuna buona parte dell’arco parlamentare ora al governo. Quel che stanno dicendo e facendo tutti gli altri è fare debito per erogare credito alle imprese, che sono quelle capaci di creare ricchezza. È con la ricchezza creata dalle imprese, che puoi permetterti di fare investimenti pubblici. È una differenza sostanziale.

Giovanni Moretti, 28/03/2020

note
(1) https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2020-03-27/federal-reserve-s-financial-cure-risks-being-worse-than-disease
(2) https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b

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Giovanni Moretti
Giovanni Moretti è nato a Torino nel 1963. Specialista in architetture informatiche e servizi ICT, ha studiato e lavorato per più di trent'anni per grandi multinazionali del settore per trovarsi ora in un percorso a ritroso che era iniziato in giovinezza con l'algebra di George Boole, poi proseguito in direzione di Gottlob Frege raccogliendo, strada facendo, una profonda passione per la filosofia
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