Le Olimpiadi e la vergogna dell’oblio su Hiroshima

A 76 anni dallo sgancio del “ragazzino” su Hiroshima e poi del “grassone” su Nagasaki il nostro cuore si ferma a pensare alle milioni di vittime di quelle esplosioni.
Non si sono, invece, fermate le Olimpiadi per osservare il dovuto minuto di silenzio in ricordo di quelle tragedie.

In nome del politically correct

Forse il Giappone vuole solo guardare avanti, ma alcuni rituali servono ancora, perché la minaccia nucleare è tutt’altro che sopita. O forse, dietro il diniego del CIO alla commemorazione – risolta con la semplice deposizione di fiori a metà luglio da parte del suo Presidente Thomas Bach ad Hiroshima e del vicepresidente John Coates a Nagasaki – ci sono interessi geopolitici che vanno oltre il doveroso ricordo.

L’affaire della “pioggia nera” americana sul Giappone riguarda una ferita mai rimarginata, che già nel 1964 aveva costretto l’imperatore Hirohito a posticipare le Olimpiadi di Tokyo ad ottobre, proprio per non far cadere le competizioni sportive nei giorni della memoria ed evitare crisi diplomatiche con gli USA, e che oggi costringe il Primo Ministro Suga a troncare in diretta un discorso già diffuso al pubblico proprio sul passaggio dei Giochi in nome del politically correct.

Il minuto di silenzio

La colpevole assenza del minuto di silenzio a “Tokyo 2020” ha sortito l’effetto contrario, alimentando le polemiche, facendo tornare a scavare l’opinione pubblica nella ferita di Hiroshima e di Nagasaki, ed è addirittura riuscita a ricomporre il fronte pacifista e quello favorevole al riarmo in un’unica massa critica, con al centro le proteste degli hibakusha, i 50mila sopravvissuti all’olocausto delle bombe.

Perché, come ha dichiarato il presidente dei comitati delle vittime Toshiyuki Mimaki, era difficile pensare che un minuto di raccoglimento per Hiroshima potesse “disturbare i Giochi”.

Dietro alle imbarazzanti strategie del Comitato Olimpico si nasconde un atteggiamento diplomatico contrario a qualunque interpretazione dei principi decoubertiniani e quasi riverente nei confronti degli Usa, che mai hanno voluto chiedere scusa per aver commesso la più catastrofica strage contro la popolazione civile nella storia delle guerre. Neanche il Premio Nobel per la Pace Obama in visita nel Giappone nel 2017 fece un passo indietro sulla questione e lo stesso Jhon Kerry, all’epoca segretario di Stato americano nonché primo funzionario statunitense a entrare nel Bomb Dome – dichiarò  che  “non è interesse di nessuno riaprire discussioni”.

Ed ecco che le Olimpiadi del 2021 iniziano con la commemorazione degli 11 atleti israeliani uccisi dal terrorismo palestinese durante i Giochi di Monaco, ma ignorano i 140 mila civili giapponesi morti nelle due esplosioni nucleari e cancellano senza pietà dalla memoria universale i sopravvissuti esposti agli effetti devastanti dell’uranio e del plutonio.

Le “donne radioattive

Tra questi meritano uno specifico ricordo le “donne radioattive”, le migliaia di ragazze colpite dalla radiazione e trattate come appestate, messe ai margini della società, “intoccabili” dagli uomini e per questo non destinate a matrimonio e costrette a scappare all’estero.

Di fronte a tanto scempio e a tanto dolore ci si sarebbe aspettato che, a guerra finita e ad armi deposte, l’America avesse un sussulto di umanità, mentre a quanto pare per gli inglesi d’Oltremanica vale solo il dettame di Brenno: “Vae victis”, siano questi i pellerossa o i giapponesi, perché i nemici non sono ritenuti uomini.

Cinzia Pellegrino
Coordinatore nazionale del Dipartimento tutela Vittime di Fratelli d’Italia

Cinzia Pellegrino
Coordinatore Nazionale del Dipartimento Tutela Vittime di

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Giovanni

La solita ipocrisia dei vincitori, ci spaccano i maroni con la giornata della memoria degli ebrei, probabilmente l’11 settembre ci spaccheranno i maroni sulle vittime delle due torri. Ma una giornata della memoria in ricordo delle vittime di Hiroshima e Nagasaki? Delle vittime di Sabra e Chatila? Dei nativi americani massacrati a Sand Creek e a Wounded Knee?

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