Per il Fatto la Meloni non può parlare di Patria, altrimenti c’è pericolo fascismo.

Dalle colonne del Fatto Quotidiano oggi è di scena la scrittrice Daniela Ranieri, che si lancia in un’invettiva nei confronti della Meloni, rea di essersi definita patriota e conservatrice. E questo è invero il tema centrale del dibattito politico di questi giorni, dopo la kermesse di Atreju in cui Giorgia ha definito gli obiettivi programmatici ed ha tracciato il perimetro valoriale in cui si colloca il partito: fare a gara a sfilarle dalle mani le matrici. non può parlare di Patria, è il prodromo di un pericoloso nazionalismo. Anche il patriottismo dunque oggi è esclusivo appannaggio della sinistra, che sola è in grado di interpretarne il senso. Peccato che fino ad oggi il termine patriota a sinistra fosse considerato poco meno che una bestemmia. Il pezzo della Ranieri si colloca in questo solco ed è la risultanza di tutto il ciarpame intellettuale radical chic, ben confezionato, ma farcito di errori marchiani sia nelle analisi che nei contenuti di merito.

E’ assai buffo e singolare il contenuto del pezzo, riassumibile in poche righe: il concetto di Patria è pericoloso, vi si edificò il mito del fascismo e costituì giustificazione della deportazione degli ebrei. La se parla di Patria deve necessariamente fare riferimento alla Costituzione che è nata dalla resistenza, non lanciare pretese riforme costituzionali in senso presidenzialista e proporre al assieme al centrodestra Berlusconi, che tutto è – anche vicino ad ambienti mafiosi – ma non patriota.

Ebbene, prendere come punto di riferimento la genesi della Costituzione è un’operazione evidentemente strumentale e peraltro intellettualmente disonesta. E’, o dovrebbe essere, infatti noto che la carta Costituzionale nasce da un processo di sintesi delle molte anime che avevano preso parte al percorso di ricostruzione politica dopo la guerra ed il ventennio fascista. Volutamente si dimenticano gli apporti delle componenti cattoliche, peraltro la DC aveva in costituente una schiacciante maggioranza, e di quelle liberali. Ma questi aspetti si omettono nella narrazione perché occorre polarizzare il dibattito anche nella lettura storica. Occorre creare l’eroe e l’antieroe e non c’è spazio per interpretazioni più evolute e complesse. E’ d’uopo sbandierare lo spettro del fascismo e dell’antisemitismo, questo sì per rivolgersi con i toni standardizzati a quel milieu culturale che ha abbondanti ambiti di confort forniti dal mainstream. Questo atteggiamento rende molto quando si ha necessità di essere accettati dai circoli culturali in vista. E’ un lanciarsi nell’esercizio di stile della critica “a prescindere”, come dovere quasi marziale imposto dall’intellighenzia di sinistra e di un pezzo di questo tenore ci si potrà certo fare fregio negli aperitivi in cui si incontrano quelli che contano e che siedono nelle giurie dei premi letterari.

Nel merito, poi, si ricorda che la politica ha il dovere di formulare proposte politiche ed è un merito della politica quando queste proposte sono coraggiose. La riforma costituzionale in senso presidenziale è una proposta concreta, incardinata alla Camera, su cui sta nascendo un dibattito bipartisan e per cui varrebbe la pena di spendere un minimo di ragionamento, mettendo per un attimo da parte lo scherno con la puzza sotto al naso.

Ma v’è di più, e l’autrice arriva addirittura ad immaginare ad Atreju la presenza di Boris Johnson, mettendogli in bocca parole che non ha mai proferito, per il semplice fatto che Johnson ad Atreju non è mai intervenuto. Questo tuttavia accade quando si presta al giornalismo, che dovrebbe contribuire a riportare fatti oggettivi, chi scrive romanzi, che invece contribuisce a costruire storie e ad incidere sull’immaginario.

Sull’analisi politica non ci sarebbe da spendere argomenti perché l’autrice, nel delirio descrittivo, dipinge la assente dalla politica nell’ultimo biennio. Peccato che il popolo, quello così spesso dimenticato dai democraticissimi sinistri, dica l’esatto contrario, considerato che in questi due anni Fratelli d’Italia si è saldamente attestata all’apice della politica italiana, con consensi che superano il 20%.

E infine, come mancare l’occasione ghiotta di ribadire il sempreverde refrain di un Berlusconi accostato a logiche mafiose, per delegittimare la proposta del centrodestra per il Quirinale?

Gioco facile e anche un po’ naif, ma come un Giano bifronte, da un lato vestendo la potestà censoria della coltissima sinistra ci si scandalizza per la proposta, salvo aver dall’altro incassato nel tempo, dalle colonne dei giornali dell’impresentabile Cavaliere, sterminati spazi e ottime recensioni. Quando è stato il momento di prendere di accuse di collateralismo a cosa nostra non se ne sono sentite.

E salta subito all’occhio invece quanta poca Patria ci sia in queste visioni partigiane e quanto poco senso comune, se ancora oggi, per colpire l’avversario politico, occorre ballare sulle macerie di un conflitto che ha dilaniato l’Italia, lacerandola fin nel profondo, e risvegliare fantasmi che a destra in verità non hanno alcun diritto di cittadinanza.

1 commento

  1. Commentare…..?? C’e’ poco da commentare, tutto si potrebbe risolvere in poche parole.
    Povera Italia, e’ tutto da rifare. Peccato, perche’ chi cerca di farlo, viene condannato, peccato che 60 milioni ci credono………!!! Neanche la mano di Dio potra’ cambiarli.

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