Povertà, ricchezza e migrazioni: perché non sono i più poveri a partire

Quando si affronta il fenomeno delle migrazioni internazionali, soprattutto osservandolo dall’Europa, è facile essere indotti a stabilire un rapporto quasi automatico tra povertà ed emigrazione. L’immagine che ne deriva appare intuitiva: quanto più una popolazione è povera, tanto maggiore dovrebbe essere la sua propensione ad abbandonare il proprio Paese alla ricerca di condizioni economiche migliori. I dati, tuttavia, raccontano una realtà assai più complessa. La povertà costituisce certamente uno degli elementi capaci di alimentare l’incentivo alla migrazione economica, ma essere poveri non significa automaticamente essere nelle condizioni di poter emigrare. La migrazione internazionale ha un costo, richiede informazioni, disponibilità finanziarie, reti di relazioni e, molto spesso, competenze sufficienti per raggiungere e inserirsi nel mercato del lavoro del Paese di destinazione. È proprio da questa apparente contraddizione che nasce una delle questioni più interessanti emerse analizzando l’evoluzione della ricchezza mondiale: esiste un livello di disponibilità economica che, anziché ridurre l’emigrazione, inizialmente la rende possibile?

La Banca Mondiale, nel World Development Report 2023 – Migrants, Refugees, and Societies, individua due forze economiche che agiscono contemporaneamente sulla decisione migratoria. Da una parte esiste il differenziale di reddito e di opportunità fra il Paese di origine e quello potenzialmente raggiungibile; dall’altra occorre possedere le risorse necessarie per sostenere materialmente la migrazione. Le due forze possono operare in direzioni opposte: lo sviluppo economico può ridurre progressivamente il vantaggio relativo dell’emigrazione perché crea migliori opportunità nel Paese di origine, ma contemporaneamente fornisce a un numero crescente di persone i mezzi economici necessari per partire (Banca Mondiale, World Development Report 2023). Ne consegue un primo risultato apparentemente paradossale: i più poveri possono avere un fortissimo incentivo a emigrare senza possedere le risorse necessarie per farlo, mentre una maggiore disponibilità economica può trasformare quell’aspirazione in una possibilità concreta.

È ciò che nella letteratura viene generalmente rappresentato attraverso la cosiddetta migration hump, la “gobba migratoria”. Osservando Paesi con differenti livelli di sviluppo, i tassi di emigrazione non aumentano semplicemente al diminuire del reddito. Sono frequentemente i Paesi collocati nelle fasce intermedie dello sviluppo a presentare una maggiore propensione migratoria, mentre alcuni Paesi estremamente poveri registrano percentuali sorprendentemente basse. La relazione deve però essere interpretata con cautela: osservare una gobba confrontando Paesi differenti non significa dimostrare automaticamente che ogni singolo Paese, crescendo economicamente, debba percorrere esattamente la medesima traiettoria. La letteratura economica ha evidenziato come una parte dell’associazione possa dipendere dalle differenti caratteristiche strutturali dei Paesi confrontati. La correlazione, anche quando evidente, non deve quindi essere trasformata automaticamente in causalità.

Il confronto fra Cina, India e Africa rende immediatamente visibile il problema. Utilizzando lo stock degli emigrati, cioè le persone originarie di un territorio che vivono all’estero, rapportato alla popolazione, la Cina presenta una quota relativamente contenuta rispetto alla sua enorme popolazione, l’India una quota superiore ma comunque relativamente bassa e l’Africa nel suo complesso valori maggiori. L’International Migrant Stock delle Nazioni Unite consente oggi di seguire il fenomeno dal 1990 al 2024 per 233 Paesi e aree, distinguendo anche origine e destinazione dei migranti (UN DESA, International Migrant Stock 2024).

AreaEmigrati/popolazione 1990Emigrati/popolazione 2024Tendenza generale
Cina≈ 0,37%≈ 0,8%aumento da livelli molto bassi
India≈ 0,76%≈ 1,3%aumento
Africa≈ 2,5%≈ 3%livello superiore, ma fortemente eterogeneo

Questi valori devono essere interpretati come stock e non come flussi annuali: misurano quante persone originarie di quei territori risiedono all’estero in un determinato momento e non quante siano partite durante quell’anno. La distinzione è essenziale perché uno stock può continuare a crescere anche mentre il flusso annuale sta rallentando. Rimane tuttavia un risultato significativo: Cina e India hanno sperimentato nello stesso periodo una crescita economica e patrimoniale enormemente superiore a quella di gran parte dell’Africa, ma l’emigrazione non è scomparsa. Cade quindi una prima rappresentazione semplicistica: non è vero che l’Africa emigra mentre Cina e India rimangono immobili. Emigrano tutte e tre le popolazioni; ciò che cambia profondamente è l’incidenza rispetto alla popolazione e, soprattutto, la matrice geografica dei movimenti.

È proprio su questo punto che l’analisi conduce a una conclusione più interessante: non esiste un’unica matrice migratoria africana e quella del Nord Africa presenta caratteristiche strutturalmente differenti sia rispetto a gran parte dell’Africa subsahariana sia rispetto ai grandi sistemi migratori cinese e indiano. La differenza non deve essere intesa nel senso che ogni nordafricano emigri necessariamente per ragioni diverse da quelle di un africano subsahariano, di un cinese o di un indiano. Le motivazioni individuali possono sovrapporsi: lavoro, reddito, famiglia, studio, sicurezza, aspirazione a condizioni migliori. Ciò che cambia è la combinazione delle condizioni economiche, geografiche, storiche e sociali che trasforma queste motivazioni individuali in flussi collettivi diretti verso destinazioni differenti.

I numeri africani sono particolarmente eloquenti. Nel 2017 l’Africa contava 36.266.428 emigrati internazionali. Di questi, 19.359.848, pari al 53,4%, vivevano in un altro Paese africano, mentre 16.906.580, pari al 46,6%, vivevano fuori dal continente (UNCTAD, Economic Development in Africa Report 2018, elaborazioni su dati UN DESA).

Regione africana di origineEmigrati rimasti in AfricaEmigrati fuori dall’Africa
Africa orientale71,0%29,0%
Africa centrale78,8%21,2%
Africa occidentale71,7%28,3%
Africa meridionale51,7%48,3%
Africa settentrionale13,2%86,8%
Africa complessiva53,4%46,6%

La tabella permette di sostenere con sufficiente robustezza statistica l’esistenza di due matrici migratorie africane profondamente differenti. Nell’Africa centrale quasi 79 emigranti su 100 rimanevano nel continente, nell’Africa occidentale quasi 72 e nell’Africa orientale 71. Nel Nord Africa accadeva quasi esattamente l’opposto: appena il 13,2% degli emigrati rimaneva in Africa e ben l’86,8% viveva fuori dal continente (UNCTAD, Economic Development in Africa Report 2018, elaborazioni su UN DESA).

Non si tratta soltanto di una differenza numerica. L’UNCTAD individua esplicitamente nella prossimità geografica all’Europa e al Medio Oriente, nei legami coloniali e nelle reti migratorie consolidate alcuni degli elementi che hanno influenzato la migrazione extra-continentale nordafricana. A questi fattori si aggiunge il mercato del lavoro: nel 2016 la disoccupazione giovanile nel Nord Africa raggiungeva il 29,3%, contro il 10,9% dell’Africa subsahariana, e l’UNCTAD individua proprio nell’elevata disoccupazione giovanile uno dei fattori delle recenti migrazioni nordafricane verso l’Europa (UNCTAD, Economic Development in Africa Report 2018).

Nell’Africa subsahariana la matrice appare invece maggiormente regionale. La domanda di lavoro nell’agricoltura, nelle costruzioni, nelle attività minerarie, nei servizi, nell’information technology e nel commercio transfrontaliero costituisce un importante motore della migrazione intra-africana; in determinate aree assumono inoltre particolare rilievo conflitti e instabilità politica. L’UNCTAD individua, ad esempio, nella domanda di lavoro un importante fattore degli spostamenti verso mercati regionali africani e nei conflitti e nell’instabilità alcuni dei fattori degli spostamenti da Somalia, Sudan e Repubblica Democratica del Congo (UNCTAD, Economic Development in Africa Report 2018).

Diventa quindi scientificamente improprio parlare genericamente di una “migrazione africana verso l’Europa”. Quella che l’Europa osserva rappresenta soltanto una parte del sistema migratorio africano ed è fortemente influenzata dalla particolare struttura migratoria del Nord Africa. L’immagine delle rotte mediterranee può indurre l’osservatore europeo a ritenere che il continente africano produca principalmente migrazione verso nord, quando nel 2017 oltre la metà degli emigrati africani viveva ancora in Africa. L’UNCTAD stessa ha definito fuorviante la percezione secondo la quale la migrazione internazionale africana sarebbe principalmente diretta verso il Nord globale (UNCTAD, Economic Development in Africa Report 2018).

La differenza diventa ancora più evidente osservando i corridoi migratori. Nel 2017 dal Nord Africa vivevano in Francia circa 2,82 milioni di migranti, in Arabia Saudita 1,31 milioni, negli Emirati Arabi Uniti circa 999 mila, in Spagna 771 mila e in Italia 715 mila. La Francia rappresentava quindi da sola una destinazione nordafricana di dimensioni enormi, mentre l’Europa mediterranea costituiva uno dei principali poli di attrazione (UNCTAD, Economic Development in Africa Report 2018, elaborazioni su UN DESA).

Questo consente di introdurre il confronto con Marocco e Cina, particolarmente utile per comprendere perché la ricchezza da sola non possa spiegare la migrazione. Nel 2010 la quota di popolazione marocchina residente all’estero era superiore all’8%, mentre quella cinese era intorno allo 0,65%. La differenza era quindi superiore a un ordine di grandezza. Contemporaneamente, le rilevazioni patrimoniali internazionali collocavano la ricchezza mediana per adulto cinese e quella marocchina in un ordine di grandezza non tale da poter spiegare, da solo, una differenza migratoria così enorme. È necessario essere rigorosi su questo punto: ricchezza, reddito, potere d’acquisto, distribuzione patrimoniale e condizioni familiari non sono grandezze equivalenti e non sarebbe corretto sostenere che Cina e Marocco presentassero condizioni economiche identiche. Il confronto dimostra però qualcosa di altrettanto importante: il solo livello di disponibilità economica non è sufficiente a prevedere la propensione migratoria di una popolazione.

Confronto indicativo 2010CinaMarocco
Emigrati/popolazione0,65%oltre 8%
Principali direttrici estereAsia, Nord America, OceaniaEuropa
Possibilità di mobilità internamolto elevatasensibilmente inferiore
Prossimità a un’area molto più riccarelativamente bassamolto elevata verso UE
Reti migratorie storiche verso Europalimitate rispetto ad altre direttricimolto consolidate

Il confronto Marocco-Cina consente quindi di separare tre elementi che spesso vengono confusi. La disponibilità economica contribuisce a stabilire se una persona possieda materialmente i mezzi per emigrare; il differenziale di reddito e di opportunità contribuisce a stabilire quanto sia conveniente farlo; geografia, reti migratorie, rapporti storici, mercato del lavoro e possibilità alternative di mobilità contribuiscono invece a determinare dove sia più probabile che quella persona vada.

Per un cittadino marocchino l’Europa concentra contemporaneamente molte di queste condizioni: redditi mediamente superiori, distanza relativamente contenuta, grandi comunità marocchine già presenti in Francia, Spagna, Italia, Belgio e Paesi Bassi, rapporti storici e reti familiari capaci di ridurre il costo economico e informativo della migrazione. Il Mediterraneo, in altri termini, non costituisce semplicemente una distanza geografica da attraversare, ma separa economie caratterizzate da un significativo differenziale di opportunità all’interno di uno spazio nel quale esistono da decenni corridoi migratori consolidati.

La situazione cinese è profondamente differente. Un Paese di dimensioni continentali offre innanzitutto enormi possibilità di mobilità interna verso regioni e metropoli caratterizzate da maggiori opportunità occupazionali. Quando la migrazione diventa internazionale, inoltre, le reti economiche e diasporiche cinesi indirizzano una parte rilevante degli spostamenti verso Asia orientale, Nord America e Oceania. La distanza dall’Europa non impedisce ai cinesi di emigrare: milioni di persone percorrono distanze persino superiori. Cambia piuttosto la convenienza relativa delle differenti destinazioni.

Anche l’India conferma che non esiste una relazione del tipo “Africa emigra, Asia non emigra”. L’India costituisce uno dei maggiori bacini mondiali di emigrati internazionali, ma la sua matrice è differente da quella nordafricana: una parte rilevante degli spostamenti è storicamente orientata verso i Paesi del Golfo e le economie anglofone, oltre che verso altre destinazioni sviluppate. Il fenomeno migratorio indiano può essere enorme in termini assoluti e contemporaneamente risultare molto meno visibile sulle rotte mediterranee. L’assenza relativa dalle coste europee non equivale all’assenza di emigrazione.

Possiamo quindi individuare quattro matrici che, pur presentando inevitabili sovrapposizioni, risultano strutturalmente differenti:

AreaCaratteristica prevalente della matrice migratoria
Nord Africaforte componente extra-continentale, con rilevante orientamento verso Europa e Medio Oriente; peso di prossimità, differenziale economico, reti consolidate e disoccupazione giovanile
Africa subsaharianaforte componente intra-africana e regionale, legata anche ai mercati regionali del lavoro; in alcune aree importante componente di conflitto e instabilità
Indiaenorme migrazione internazionale orientata in misura rilevante verso Golfo, economie anglofone e altri mercati sviluppati, oltre a forte mobilità interna
Cinabassa incidenza dell’emigrazione rispetto all’enorme popolazione, grande mobilità interna e migrazione internazionale distribuita soprattutto lungo direttrici asiatiche, nordamericane e oceaniche

Questa distinzione permette di comprendere perché la motivazione migratoria debba essere trattata con maggiore precisione. Non sarebbe scientificamente corretto sostenere che tutti i nordafricani emigrino per motivazioni differenti da tutti gli africani subsahariani, cinesi o indiani. Le motivazioni individuali inevitabilmente si sovrappongono. È invece sostenibile affermare che differenti combinazioni di condizioni economiche, geografiche, demografiche, storiche e occupazionali producono matrici migratorie statisticamente differenti.

La dimensione del Paese costituisce un ulteriore elemento. Cina e India possiedono enormi mercati interni e profonde differenze economiche regionali. Una persona che cerca migliori opportunità non deve necessariamente attraversare una frontiera internazionale: può trasferirsi verso una grande area metropolitana o una regione economicamente più dinamica rimanendo all’interno del proprio Stato. Il confronto internazionale suggerisce infatti che la relazione fra sviluppo ed emigrazione cambia anche in funzione della dimensione del Paese e delle opportunità di mobilità interna.

Il risultato forse più significativo della ricerca è dunque che non emerge una relazione lineare secondo la quale meno ricchezza produce automaticamente più emigrazione. La disponibilità economica sembra piuttosto svolgere una doppia funzione. A livelli estremamente bassi può costituire un vincolo alla partenza; quando aumenta, consente a una parte maggiore della popolazione di sostenere il costo della migrazione; continuando lo sviluppo, però, aumentano anche le opportunità interne e diminuisce progressivamente il vantaggio relativo offerto dal trasferimento. La ricchezza può quindi contribuire a spiegare la possibilità di partire, ma non basta a spiegare la decisione di partire e soprattutto la destinazione scelta.

Questo risultato assume un significato particolare quando si distingue il PIL pro capite dalla ricchezza effettivamente posseduta dalle famiglie. Il PIL misura la produzione economica e costituisce un indicatore fondamentale dello sviluppo, ma non dice quanta ricchezza sia concretamente nella disponibilità della persona che deve decidere se emigrare. Una società può essere relativamente ricca in termini medi e contemporaneamente presentare una forte concentrazione patrimoniale. Per questa ragione sarebbe teoricamente preferibile affiancare al reddito pro capite la ricchezza mediana per adulto, che individua il patrimonio della persona collocata esattamente al centro della distribuzione. Il limite, soprattutto per molti Paesi africani, è rappresentato dalla qualità e dalla continuità delle rilevazioni patrimoniali. Sarebbe metodologicamente sbagliato attribuire a stime fragili la stessa affidabilità dei dati direttamente rilevati. La relazione fra patrimonio personale ed emigrazione rappresenta quindi una delle ipotesi più interessanti emerse dall’analisi, ma non può ancora essere presentata come una relazione causalmente dimostrata.

La conclusione porta molto lontano dall’equazione “povertà uguale migrazione”. La decisione di emigrare nasce dall’interazione fra necessità e possibilità. Occorre che esista un vantaggio sufficientemente grande nel partire, ma occorrono contemporaneamente le risorse per poterlo fare. A queste condizioni si aggiungono distanza, costo del viaggio, reti migratorie, domanda di lavoro nel Paese di destinazione, formazione, dimensione dello Stato di origine, possibilità di migrare internamente, stabilità politica e, nei casi più drammatici, guerre e persecuzioni. La ricchezza conta, ma non governa da sola il fenomeno; e soprattutto non determina da sola la geografia della migrazione.

È proprio in questo punto che il pensiero di Raoul Follereau assume una sorprendente attualità economica. È opportuno evitare di attribuirgli formule sulla contrapposizione fra carità e lavoro delle quali non sia possibile verificare con certezza l’origine testuale. La Fondation Raoul Follereau documenta però una sua affermazione inequivocabile: «Un uomo è veramente uomo solo se è libero. È libero solo se lavora» (Fondation Raoul Follereau). La Fondazione interpreta ancora oggi quel principio sostenendo formazione, attività generatrici di reddito e reinserimento attraverso il lavoro, nella convinzione che libertà e dignità richiedano la possibilità di provvedere ai propri bisogni e a quelli della propria famiglia (Fondation Raoul Follereau).

Letta attraverso i risultati della ricerca sulle migrazioni, quella concezione assume anche un significato economico. Aiutare una popolazione non significa semplicemente trasferire risorse, ma creare le condizioni perché possa produrre reddito, accumulare capitale umano, generare ricchezza e trovare nel proprio territorio opportunità comparabili a quelle che cerca altrove. L’assistenza può essere indispensabile nell’emergenza; lo sviluppo è invece ciò che può renderla progressivamente non necessaria.

Ed è forse questa la conclusione meno intuitiva ma più importante. Se l’obiettivo di una politica di cooperazione fosse semplicemente quello di ridurre nell’immediato le migrazioni attraverso trasferimenti economici, non esiste alcuna garanzia che l’effetto iniziale sia una diminuzione delle partenze: una maggiore disponibilità di risorse può persino consentire di emigrare a persone che prima non ne avevano materialmente la possibilità. Lo sviluppo produce però qualcosa di più importante nel medio e lungo periodo: aumenta le opportunità nel Paese di origine e può ridurre il differenziale che rende conveniente partire.

Non si tratta quindi di mantenere una popolazione abbastanza povera da non poter emigrare, risultato economicamente e moralmente paradossale, ma di creare le condizioni affinché disponga delle risorse, delle competenze e delle opportunità necessarie per poter scegliere. Ed è qui che i dati conducono a una distinzione sostanziale: la povertà può impedire di partire; la ricchezza può consentire di partire; lo sviluppo può permettere di scegliere di restare.

La migrazione nordafricana, quella subsahariana, quella indiana e quella cinese dimostrano infine che questa scelta non avviene nel vuoto. Avviene all’interno di differenti sistemi economici e geografici, caratterizzati da distanze, opportunità, reti e mercati del lavoro differenti. Per questo non esiste una sola matrice della migrazione mondiale e non esiste, soprattutto, una sola matrice della migrazione africana. Comprendere questa differenza significa abbandonare la rappresentazione semplicistica secondo cui le popolazioni emigrano soltanto perché sono povere e cominciare invece a interrogarsi sulle condizioni che trasformano il desiderio di migliorare la propria esistenza prima nella possibilità di partire e, successivamente, nella scelta fra partire e rimanere.

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Massimiliano Scorrano
Massimiliano Scorrano
Nato a Pescara, consegue la Laurea Specialistica nella locale Facoltà di Scienze Manageriali con le tesi di taglio giuridico e di economia, sulle tematiche legate alla sicurezza sui luoghi di lavoro, per la triennale, e sui distretti industriali italiani posti in relazione al capitale sociale ed umano per la specialistica. Scopre la tesi del Valore indotto e della Proprietà popolare della moneta del prof. Giacinto Auriti. Articolista per il sito della Scuola Auritiana, cultore delle politiche monetarie, ha collaborato alla pubblicazione di due libri scrivendo due brevi saggi, l'uno affrontando le tematiche riguardanti le trasformazioni delle Banche Popolare in Italia nel libro "L'Italia del futuro", l'altro affrontando le tematiche relative agli infortuni sui luoghi di lavoro nel libro "Le priorità del cuore".

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