Siamo uomini o caporali?

La Legge 29 ottobre 2016, n.199, ribattezzata “Legge contro il caporalato” recita: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, e’ punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa  da  500  a  1.000 euro per ciascun lavoratore reclutato, chiunque: 1) recluta manodopera allo scopo di destinarla al  lavoro  presso terzi in condizioni di sfruttamento,  approfittando  dello  stato  di bisogno dei lavoratori;     2)  utilizza,  assume  o  impiega  manodopera,   anche   mediante l’attività di intermediazione di cui al numero  1),  sottoponendo  i lavoratori a condizioni di sfruttamento  ed  approfittando  del  loro stato di bisogno.   Se i fatti sono commessi mediante violenza o minaccia,  si  applica la pena della reclusione da cinque a otto anni e la multa da 1.000  a 2.000 euro per ciascun lavoratore reclutato.  Ecc. ecc.

Dunque la legge esiste e, scorrendola tutta cosa che qui non possiamo fare, si può affermare che sia esaustiva. Purtroppo, però, come avviene il più delle volte in Italia, è disattesa, applicata infatti solo raramente e non sembra proprio che dalla sua approvazione le condizioni di chi è soggetto al caporalato o comunque a lavori che assomigliano molto alla schiavitù, ne abbia tratto vero beneficio.

Andiamo però con ordine e vediamo tutto dal principio. Per quei pochi che non lo sapessero, cominciamo col dire che il caporalato è quell’indegno fenomeno di sfruttamento della manodopera a basso o bassissimo consto, molto diffuso nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia. A organizzarlo ci vuole poco. Il “caporale”, che di solito è persona vicina a ambienti delinquenziali, mafiosi in alcune regioni, è munito un fatiscente mezzo di trasporto in cui stipa lavoratori che raccoglie per la strada, e che poi conduce a faticare presso campi o cantieri per cifre ridicole, con orari lunghissimi, senza che vi siano garanzie di sorta. Per entrare nel merito con un esempio chiarificatore, nei grandi campi pugliesi e campani dove si raccolgono i pomodori, un lavoratore “schiavo” viene pagato a “cassone”, cioè a contenitore da 4,5 quintali, 4€ e 50 centesimi. Su ogni cassone, il caporale prende a sua volta 0,50 centesimi oltre a 5 € di base che prende per trasportare il lavoratore al posto di lavoro. In questo modo, il suddetto lavoratore riesce al massimo a guadagnare 30€ per 12 ore di lavoro, mentre un’azienda in regola dovrebbe corrispondere a un lavoratore con questo rendimento 54€ per 7 ore di lavoro, più eventuali straordinari per le ore in eccedenza. Il caporale, per suo conto, invece può guadagnare cifre notevolissime, tutto sta nel numero di poveretti che gestisce. Occorre aggiungere altro?

Sì, perché c’è davvero molto altro da dire, non ultimo infatti che leggi o non leggi a protezione del lavoro, i caporali si rivolgono per lo più a gente disperata, il 90% delle volte a extracomunitari privi di documenti, permessi di soggiorno e permessi di lavoro. In queste condizioni, secondo voi, ce ne sta anche soltanto uno pronto a rivolgersi alle forze dell’ordine per far valere diritti che non ha? Ed ecco che su tutto ciò si innescano gli ampi interessi della malavita, non solo locale, ma anche d’importazione. Toglietevi infatti dalla testa che gli attuali caporali siano tutti come quelli di un tempo, mafiosi di basso lignaggio, camorristi, ndranghetisti o simili. Oggi abbiamo caporali di tutte le nazionalità presenti sul territorio, nigeriani, senegalesi, ivoriani, magrebini fino a rumeni e bulgari se vogliamo ricercarli anche tra i cittadini europei.

Ed ecco che appare chiaro perché tanta gente è pronta a strapparsi vesti e capelli per fare in modo che l’invasione di immigrati clandestini senza né arte né parte continui senza soluzione di continuità: in troppi ci guadagnano sopra. Attenzione, però, non tutte le azienda agricole, ad esempio, sono gestite da infami che vogliono far quattrini sulla pelle dei poveri disgraziati. E qui facciamo un passo indietro e andiamo a guardare il “meraviglioso mondo del globalismo”, prima e della UE dopo. A forza di penalizzare i nostri agricoltori, per moltissimi di loro è diventato praticamente impossibile contendere il mercato a merce di qualità ampiamente più scadente ma prodotta a prezzi decisamente più contenuti, che poi la grossa distribuzione provvede con gran battage pubblicitario di offerte e offertone a far arrivare nelle nostre case.

Così, perché mangiare gli splendidi tarocchi di Sicilia, coltivati senza pesticidi, curati con amore da maestranze pagate regolarmente quando non arrivano nemmeno nei supermercati o se ci arrivano costano mediamente il 40% degli agrumi coltivati in Marocco a botte di pesticidi per tenere i campi al sicuro? Perciò, ecco che alla fine tanti onesti agricoltori italiani si sono trovati costretti a contenere il più possibile i costi solo per non dover bruciare i campi e distruggere il coltivato come accaduto tante volte. Risultato: qualità inferiori coltivate perché magari più resistenti delle varietà pregiate, uso dei pesticidi anche da noi, ricorso al caporalato per abbassare i costi del lavoro, nascita di bidonville come quella di Rosarno, dove migliaia di uomini vivono in situazione di tale degrado difficili anche da descrivere, quando in realtà dovrebbe essere il datore di lavoro a fornire di vitto e alloggio gli stagionali.

E badate, noi abbiamo fatto l’esempio delle arance, ma sono decine e decine i nostri prodotti d’eccellenza che stanno scadendo, e che non riusciamo più a produrre per via di accordi suicidi portati avanti negli anni da governi di anti-italiani, in combutta con governi stranieri. Grazie anche a quella che chiamano Europa Unita…

RK Montanari
RK Montanarihttps://www.lavocedelpatriota.it
Viaggiatrice instancabile, appassionata di fantasy, innamorata della sua Italia.

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