La lingua di Dante non si tocca: no a schwa e ad asteristichi. L’Accademia della Crusca boccia il linguaggio distorto della sinistra

L'Accademia della Crusca, autorevole custode della lingua italiana, ha deliberato la sentenza finale sul linguaggio del politically correct che vorrebbe deturpare la nostra sacra lingua introducendo brutture linguistiche, asterischi e schwa: ebbene, la sentenza della Crusca respinge a chiare lettere questo aberrante esperimento linguistico.

Con la risposta al quesito sulla scrittura rispettosa della parità di genere negli atti giudiziari posto dal Comitato Pari opportunità del Consiglio direttivo della Corte di Cassazione è stato dunque respinto l'utilizzo di quel peculiare linguaggio gender-friendly che da diverse parti si intende promuovere.

È singolare, e non affatto scontato, che in merito a tale quesito la Crusca si sia addirittura espressa in merito parlando di “un'ideologia del linguaggio del genere”, secondo la quale, dunque, tutto sarebbe lecito, anche la forzatura della lingua italiana danneggiandone il cuore stesso. Si tratta dunque di un'ideologia, niente di più niente di meno, che intende sfruttare anche lo strumento linguistico pur di far prevalere determinate convinzioni politiche.

L'Accademia ha anche fornito delle indicazioni pratiche, che a questo punto rivestono una importanza fondamentale per scongiurare qualsiasi attentato alla nostra amata lingua a e salvaguardarla dall'immissione di assurdità linguistiche, soprattutto nel linguaggio giuridico, così elevato e solenne e che ha l'obbligo di essere rispettato.

Innanzitutto, “è da escludere nella lingua giuridica l'uso di segni grafici che non abbiano una corrispondenza nel parlato, introdotti artificiosamente per decisione minoritaria di singoli gruppi, per quanto ben intenzionati. Va dunque escluso tassativamente l'asterisco al posto delle desinenze dotate di valore morfologico. Lo stesso vale per lo scevà schwa, l'ǝ dell'alfabeto fonetico internazionale che non è presente in italiano”. Infatti, “la lingua giuridica non è sede adatta per sperimentazioni innovative minoritarie che porterebbero alla disomogeneità e all'idioletto.”

Una conquista non da poco per tutti coloro che amano e rispettano la lingua di Dante, che quindi non la vedranno sminuita nella sua natura.

Sempre la Crusca sottolinea che “in una lingua come l'italiano, che ha due generi grammaticali, il maschile e il femminile, lo strumento migliore per cui si sentano rappresentati tutti i generi e gli orientamenti continua a essere il maschile plurale non marcato, purché si abbia la consapevolezza di quello che effettivamente è: un modo di includere e non di prevaricare.”

È stata dunque ribadita l'esistenza di un maschile non marcato, che intende includere e nei confronti del quale nessuno dovrebbe sentirsi in difetto o discriminato, in quanto tale maschile non marcato è altresì ben vivo nella lingua nel suo uso comune. Pertanto, la reduplicazione continua di sostantivi o aggettivi produrrebbe degli effetti comici e inappropriati, specialmente in situazioni familiari o di urgenza.

Inoltre, il maschile non marcato è in molti casi inevitabile: se lo si volesse annullare interpretando il maschile in maniera assurdamente rigida, “occorrerebbe rivedere tutti i testi scritti italiani, compresi quelli giuridici. Occorrerebbe insomma riscrivere milioni di pagine, a cominciare dalla Costituzione della Repubblica.”
Una assurdità senza precedenti e che non trova alcuna giustificazione plausibile.

Fortunatamente tale mania di dover necessariamente e obbligatoriamente produrre un cambiamento, anche nel campo della linguistica, non ha trovato terreno fertile, e grazie all'ufficialità di quanto riferito dall'Accademica della Crusca è stata ribadita la priorità della tutela del nostro patrimonio linguistico, unico ed eccezionale, che non deve essere messo in discussione neppure di fronte ad illogiche e moderne istanze.

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