Pantani non era solo quando morì

L’ultimo dei ciclisti a realizzare la grande accoppiata Giro-Tour, ovvero la vittoria Giro d’Italia e al Tour de France nello stesso anno, Marco Pantani, è stato anche colui che per un periodo sembrò rinverdire i fasti del ciclismo mondiale, riuscendo a trascinare con sé quegli entusiasmi che si erano assopiti.
Per gli italiani, poi, il Pirata, come Pantani era stato soprannominato, significò davvero il riaccendersi di una luce fulgida dove da troppo c’erano stati soltanto lampi. Quest’uomo piccolino, magro da risultare quasi ossuto, con l’immancabile bandana sulla pelata, era un miracolo del ciclismo. Uno dei più grandi scalatori di sempre, capace di salire “in piedi” sui pedali per chilometri su strade buone per le capre, era anche un fondista e uno scattista di tutto rispetto. In più, aveva la prima dote del ciclista di gran classe: un indomabile spirito di sacrificio, la capacità di saper soffrire oltre l’umano per raggiungere il traguardo.
Per lui, per il Pirata, la gente tornò a seguire sulle strade il giro d’Italia, le grandi speciali, le trasmissioni dedicate al ciclismo come negli anni d’oro del “processo alla tappa” di Adriano De Zan. Per lui, e grazie a lui, tanta gente non dimenticherà mai le emozioni che possono dare uomini che si sfidano in sella a una bicicletta. Per lui, e con lui, in tanti hanno sofferto…
Si era già fatto notare per le sue grandi capacità, quando esplode letteralmente come ciclista professionista ottenendo due vittorie di tappa al Giro d’Italia dove alla fine della gara è secondo, e terzo si classifica al Tour de France dello stesso anno. Nel 1995 gli capita la prima delle grandi sfortune che hanno segnato la sua breve vita: mentre si prepara per il Giro d’Italia, finisce sotto a un’automobile. Così non può partecipare al Giro e si prepara direttamente per il Tour. Nella corsa francese si ritrova presto, anche a causa delle condizioni del ginocchio, ad avere un grosso ritardo dalla vetta della corsa. Il 12 luglio, sull’Alpe d’Huez, va comunque all’attacco a 13 km dal traguardo, stacca i principali avversari, raggiunge e supera il gruppetto di testa e ottiene la vittoria di tappa. Alcuni giorni dopo, nella tappa pirenaica di Guzet Neige, trova il secondo successo, questa volta dopo una lunga fuga di 42 km che entusiasma letteralmente tutti, anche chi non tifava per lui.
Continua la sua ascesa nell’Olimpo dei grandi ciclisti fino al 1998 dove assesta la doppietta Giro-Tour, il primo italiano a riuscirci dopo Fausto Coppi. Erano anche 35 anni, dall’epoca di Felice Gimondi nel 1965, che un italiano non vinceva la Grande Boucle. Dopo Pantani dovranno trascorrerne altri 16 prima che Nibali torni a vincere il Tour nel 2014.
Il 1999 si aprì dunque per il Pirata sotto i migliori auspici, con la vittoria nella Vuelta a Murcia, e con ottime chance di vincere di nuovo il Giro d’Italia dove a due tappe dalla fine è primo con 5 minuti e oltre sul secondo. Ma è allora che viene fermato. Non da un incidente, non dal caso, e nemmeno da un avversario più forte ma dai valori del suo ematocrito. Infatti, a un controllo, Pantani risulta avere un valore del 52% contro il 51% tollerato. Un ridicolo 1% sui 50 accettati. Basta questo per finire sulle prime pagine di tutti i giornali , non solo quelli sportivi, rimediare una sospensione di 15 gg, e quindi l’esclusione dal giro che è vinto da uno spagnolo. A detta di Andrea Agostini, all’epoca portavoce della Mercatone Uno, Pantani effettua altri due controlli: il venerdì sera e il sabato pomeriggio, quest’ultimo presso un centro medico specializzato di Imola. Entrambi evidenziarono un valore di ematocrito del 48%. Pantani da forse fastidio a qualcuno? Si potrebbe rispondere che da fastidio a molti, che da quando ce lui le scommesse clandestine hanno problemi, ma su un presunto complotto contro il Pirata sono stati versati fiumi d’inchiostro senza che si arrivasse a qualcosa di concreto. Certo è che per Pantani quel dubbio, quell’idea di doping, è devastante. A detta di molti la carriera ad alti livelli di Pantani si conclude con tale episodio. Dopo aver spaccato per l’ira un vetro nell’albergo, accerchiato dai giornalisti e accompagnato dai carabinieri mentre stava per lasciare la corsa, dice: “Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile.” Quasi un epitaffio.
E in effetti, per lui inizia una sorta di discesa verso gli inferi. Superfluo ora ripercorrere tutti i suoi momenti no, i suoi tentativi di tornare al grande sport, le frustrazioni, gli “amici” che ti abbandonano, e nulla che sembra andare per il verso giusto. Arriva la depressione per Marco Pantani, e anche il ricovero in clinica, per poi tornare a casa ma senza aver risolto. E così fino al 14 febbraio del 2004 quando il Pirata viene trovato morto nella stana D5 del residence Le Rose di Rimini. L’autopsia indica che la morte era stata indotta da un doppio edema polmonare e cerebrale causato da un’overdose di cocaina. Una sorta di disperato “suicidio” quello del grande campione?
In molti, la mamma e tutta la famiglia in primis, non se ne sono fatti una ragione. Per anni si è parlato che forse Marco continuava a dare fastidio, magari a sapere troppo di quello che accadeva in un mondo improvvisamente riconosciuto pieno di problemi. Così per anni si sono tentate ricostruzioni e si sono indicate stranezze in quello che accadde nel residence quel giorno in cui Marco morì. Fino ad oggi, che a parlare è addirittura Umberto Rapetto, già generale di brigata della Guardia di Finanza, che davanti alla Commissione Antimafia, ricostruisce gli ultimi momenti di vita del Pirata e analizza dei punti oscuri delle indagini. “Quando Marco Pantani morì qualcuno era in albergo con lui”, esordisce Rapetto, e continua: “Non si può pensare che sia stato lui a strisciare il braccio prima di esalare l’ultimo respiro, qualcuno era con lui”, come ha sempre sostenuto contro tutti la famiglia.
Rapetto ha anche fatto notare che l’albergo era facilmente accessibile anche senza passare per la reception, e ha attirato l’attenzione di tutti su una pallina bianca che era nella stanza di Marco, vicino al corpo di Pantani, ma “rimasta intonsa anche in una pozza di sangue, come se fosse stata calata giù con una canna da pesca”.
Dunque, cosa c’è ancora da sapere sulla morte di questo grande campione così prematuramente scomparso? Oppure Marco Pantani è destinato anche lui a quello scaffale polveroso di “Cold Case” in Italia così pieno di personaggi famosi?

RK Montanarihttps://www.lavocedelpatriota.it
Viaggiatrice instancabile, appassionata di fantasy, innamorata della sua Italia.
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