Dall’Italia alla Tunisia, nel Mediterraneo cresce il Movimento Anti-Qatar

Dalle parti di Doha cresce la paura. Pensavano che “comprare” la sottomissione della classe dirigente bastasse a stabilire la propria egemonia sull’Italia. Ma non hanno fatto bene i conti con gli italiani ed ora c’è preoccupazione per la crescita del Movimento Anti-Qatar, i “gilet gialli” nazionali che hanno manifestato il 5 dicembre a Roma di fronte all’Ambasciata del regime islamista di Doha. Dopo i sit-in al Parlamento e al Quirinale contro la visita dell’emiro Tamim Al Thani, coloro che non intendono sottomettersi ai diktat di chi finanzia il terrorismo e viola sistematicamente i diritti umani hanno portato la loro protesta pacifica a casa dei diretti responsabili. Il Qatar è stato colto di sorpresa dalla reazione di tanti italiani, donne e uomini, disposti a combattere per difendere il proprio Paese dall’estremismo che Doha sta cercando di esportare anche in Italia attraverso le moschee illegali, le associazioni e gli imam legati alla Fratellanza Musulmana.

Il Qatar naturalmente non concepisce la democrazia e la libertà e così ha inviato alla manifestazione agenti incaricati di fotografare e schedare gli esponenti del Movimento. Tuttavia, Al Thani è fuori strada se pensa di riuscire a farci desistere intimidendoci con i suoi servizi segreti. Oltretutto, non sono nemmeno tanto abili le spie di Doha, perché sono state individuate facilmente e ne conosciamo ora i volti. I “gilet gialli” continueranno pertanto la loro resistenza, perché l’unica strada per il Qatar è quella che porta fuori dall’Italia.

E in questa battaglia non siamo soli. Il Qatar deve guardarsi bene da movimenti di protesta che stanno sorgendo anche nella sponda sud del Mediterraneo. Dopo aver fallito nel tentativo di conquistare il potere sotto le mentite spoglie della Primavera Araba, i Fratelli Musulmani continuano a ostacolare la stabilizzazione politica e sociale nei vari paesi della regione. Se in Egitto si è reso necessario il pugno di ferro, in Libia le fazioni politiche e le milizie armate legate alla Fratellanza non cessano di essere il principale impedimento alla riconciliazione nazionale. Mentre in Tunisia, il partito Ennahda ha portato la popolazione a uno stato di esasperazione tale da spingere organizzazioni studentesche e della società civile a manifestare contro il braccio politico (e anche armato?) della Fratellanza. Sono così nati i “gilet rossi”, che chiedono giustizia per l’omicidio di due esponenti dell’opposizione laica all’agenda islamista di Ennahda e del suo leader “spirituale”, Rachid Al Ghannouchi.

Chokri Belaid e Mohamed Brahmi sono stati entrambi uccisi nel 2013 e probabilmente dall’apparato para-militare segreto di Ennahda, collegato ad ambienti oscuri del Ministero dell’Interno, come sostiene l’autorità giudiziaria tunisina. A un anno dalle prossime elezioni generali, Ennahda rischia lo scioglimento, grazie al quale si scioglierebbero definitivamente anche le ambizioni dei Fratelli Musulmani di stabilire la propria dittatura ideologica fondamentalista.

La crisi della Fratellanza in Tunisia mette in crisi anche la posizione del Qatar nel paese da dove è originata la serie di colpi di stato che avrebbe dovuto portare il Nord Africa sotto il controllo del regime islamista di Doha. I tunisini, come la gran parte dei libici e come hanno già fatto gli egiziani, vogliono dare il benservito agli emiri del clan Al Thani, tanto quanto gli italiani. A ciò va ad aggiungersi l’isolamento a cui il Qatar ha condannato se stesso nel mondo arabo. Come ha spiegato il Ministro degli Esteri del Bahrein, Khalid bin Ahmed Al-Khalifa, “Doha ha bruciato la nave di ritorno nel Consiglio di Cooperazione del Golfo”. La controversia non può essere risolta semplicemente “con un abbraccio… serve un nuovo accordo e un nuovo regime”, ha precisato il Ministro, dopo l’inizio a Manama di un processo che vede imputati due uomini politici bahreini accusati di essere sul libro paga del Qatar.

Per vincere la crescente solitudine, il Qatar si è così gettato a capofitto nelle braccia di altri “stati canaglia”: la Turchia islamista del Sultano Erdogan e il regime khomeinista iraniano. Invece di ricucire i rapporti con i vicini arabi e con la comunità internazionale, gli Al Thani hanno evidentemente operato una scelta coerente rispetto alla loro natura, di cui la preannunciata uscita dall’OPEC è il sigillo finale.

Per quanto possa apparire ormai inutile, dopo il famigerato “pranzo di stato” al Quirinale con l’emiro del Terrore e la successiva ospitata di Ghannouchi in una conferenza promossa dalla Farnesina, i “gilet gialli” del Movimento Anti-Qatar insisteranno nel chiedere al governo italiano e al mondo della politica di ravvedersi e comprendere che fare tanti guadagni lasciando le porte aperte all’estremismo non è un buon affare.

Souad Sbai
Souad Sbai
Giornalista, scrittrice, Presidente del Centro Studi "Averroè"

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