Quegli emigranti italiani dimenticati

Emigranti dimenticati

Leggere per apprendere, studiare per conoscere, documentarsi per sottrarsi al giogo terribile della disinformazione. Trascorrere il proprio tempo con un buon libro significa scegliersi un’ottima compagnia, stringere amicizie autentiche con uomini, donne e mondi che chiedono il dono del ricordo. La carità del riportare in vita narrazioni dimenticate o, ingiustamente, volutamente insabbiate, respinte e reiette nell’angolo della dimenticanza. L’uomo di lettere non deve semplicemente fare sfoggio delle proprie abilità narrative: è chiamato a ospitare la verità, la storia degli eventi, tracciando testimonianze e perimetri di solida ricostruzione scientifica. La deontologia dello studioso non accetta di ripiegarsi nell’irrilevanza autocompiacente, nell’erudizione fine a se stessa. Edificare sul passato, progettando un futuro di possibilità nuove, iniettando speranza e pensiero. I libri sono luoghi fisici che trascendono lo spazio e il tempo. E lo scrittore ne è aedo responsabile, voce predicante che esige ascolto.

L’ultimo libro di Marco Valle, intitolato Patria senza mare. Perché il mare nostrum non è più nostro. Una storia dell’Italia marittima, ed. Signs Books, 2022, suscita incanto e trasporto sin dalle primissime battute. L’amore per il mare, la conoscenza degli avvenimenti passati, dalle grandi battaglie ai personaggi meno noti, ci abbraccia, conducendoci tra le onde del sapere, tra le meraviglie, e gli orrori, dei secoli passati, emozionandoci e seducendoci ad ogni pagina, ad ogni riga. Un viaggio che consiglio a tutti i lettori.

Mi soffermo su alcune pagine struggenti e bellissime, che incantano come il canto mortale delle sirene. La penna di Valle scorre sul foglio, spargendo un inchiostro dal sapore amaro e, a tratti, persino velenoso. L’esodo migratorio italiano, tra XIX-XX sec., una delle pagine più tristi e vergognose della nostra storia. Riporto integralmente alcuni passaggi di rara intelligenza e profondità, lasciando che sia la voce dell’autore a narrarci uno spaccato antico e moderno, segno di un’umanità sopita e piegata a interessi altri, ieri come oggi: “Una tragedia per oltre quattordici milioni d’italiani che, tra 1870 e il 1914, abbandonarono la loro terra e un lucrosissimo affare per i grandi armatori. La prima fase dell’esodo riguardò i lavoratori (perlopiù liguri, veneti e piemontesi) diretti verso il Sud America, principalmente Argentina e Brasile, poi, a partire dal 1896, l’emigrazione (prevalentemente meridionale) si diresse massicciamente verso gli Stati Uniti. Sino all’istituzione nel 1901 del Commissariato all’emigrazione, le condizioni del trasporto furono pessime, se non terribili: sulle (molto redditizie) rotte della disperazione gli armatori preferivano utilizzare vecchie carrette, stipando la terza classe in condizioni igienico sanitarie intollerabili: un sacco imbottito di paglia e un orinatorio ogni 100 persone erano gli unici comfort di un viaggio che poteva durare anche un mese” (pp. 375-376).

Persone spinte a partire con l’inganno, da agenti d’emigrazione, al soldo delle organizzazioni malavitose e con la complicità delle istituzioni, confidando in un futuro migliore, in possibilità di riscatto e di arricchimento: “Drammi e inganni che la molto distratta Italia ufficiale tarderà a vedere, a capire, a tentare di risolvere” (p. 376). Miopie e responsabilità che indignarono, tra gli altri, Giuseppe Verdi ed Edmondo de Amicis. A quest’ultimo toccherà “nel 1889 con il racconto “Sull’Oceano”, un lungo dettagliato reportage sulla condizione degli emigrati in viaggio da Genova all’Argentina, risvegliare le coscienze” (p. 376). L’autore di Cuore testimoniò le pietose condizioni in cui versavano i passeggeri di terza classe, raccontando “storie di povertà, dolore e tanta ignoranza” (p. 377). Il racconto ebbe uno straordinario successo, ma non fu in grado di dare vita a un filone a tema, consegnando l’emigrazione a una marginalità sottolineata anche da Antonio Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere: “Non è nazionale nel senso che non è popolare. Che i letterati non si occupino dell’emigrato dovrebbe far meno meraviglia dal fatto che non si occupino di lui prima che emigri e delle condizioni che lo costringono ad emigrare” (p. 377).

Se la politica del tempo non fu all’altezza dell’impresa, gli uomini di cultura si mostrarono poco attenti e sensibili. I disperati venivano affidati al mare: la loro storia non interessava a nessuno. Ma “con buona pace dei dotti, la memoria dell’emigrazione visse e si tramandò nella canzone popolare” (p. 377). Grazie all’attento e certosino della ricercatrice Giuliana Fugazzotto sono stati salvati, dal 2015 a oggi, “su supporto digitale, oltre 7.500 dischi a 78 giri, i canti della diaspora” (p. 378). Inni pervasi di nostalgia e amore per il suolo natio come Santa Lucia luntana o la famosissima Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar, canzoni semplici di “storie lontane, eppure sempre attuali” (p. 378).

Leggere con attenzione queste pagine ci aiuta ad addentrarci in una questione che, secondo il mio parere, sta trovando poco spazio nei dibattiti odierni, cioè l’emigrazione italiana. Si parla molto di immigrazione, ma nulla o quasi circa la fuga, principalmente per motivi di lavoro, di molti italiani all’estero. Un esodo di competenze, di storie, di uomini che stanno arricchendo altri Paesi, consegnando l’Italia a un progressivo impoverimento di risorse umane e professionali. Durante i mesi più terribili della pandemia, e tuttora purtroppo, abbiamo difettato di medici e di infermieri. Molti ingegneri, tecnici, camerieri, impiegati o elettricisti preferiscono accettare offerte estere economicamente più allettanti. Il manca, diviene merce preziosissima e chi resta, solitamente, si trova a combattere una guerra tra poveri e rassegnati. L’assistenzialismo non offre futuro, restringendo le reali occasioni di libertà.

I drammi del passato mutano pelle e intendimento, ma sostano endemicamente nel nostro orizzonte quotidiano. Nulla di nuovo sotto il sole, purtroppo.

Grazie a Marco Valle e al suo solidissimo studio, fonte inesauribile di ispirazioni e pensieri lunghi, molto lunghi…

 

 

 

 

 

 

 

 

Luca Bugada
Luca Bugada
Luca Bugada, dottore magistrale in filosofia e in scienze storiche, insegnante, collabora con diverse testate giornalistiche e scientifiche, promuovendo cultura e memoria del sapere. "Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare" (Lucio Anneo Seneca)

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