Lettere patriottiche – Patria e discendenza

Marcello Veneziani, sicuramente, è un personaggio che, con occhio critico, si può considerare “atipico”. Un giornalista, del resto, appartenente al politicamente scorretto è atipico per natura ma, se incentrato nel suo habitat naturale, quello dell’ “ultradestra” – come viene gentilmente definita dalla sinistra al caviale – Veneziani è un personaggio assolutamente codificabile.

Lo scrittore esordisce con una frase incisiva, monumentale e, quanto mai, chiara: “La Patria non declina con la globalizzazione”. La patria, o meglio la Patria – se volessimo considerare l’immanenza divina che gli antichi attribuivano a tale entità -, è quanto di più grande ogni essere umano dovrebbe avere più a cuore dopo la propria famiglia. Si usa volontariamente il condizionale “dovrebbe” in quanto molti, tra giovani e più anziani, hanno perso, quasi dimenticato, questo termine. Altri, invece, lo obliano e lo considerano un termine da evitare, una parola carica di odio. Se si pensa che, fino al secolo scorso, molti soldati hanno donato il proprio sangue per questa nazione ci viene da rabbrividire dalla vergogna e da quel senso di pochezza che si può dimostrare rispetto al loro imperterrito esempio. Pensiamoci per un secondo: saremmo mai noi pronti a gettarci nella mischia del fuoco nemico con il pugnale tra i denti ? Rimasi affascinato, nel corso della mia carriera di ricercatore storico, dalla figura di un soldato praticamente sconosciuto ai più: Gabriele Pepe. Sfigurato da un colpo di arma da fuoco nemico, Pepe non poteva più parlare, non poteva più combattere ma era ancora vivo, ancora per poco. Con quella poca forza vitale rimastagli in corpo, anziché scrivere una lettera alla sua famiglia, scrisse un discorso motivazionale ai suoi soldati prima che partisse l’ultima offensiva italiana in terra etiope. Il tutto, con assoluto sfregio alla morte ma con infinito amore verso la sua guerra, la sua patria. Patria è qualcosa di più di Stato, di nazione. Patria è qualcosa di familiare in quanto ci riporta alla radice intima della parola stessa: pater. La globalizzazione vuole rendere i concetti di patrie un tutt’uno, un miscuglio di nazioni, di nazionalità e di idee radicalmente diverse fra loro. No, questo non è possibile, non deve accadere.

Difatti, la “patria è il tuo paese” che ti parla, che ti scuote, che invoca a gran voce il tuo aiuto. La patria ha bisogno di ognuno di noi, affinché – nel nostro piccolo – ne portiamo avanti la grandezza e la esaltiamo in una situazione pateticamente romantica. Quello per la patria deve essere un amore platonico, un sentimento che va oltre il fisico. La patria è la natura che parla all’uomo con la sua stessa lingua, la storia che racconta la sua stessa memoria, insomma, l’essenza stessa della patria è quella di unire presente e passato, immanenza e contingenza delle cose. La patria è un tutt’uno con l’uomo, la patria è tutto quello di cui l’uomo ha bisogno.

Veneziani termina con una frase che riassume alla perfezione tutto questo discorso molto tautologico. La patria è la vita da cui ognuno di noi discende ed è la stessa patria che discende, a sua volta, da noi. La patria da vita ma vive grazie ai suoi figli, prospera grazie a tutti quei giovani figli d’Italia che, innamorati del proprio paese, brandiscono il tricolore e lo sventolano fiero e libero alle dolci ali del vento della libertà.

Tommaso Lunardi
Nato a Padova nel 1998, è attualmente studente di Scienze della Comunicazione all'Università di Verona. Ha collaborato con altre riviste del settore tra cui Il Primato Nazionale. Ama la letteratura classica e moderna, la storia, il giornalismo e la scrittura. È anche un grande appassionato di motorsport e di musica, in particolare heavy metal. Sempre pronto all'azione.

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