Le vicissitudini delle sinistre, (PD, M5S, AVS), sono arcinote perché rimbalzano tutti i giorni sui media. Vi è una difficoltà estrema di costruire un’alleanza organica e definitiva, scrivere un programma per essa e darle una leadership. Qualche giorno fa sembrava quasi fatta con il gaudioso annuncio della imminente stesura del programma del campo largo e delle primarie da tenersi entro il prossimo febbraio, ma dopo nemmeno ventiquattro ore Giuseppe Conte ha lanciato avvertimenti inquietanti, almeno per Elly Schlein. Ci devono essere garanzie circa la presenza in coalizione di Matteo Renzi affinché un eventuale futuro governo di sinistra, che si spera di non vedere nel 2027, non subisca condizionamenti e ricatti da parte dell’ex Rottamatore. L’inguaribile diffidenza contiana nei confronti di Renzi è comprensibile visto che l’ex premier e attuale capo politico del Movimento 5 Stelle, pur essendo stato aiutato prima dal leader di Italia Viva a formare un governo di Palazzo con il PD sulle ceneri dell’esecutivo gialloverde costituito con la Lega, si è ritrovato dopo scalzato dal potere ad opera dello stesso Matteo Renzi, intenzionato poi ad aprire le porte di Palazzo Chigi a Mario Draghi. Il M5S, a differenza del Partito Democratico, dispone, se non proprio di un programma, almeno di alcune posizioni chiare, terribili certo, ma evidenti, e Conte, così come per quanto riguarda l’intransigenza su Matteo Renzi, non intende negoziarle. Rispolvera il Reddito di Cittadinanza, sperando evidentemente di poter tornare a sfasciare i conti pubblici, e mantiene il punto in merito all’Ucraina, e il M5S non sarebbe della partita se gli alleati del campo largo dovessero fare storie sulle questioni care ai pentastellati. Insomma, bisogna ricominciare tutto da capo. Le sinistre sono messe così, ma anche quel centro che vuole stare con esse non si sta sentendo troppo bene. Al momento, un vero centrosinistra non esiste in Italia perché la componente centrista che guarda a sinistra è piccolissima, (viene vista dai sondaggi come una forza del 2,4% al massimo), e non è paragonabile alla vecchia Margherita alleata dei DS che raccoglieva percentuali a due cifre. I “margheritini” di Francesco Rutelli, per quanto fondatori del Partito Democratico assieme ai DS nel 2007, sono ormai un ricordo lontano nelle stanze del Nazareno, impregnate adesso del massimalismo da centro sociale di Elly Schlein, quindi, parliamo naturalmente di Italia Viva e di Matteo Renzi, minuscoli a livello politico, ma comunque temuti da Giuseppe Conte, e dobbiamo fare riferimento solo al partitino renziano perché gli altri centristi più in vista che sono esterni al centrodestra e potrebbero pure per ipotesi confluire nel campo largo, fanno capire da sempre di non voler avere a che fare con PD e M5S. Carlo Calenda di Azione preferisce la corsa in solitaria e Luigi Marattin del Partito Liberaldemocratico, con le sue posizioni su economia, Israele e Ucraina, non ha nulla da negoziare con la sinistra-sinistra di Conte e Schlein che sogna la patrimoniale e detesta l’Occidente. Renzi vorrebbe impegnarsi in un qualcosa che adesso latita, ovvero, il centrosinistra alternativo al centrodestra di Fratelli d’Italia e di Giorgia Meloni, ma il sentiero è ripido. Per essere un centro credibile del centrosinistra, come lo fu la Margherita, bisognerebbe in primo luogo avere un consenso un poco più alto del 2% e qui vi è già il primo scoglio da superare per Italia Viva. Poi, se si vuole stringere un’alleanza con altri soggetti politici, è necessario che questi ultimi siano anch’essi d’accordo e nel caso di PD, M5S e IV di Renzi, non solo non si intravede amore ed entusiasmo, ma nemmeno un barlume di fiducia e accettazione. Giuseppe Conte, lo abbiamo già detto, vede Matteo Renzi come una pericolosa mina vagante, ma anche il PD, del quale l’ex Rottamatore è stato pure segretario, non sembra impaziente di discutere il futuro con la piccola navicella renziana. Conte e Schlein tengono Renzi alla larga e a dirlo con la sua proverbiale schiettezza è Carlo Calenda, intervistato dal Corriere della Sera. Certo, vi sono ragioni di astio politico e anche personale fra il leader di Azione e quello di Italia Viva, ma Calenda disegna un quadro che è molto realistico. Dice di non capire come Renzi, tanto borioso anni fa, non si senta umiliato perché non viene mai invitato nelle riunioni partecipate da PD, M5S e AVS, i quali comunque, secondo le previsioni di Carlo Calenda, andranno incontro ad una sconfitta elettorale clamorosa nel 2027. La linea del campo largo viene dettata da Giuseppe Conte che impone tematiche in teoria irricevibili per lo sbandierato riformismo di Italia Viva. E’ vero che a sinistra essere banderuole e farsi piacere quasi tutto solo per restare a galla, sia una consuetudine diffusa e tanto Renzi quanto Conte, (il capo pentastellato fa la morale all’inaffidabile Renzi, ma anch’egli, passando dalla Lega al comunista Roberto Speranza, ha dato prova di grande maestria nel salto della quaglia), siano personaggi che si adattano a tutto pur di non rimanere nell’ombra. Tuttavia, come fa Italia Viva ad accettare il Reddito di Cittadinanza riciclato da Giuseppi, le posizioni sull’Ucraina o le priorità di governo di Elly Schlein che corrispondono, non alle istanze economiche e sociali dell’Italia, ma al riconoscimento dello Stato di Palestina e alla patrimoniale? Pare che si faccia quasi apposta a mettere sul tavolo degli argomenti indigesti per Renzi al fine proprio di tenerlo lontano. Lui fa di tutto per avvicinarsi e i suoi potenziali alleati creano invece un cordone sanitario, e alla fine, colui il quale, una decina di anni fa, doveva rottamare la vecchia Italia per imporne una nuova, si ritrova adesso a rappresentare un centrismo infinitesimale e inutile che non può riportare in vita la Margherita e ancora meno rinverdire i fasti degli antichi partiti laici della Prima Repubblica, (PLI, PRI, PSDI), che se da un lato cercavano di andare sempre a rimorchio della Democrazia Cristiana per agguantare anche loro una fettina di potere, dall’altro, erano caratterizzati, a differenza di Italia Viva, da storie e identità importanti come il liberalismo, la socialdemocrazia e Giuseppe Mazzini, ed esprimevano uomini di spessore del calibro di Giovanni Malagodi, Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini. Il contemporaneo Matteo Renzi, una volta finita per sempre l’illusione di essere il dominus della politica italiana, si è messo a fare il guastatore e il peggiore dei centristi che trama, mette in piedi governi con manovre di Palazzo e poi li sfascia. Gli sono riusciti i colpacci, (colpacci per lui, non per la Nazione), del Conte II e del Governo Draghi, infatti, dai sogni maggioritari come segretario del PD è finito alla esaltazione del pantano perenne che è l’unico equilibrio in cui i leader senza voti possono ritrovarsi ad essere comunque determinanti. Renzi non sosterrà mai, e si capisce, le azioni del Governo Meloni, premierato e legge elettorale, che combattono proprio la palude eterna e valorizzano la volontà popolare, ma il leader di IV, abbandonato dall’ex amico Calenda e mal digerito da PD e M5S, conta ormai poco anche come tessitore delle trame di Palazzo. Il re del pantano si è impantanato.


























