Covid. Breve storia di un eroe (mancato).

La storia comincia nel lontano 1987, anno in cui un giovane di belle speranze “spinto da un anelito d’amore”…. decideva di “lanciarsi” nello studio matto e disperatissimo della medicina. “Vedrai”, dicevano a , “con un pezzo di carta così tutte le porte ti saranno aperte”. Ebbene. Il successo arriva, l’agognato traguardo è raggiunto, cum laude!. L’abilitazione in tutta fretta e viene il momento di assolvere all’obbligo di leva.

Ma non è un problema perché il baldo giovane ci crede, non lo sente come un obbligo, sa che potrà servire la Patria per un anno intero mettendo a disposizione le proprie conoscenze mediche acquisite negli anni con tanta fatica e dedizione. E infatti: marce, pulizia cessi, pulizia cucine, rassettamento camerata e…..marce, marce e ancora marce. E poi…in infermeria a compilare ruolini. E vabbè, si è detto, le marce serviranno per allenarsi a passare di in a fare visite a domicilio e i ruolini….per imparare a redigere i certificati e gestire la burocrazia delle ASL. Finito il militare si comincia davvero! Lo studio c’è (quello del papà), i pazienti pure. Si può andare a fare pratica. Dopo un anno è pronto per iniziare la carriera di “medico chirurgo”.

Alt! Non si può! Ma che veramente credeva il baldo giovane di poter lavorare come medico?? Illuso! Una volta forse, adesso (siamo negli anni 2000 all’inizio della stagione cosiddetta “pattizia” tra Stato e Regioni per il governo della sanità) è previsto un percorso professionalizzante (che in gergo, ormai lo si è capito, significa: “mo’ aspetti che per te non c’è ancora posto”), ovvero devi specializzarti per 4 anni in medicina generale! “Ma come!? E la laurea in che era? Vabbè, so’ politici navigati ne sapranno”, e ha pensato: “che problema c’è? Io sono qua. Quando inizia il percorso? “.

Ahimè il poverello non sapeva ancora che si entra per concorso e che non si sa quanti ne bandiranno di questi concorsi e quando. Forse tra un anno? Forse. Posti? Pochi. Beh, allora tenta la specializzazione; l’illuso in fondo ha frequentato il reparto quattro anni prima della laurea. Ahimè, anche lì un concorso…trentasei (36!) posti in tutta Italia. “Ma è mai possibile? “ pensa: “ma allora queste porte aperte dove sono?” Vabbè tenta, è determinato, ci riesce.

“E’ fatta” pensa tra sé e sé, “posso anche metter su famiglia”. E invece….quattro anni di sacrifici! Sottopagato a fare il del medico, quello vero, quello pagato veramente. Quattro anni da specializzando cercando di sbarcare il lunario (che con 900 euro al mese è difficile “campare” una famiglia). “Beh intanto vado a lavorare la notte come guardia medica” pensa. Scherza?? Non si può, è vietato! Non si può fare che lavori alla ASL mentre ti specializzi e se lavoricchi non puoi tirar su più di 6000 euro all’anno. E il poverino che pensava che dopo tanti anni di studio quello sarebbe stato il suo stipendio mensile! Vabbè ancora una volta. Perché tanto è sicuro che dopo potrà finalmente accedere ad un incarico ben pagato (cavolo, è o non è finalmente uno “specialista”?!).

Finalmente anche il secondo ambìto traguardo è raggiunto: la specializzazione, cum laude (aridanghete, è recidivo l’illuso)!. Aspetta la chiamata, il concorso, un bando per lavorare alla ASL e…niente, cinquantesimo in graduatoria, nessun bando, nessuna chiamata. Gli ospedali periferici chiudono. Allora fa il punto della situazione: sei anni (sette va) per la laurea, cinque per la specializzazione siamo a dodici anni di studio matto e disperatissimo; i primi sulle spalle dei , i secondi sulle spalle del . La conclusione? Di medici non ce n’è bisogno.

Allora prova con la carriera universitaria, vuole provare a fare il ricercatore medico….Alt! Concorso! Ancora?! E sia! Vinto; posto di dottorato…quattro anni a 800 euro al mese (ma lo stipendio non dovrebbe aumentare nel corso degli anni?!) e poi finalmente, ancora una volta dopo anni di stenti, si comincia con la ricerca scientifica! Alt! Illuso! C’è il concorso per ricercatore!. Ma…. concorsi da ricercatore non ce ne sono, ricercatori non servono e c’è troppa gente in coda per quei pochi posti (tutti medici reietti del SSN?)! Al massimo una borsa post-dottorato…per tre anni…a 500 euro al mese….con due figli. Alt ora lo dice lui! “Il medico non lo posso fare, di specialisti non ce n’è bisogno, la ricerca scientifica non è cosa di questa terra…è chiaramente tempo di emigrare!”. E dove se non al Nord (per ora d’Italia)? Lì, si sa, è più facile trovare , e infatti: incarichi semestrali di guardia medica, nelle zone più remote delle valli di montagna, con ospedale a distanza di 50 Km… di curve.

Ecco, doveva aspettarselo, la fregatura era dietro l’angolo. E già, perché in un colpo solo si è trovato a fare, l’emergenza, l’urgenza, la medicina di base e la continuità assistenziale. A trattare sul campo infarti, ictus e coliche, a far suture, mettere flebo e cateteri….ma con un solo stipendio. Poi però l’incarico da sei mesi passa a tre mesi (ma non dovrebbero aumentare nel corso del tempo?). Le sedi di sono sempre più lontane da (e già perché intanto chiudono sedi di guardia medica e il a lavorare vicino è l’ultimo degli ultimi tra quelli previsti dai Contratti Nazionali).

Quindi il lavoro cala, diventa inconciliabile con la famiglia e… patatrac! La prima conseguenza del tanto agognato lavoro: la separazione. Per fortuna poi uno spiraglio: cinque ore (5 su 38 di massimale orario, sic!) di incarico a tempo determinato di medicina specialistica nel posto più sperduto e più lontano da casa (400 euro al mese! E daje, allora è un vizio!). Comunque gli fanno capire dalle alte sfere che o questo o se ne riparla tra dieci anni. Il poveretto (illudendosi di un aumento a breve tempo) accetta. Concilia queste poche ore con le guardie mediche e altre attività che gli permettono di sopravvivere. “Solo” cinque anni così e finalmente (siamo nel 2011) si prospetta il miraggio del posto fisso! “Ma che cu…” pensa il medico che da dottorino si avvicina ormai all’età della piena maturità (del resto tali e tante esperienze segnano, eccome se segnano).

Si credeva il poverino, l’illuso! “Se vuoi vedere quelle cinque ore trasformate a tempo indeterminato devi rinunciare alla guardia medica”. Le due cose insieme nein, incompatibli! E certo, non sia mai che un medico specialista possa fare il medico e lo specialista e guadagnare dignitosamente, quelle semmai sono cose da burocrati di apparato. Dilemma! Medico o specialista? Vabbè, siccome le guardie mediche le stanno togliendo (ma non dovrebbero aumentarle per ridurre l’ospedalizzazione e incrementare l’assistenza territoriale?) per l’ennesima volta si prende quelle ore di specialistica; poche, maledette ma subito! Riduce ancora lo stipendio (tanto per lui ormai è normale così), tira avanti un po’ facendo altro, tanto prima o poi, lo sa, quelle ore aumenteranno. I capelli sono ormai grigi, l’età è più che matura e le ore finalmente arrivano. Dopo dieci anni! Quante? Orario pieno? Vicino casa? Neanche a pensarlo. Prima 8 ore, poi 2, poi 1, poi 15 (“sai non ci sono infermieri, ci sono i part-time, manca lo strumento, manca l’ambulatorio, ci sono i tagli…..”), tutte sedi sparse in giro, 25000 km di viaggi in un anno, ore e ore passate in auto, pranzi frugali consumati nel “confort” di un abitacolo di un’auto oramai “vintage” e, improvviso..….scoppia il !

E’ venuto il tempo degli Eroi! Il canuto poverino illuso s’illude di nuovo: “sono io, cercano me”. Vuole entrare nelle Unità Speciali di Continuità Assistenziale, già dal nome roba da eroi d’assalto! Alt! “Hai un contratto con la ASL di poche ore, tu non puoi. Noi li vogliamo neo laureati, neo specializzati, forse nemmeno specializzati e perfino..….nemmeno laureati”. Via, tutti al macello, gli Eroi! “Ma come!?” pensa lui, “ a me non è stato permesso di fare il medico né con la laurea, né con l’abilitazione, né con la specialità e ora? Manco l’eroe mi fanno fare?!”. Con la consapevolezza di essere stato “quasi” un eroe si ritira mesto e triste a fare solo quello che gli è permesso sognando che qualche paziente un giorno, vedendolo uscire dallo sgabuzzino a lui dedicato (sempre meglio di una cabina telefonica), possa intravedere nella sua bianca divisa il costume di un supereroe.

Ecco, quando vi diranno per l’ennesima volta che la colpa non è la loro ma del fatto che non ci sono medici per gestire questa pandemia, ricordatevi di questa storia, ricordatevi che la responsabilità dello sfascio della sanità pubblica, è vero, è dei tagli indiscriminati che grazie al motto di: “ce l’ha chiesto l’Europa”, tra il 2009 e il 2017 l’hanno portata a perdere oltre 8.000 medici e più di 13 mila infermieri e hanno determinato lo smantellamento del 15% dei nostri ospedali e del 32% dei posti letto senza che venisse potenziata l’assistenza territoriale ma, credeteci, è dovuta anche al modo con cui si è voluto “trattare” il personale sanitario: un costoso e inutile ingranaggio di un sistema fallimentare di gestione della sanità pubblica. Trattato come un estraneo a casa propria, umiliato nei contratti, ostaggio dell’eterna lotta tra sindacato e potere. Ricordatevi però anche dei responsabili di questo disastro che dura da decenni, causato in primis dall’aziendalizzazione e dall’orientamento al “mercato” (che si deve leggere: odiamo i privati ma facciamo come i privati). Ricordatevelo, perché il filone (potremmo dire il filone rosso) è lo stesso che sostiene (dall’interno o dall’esterno) questo Governo di “consapevoli incapaci” che continuano a porsi domande senza darsi uno straccio di risposta. Gli stessi che pensano di gestire l’emergenza sanitaria come stanno gestendo quella economica. Gridano aiuto per la carenza di medici ma perseverano nel non aumentare l’assistenza territoriale e nel non costruire strutture sanitarie poliambulatoriali esterne agli ospedali; perseverano non solo nel non riconoscere orari massimali agli specialisti così da poter gestire tutte le altre urgenze mediche, ma anche a non assumere personale qualificato.

Perseverano nei contratti a tempo determinato invece di assicurarsi nel lungo periodo l’opera di professionisti sanitari con i quali concordare il percorso futuro della Sanità pubblica. Quando vi diranno che i medici sono eroi, credeteci ma ricordatevi anche di questa storia e pensate che lo sono oggi solo perché “tappano un buco” mentre ieri erano di troppo e troppo onerosi; pensate poi a quante storie tristi più o meno lunghe ci sono di eroi “mancati” il cui percorso è stato lastricato di vincoli, incompatibilità, ostacoli, divieti, per mancanza di risorse, beghe sindacali e quant’altro, e che oggi avrebbero potuto contribuire al contenimento di questa pandemia che non sarebbe così divenuta un’emergenza.

Perché l’emergenza (ormai è chiaro) non è Il virus ma l’inefficienza del SSN della quale i responsabili dovrebbero essere chiaramente chiamati in causa prima o poi e la svolta definitiva del SSN evocata una volta per tutte a piena voce da chi al Sistema Sanitario Nazionale ci crede veramente. Un’ultima cosa: quando i sostenitori della sanità pubblica tout court, quando i detrattori ideologici alla “Gino Strada” della sanità privata vi diranno che la colpa è del sistema privato, ricordatevi che il privato è arrivato laddove il pubblico ha mollato la presa. Ripensate a questa storia e pensate che Il privato ha salvato la vita professionale (e spesso anche familiare) di tanti medici che nel sistema pubblico non avevano trovato spazio, erano stati respinti e, conseguentemente, a quanti cittadini ha tutelato.

Pensate a quanti medici privati oggi potrebbero contribuire all’emergenza ma non possono farlo perché il SSN non lo permette (piuttosto senza laurea ma mai coinvolgere il privato!). Invece, quello sì, nel privato molti medici si sono dimostrati doppiamente eroi, sì, laddove il contratti non avevano alcuna garanzia sindacale, laddove si sono dovuti sobbarcare l’onere dell’allestimento dell’ambulatorio senza alcun aiuto dallo Stato, dell’assunzione dei collaboratori, del pagamento dei contributi obbligatori, della tassazione spropositata, dei vincoli della burocrazia e quant’altro. Incombenze e vessazioni alle quali si sono dovuti comunque piegare perché, si sa, in Italia il “tengo famiglia” governa davvero l’ di questo Paese.

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