martedì, Settembre 21, 2021

Verso un nuovo autoritarismo, dolce e inclusivo.

“Se c’è qualcuno che non possiede il green pass democratico questo è il governo” ha fulminato con una battuta Giulio Tremonti. E in effetti, difficile dire che l’esecutivo si conforma al modello democratico come l’abbiamo conosciuto sia nella Repubblica dei partiti che nella Seconda Repubblica. È un’altra cosa, “mai vista in Italia” ha aggiunto l’ex ministro. Noi lo definiremmo un esperimento post-democratico, lasciatoci in dote dalla pandemia e dal suo uso politico. Ecco, il Covid doveva renderci migliori, come scrivevano allora tutti i quotidiani filo-contiani (e oggi filo-draghiani) invece ci ha resi post-democratici, o meglio ha accelerato la trasformazione dei modelli istituzionali e politici. Non è una storia cominciata con il Covid, beninteso: bisogna risalire alle trasformazioni sociali degli anni Sessanta e, poi, nel decennio successivo, alledisfunzione dei sistemi democratici, spiegate in un celebre rapporto della Commissione Trilateral firmato dai politologi Michel Crozier, Samuel Huntington e Joji Watanuki. Per evitare che i sistemi democratici esplodessero, vi si consigliava una riduzione della partecipazione democratica e un ampliamento delle funzioni tecniche e burocratiche rispetto a quelle elettive. Un processo che, al di là delle intenzioni degli autori (Huntington non desiderava certo questa deriva), è stato accelerato da varie crisi nel corso degli anni e la gestione della pandemia ha spinto ancora di più verso l’approdo alla post democrazia.

Vogliamo chiamarlo “autoritarismo”?

Si, anche se un autoritarismo al passo con i tempi, “inclusivo”, “politicamente corretto”, “resiliente”, “aperto”, “tollerante”: insomma, un autoritarismo di sinistra. E di fatto, eccezion fatta per il governo di Boris Johnson e in parte per quello francese, tutti gli esecutivi sono di sinistra oppure la sinistra vi occupa una parte fondamentale, tanto da imprimere un marchio indelebile.

Quando c’era Trump, il “Washington post” appena comprato da Amazon (un modello di democrazia!) inseriva sotto la testata “la democrazia muore nell’oscurità”, lasciando intendere che gli autoritari erano Trump, Orban, Putin. Ebbene, per somma quanto prevedibile ironia della storia, l’autoritarismo che i liberali temevano importato da est o dal ventre dei “deplorabili” populisti è cresciuto nel loro stesso seno, quello delle “democrazie liberali” e dal fondo della sua classe dirigente politica, tecnica, burocratica. Daniel Hannan sul “Telegraph” dell’8 agosto denuncia che “la tentazione autoritaria” sta crescendo, dalla Bielorussia (e questo non è nuovo) agli Stati Uniti di Biden. Dalla ulteriore torsione in Bielorussia, al colpo di stato legale (è l’età degli ossimori) in Tunisia, fino al ritorno della “sinistra anti democratica” in America Latina: da Daniel Ortega in Nicaragua al presidente marxista del Peru. Resta che, secondo il Democracy Index citato da Hennan, oggi il livello mondiale della democrazia è sceso a 5,37 punti (su 10) il risultato più basso dal 2006, cioè da quando è stato creato.

La missione dei conservatori

“Queste leggi – scrive Hannan – riflettono le misure anti Covid. Leggi di emergenza passate senza il consenso del parlamento, chiusura di frontiere, coprifuoco imposti, siti considerati no vax chiusi. Tutte questo sembra temporaneo, solo che lo scenario era già stato allestito prima dei lockdown. Ma ora, tutti i paesi pullulano di piccoli dittatori, che domandano restrizioni, inveiscono contro i non conformisti, oppongono ogni resistenza a eliminare le restrizioni”

In questo scenario cambia necessariamente il ruolo dei conservatori: o per meglio dire la loro missione. Ai conservatori, in qualche modo come già avvenuto nel passato, toccherà salvare la parte buona del liberalismo dai liberali che l’hanno dismesso, e salvare la democrazia (di cui molto tempo fa sono stati acerrimi critici) dagli esperimenti post-democratici fondati sulla bio sorveglianza.l

Marco Gervasoni
Marco Gervasoni (Milano, 1968) è professore ordinario di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de “Il Giornale”, membro del Comitato scientifico della Fondazione Fare Futuro. Autore di numerose monografie, ha da ultimo curato l’Edizione italiana delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke (Giubilei Regnani) e lavora a un libro sul conservatorismo.

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Cristina

Bello Professore, praticamente un autoritarismo con il Rolex e l’orario te lo dicono loro. Grazie. Mi fa capire senza sforzo . Lei mi fa contenta e allo stesso tempo mi fa venire voglia di un cioccolatino:))

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