Una sconfitta prevista

La batosta elettorale per Donald Trump e i repubblicani è puntualmente arrivata. Essa era attesa sia per diverse ragioni che andiamo a descrivere fra poco che per una sorta di consuetudine che ha già visto alcuni predecessori del tycoon faticare a metà mandato sul piano del consenso. Tuttavia, non si poteva prefigurare l’ampiezza della disfatta, e si può ben dire che si sia trattato di una netta sconfitta con la conquista indiscutibile del Congresso da parte dei democratici, che si sono affermati anche in Stati tradizionalmente conservatori e hanno vinto, oltre alla guida di Camera dei Rappresentanti e Senato, la maggioranza delle sfide legate ai governatorati statali. Donald Trump rimane, ovvio, presidente degli Stati Uniti fino alla scadenza naturale del mandato, e questo è il bello della stabilità di un sistema presidenzialista e maggioritario come quello americano, ma dovrà avere a che fare d’ora in poi con un Congresso che è nelle mani della opposizione dem, e ripensare in maniera opportuna quelle posizioni e quelle scelte che hanno caratterizzato fin qui la sua seconda presidenza e che non sono state condivise dall’America, soprattutto da quella conservatrice e repubblicana. Si possono trovare capri espiatori e personaggi in vista dell’Amministrazione da sacrificare, e già si sta procedendo con la crocifissione di Pete Hegseth, capo del Pentagono, ma i veri colpevoli sono anzitutto il presidente e coloro i quali non hanno avuto forza e coraggio di “aggiustare” almeno un po’ determinati sbandamenti del trumpismo e una imprevedibilità del governo della più grande democrazia del mondo che è diventata sistematica, abitudinaria, vizio quotidiano, e ha perso valore strategico. Gli errori, non corretti dal resto dell’Amministrazione, da imputare a Donald Trump non sono pochi purtroppo ed è utile ragionarci sopra con onestà e obiettività, soprattutto da un punto di vista conservatore e di destra. Lo stile personale di comunicazione del tycoon è noto da sempre, (anche il nostro Silvio Berlusconi non si poneva come un politico tradizionale, la sinistra si scandalizzava, ma agli italiani andava bene così), e gli elettori americani non hanno certo scoperto l’originalità trumpiana attraverso queste midterm, tuttavia, è stata percepita e punita la mancanza di una linearità di fondo. Insomma, il presidente degli Stati Uniti d’America, anche se si chiama Donald Trump, non può permettersi di usare i social come se fosse un ragazzino un po’ invasato e dare in pasto al mondo una caterva di dichiarazioni spessissimo in netto contrasto l’una con l’altra. Qui, Trump ha esagerato, passando dal minacciare sfracelli quasi ovunque all’annunciare imminenti accordi economici o di pace con questo o quel Paese, esaltati all’inverosimile, quasi indicati come forieri del paradiso in Terra, ma seguiti da pochi fatti. Può essere una buona strategia quella di dire e non dire, oppure, di non dire tutto subito e lasciare solo intendere, per disorientare nemici e competitor, ma bisogna arrivare al dunque in un dato momento, altrimenti, l’opinione pubblica inizia a stancarsi delle boutades estemporanee, a non credere più a nulla e a pensare che si tratti solo di pericolosa improvvisazione e che una vera linea non ci sia. A volte, sono partiti dalla Casa Bianca strali violentissimi e comunque sgradevoli verso Paesi e leader politici solidamente inseriti nel blocco atlantico e nell’insieme degli interessi americani e occidentali, mentre non sono mancati elogi, gentilezze e una specie di benevolenza nei confronti di leader mondiali come Xi Jinping e Vladimir Putin, con i quali si può pure provare ad individuare intese nel nome della realpolitik, ma che non sono e mai saranno amici stretti dell’Occidente. È vitale che quest’ultimo rimanga unito e che la normale dialettica fra alleati e governi che possono essere di colore diverso non si trasformi mai in ultimatum, in discussioni caratterizzate dal “prendere o lasciare”, in conflitti insanabili, perché la spinta di chi odia le democrazie occidentali, dalle autocrazie ai terrorismi, è notevole. Invece, gli USA di Trump hanno in primo luogo scavato solchi nel loro vicinato. Il Canada ha un governo di centrosinistra al momento e il Messico ha un presidente di sinistra, Claudia Sheinbaum, erede politica di Andres Manuel Lopez Obrador e criticata senza dubbio con ferocia dalla stessa opposizione conservatrice messicana, che la etichetta addirittura come narco-presidente, per l’ignavia dimostrata di fronte ai cartelli della droga, anche se a Città del Messico, questo va detto, non è arrivata la dittatura come nel Venezuela di Nicolas Maduro. Ebbene, è più che comprensibile che i governi canadese e messicano non piacciano all’interno dello Studio Ovale ed è sacrosanto premere sul contrasto al traffico di droga nelle Americhe, (questa è stata ed è una battaglia giustissima dell’Amministrazione Trump), ma è controproducente e inopportuno per Washington trattare i vicini di casa e un po’ anche i loro rispettivi popoli alla stregua di Stati canaglia perché politica e soprattutto economia fra USA, Canada e Messico sono simbiotiche.

L’insolito attacco a Papa Leone XIV non è stato un bel capitolo della seconda presidenza Trump perché la Chiesa non andrebbe mai tirata in ballo nel dibattito politico spicciolo, quando il Pontefice afferma cose che possono stuzzicare qualche leader o determinati schieramenti, e quando no. I governi fanno quel che devono, anche nell’ambito della difesa militare, e la Chiesa svolge la propria missione che non può contemplare la guerra, incluse le ostilità inevitabili e necessarie. Papa Giovanni Paolo II fu contrarissimo alla guerra in Iraq del 2003 e si prodigò pure per scongiurarla, ma il presidente americano di allora, George W. Bush, non replicò mai alla Santa Sede e non criticò l’attivismo di Karol Wojtyla. Trump, entrando in polemica con Papa Leone, che è peraltro il primo Pontefice con cittadinanza americana, ha perso, in occasione delle elezioni di medio termine, il sostegno di buona parte dei cattolici USA. Il comportamento adoperato poi con Giorgia Meloni ha fatto infuriare, a ragione, gli italo-americani, già presi di mira dall’islamo-comunismo di Zohran Mamdani. La premier Meloni era davvero l’ultima leader europea da attaccare perché, oltre alla vicinanza ideale con i repubblicani e i conservatori d’oltreoceano, si è sempre spesa in modo cristallino per l’unità dell’Occidente, quando invece altri primi ministri continentali demonizzavano la figura di Trump, bollato come un dittatore fascista, e si recavano a Pechino a chiedere consigli. Per fortuna, l’alleanza transatlantica è più forte di presidenti e governi che passano, incluso lo stesso Donald Trump, e Giorgia Meloni ha abbondante maturità istituzionale da preservare il legame con gli USA indipendentemente dalle dinamiche di politica interna. Alla fine, anche le relazioni fra il conservatorismo italiano e quello americano non sono venute meno, nonostante alcune uscite del presidente, e la CPAC, la conferenza dei conservatori degli Stati Uniti, terrà edizioni in Italia. Iran, Ucraina e Russia hanno senz’altro giocato un ruolo fondamentale nella bocciatura popolare rivolta a Donald Trump, per le conseguenze economiche dei conflitti e la gestione di essi da parte del tycoon. Il regime iraniano si è affrettato a commentare la sconfitta trumpiana e repubblicana, (già solo questo, dovrebbe imporre degli interrogativi a Washington), sostenendo come gli americani abbiano detto no alla guerra. La realtà, con buona pace degli Ayatollah, è che il popolo americano ha detto no ad una stranissima guerra ad intermittenza che comunque incide drammaticamente sul portafogli del cittadino medio, europeo e si, anche americano, e al contempo non sta risolvendo nulla e tiene il mondo in un’attesa infinita. Le midterm non hanno bocciato la guerra in Iran di per sé, ma il fatto che essa stia durando troppo con costi pesanti e la percezione che il coltello sia girato a favore di Teheran. Il popolo iraniano contava davvero su Trump per liberarsi della violenta teocrazia islamica che lo tiene in ostaggio dal 1979, ma si è scelto di ondeggiare fra la possibilità di un accordo con gli Ayatollah, che peraltro non arriva, e minacce di distruzione totale. Le guerre, se si decide di farle, devono essere portate fino in fondo, altrimenti, è saggio lasciare intatto o sopportare lo status quo. Le frasi trumpiane come “non abbiamo fretta e la guerra finisce quando voglio io”, hanno fatto perdere ulteriore popolarità alla Casa Bianca perché, se Trump non ha fretta, i cittadini occidentali, che stanno patendo inflazione e caro carburante, ce l’hanno eccome. Circa la guerra in Ucraina vi è un’altra gestione che è anch’essa molto discutibile e poco produttiva. Trump aveva promesso di risolvere le ostilità in ventiquattr’ore e sembra proprio che non ci sia riuscito. Dopo, si è assistito ad un percorso altalenante che è giunto vicino all’Ucraina, con il famoso disgelo Trump-Zelensky durante i funerali di Papa Francesco, per poi sbandare di nuovo verso la Russia di Vladimir Putin, mai rimproverata nello stesso modo con cui invece è stato redarguito più volte Volodymyr Zelensky. Visto che la pace è difficile da realizzare, non perdiamo troppo tempo e stringiamoci a chi è più conveniente a livello politico ed economico, cioè, a Mosca, lasciando Kiev al proprio destino. L’abbiamo messa giù semplice, ma questo ha dato da pensare Trump in merito al dossier russo-ucraino. È certo che molti repubblicani, anche membri autorevoli del Congresso, non gradiscano l’impazienza trumpiana di aprire alla Russia prima di un vero accordo di pace, anche perché non tutti i repubblicani sono MAGA e nemmeno tutti i MAGA sono filo Putin. Ampi settori del GOP, di base e di vertice, hanno compreso i dazi doganali fino alla necessità di riequilibrare la globalizzazione favorevole più alla Cina che agli Stati Uniti, ma quando gabelle e contro-gabelle hanno iniziato a fare lievitare, anche in America e prima della guerra in Iran, i prezzi, i conservatori, i liberisti e libertari, non i liberal di sinistra beninteso, si sono sentiti all’improvviso meno trumpiani. L’America profonda è irrimediabilmente innamorata della libertà individuale e di uno Stato minimo che non arrechi troppe noie burocratiche e non imponga di pagare di più per scelte politiche federali. Chiunque, democratico o repubblicano che sia, tenti di circoscrivere troppo la libertà, prima o poi ne paga il conto. I democratici hanno vinto sul malcontento generale verso la presidenza Trump, ma stiano attenti anch’essi perché se preparano l’alternativa con esponenti moderati come il senatore rieletto della Georgia Jon Ossoff, possono pensare di mantenere l’onda blu fino alle prossime Presidenziali, mentre se si lasciano ammaestrare dai socialisti dichiarati e dagli islamo-comunisti, rischiano di logorare il consenso ottenuto oggi, a maggior ragione una volta terminata l’emotività anti-Trump. Spesso, le sconfitte più brutte sono anche quelle più utili e il Partito Repubblicano, dopo la bastonata presa alle midterm, ha d’ora in poi l’occasione di rilanciare il conservatorismo in America guardando al futuro con JD Vance e soprattutto Marco Rubio, senza però gettare il bambino con l’acqua sporca, ovvero, le idee migliori del trumpismo e quanto di buono è stato fatto finora da questa Amministrazione. Dalla difesa dell’identità occidentale e della verità contro le follie politically correct, woke, gender e green, all’America migliore che va in Venezuela ad arrestare un criminale come Maduro e che sta con Israele, vittima, oltre che del terrorismo, della codarda equidistanza di alcune leadership europee. 

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Roberto Penna
Roberto Penna
Roberto Penna nasce a Bra, Cn, il 13 gennaio 1975. Vive e lavora tuttora in Piemonte. Per passione ama analizzare i fatti di politica nazionale e internazionale da un punto di vista conservatore.

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