La frontiera come arma geopolitica

Giuseppe Colasanto: «Le migrazioni sono ormai parte della competizione geopolitica»

Dalla crisi migratoria di Ceuta alla sfida per il controllo delle rotte commerciali e militari: perché la sicurezza europea dipende sempre più dai Paesi di transito e dalla capacità di anticipare le minacce. Giuseppe Colasanto, per anni dirigente della Polizia di frontiera e oggi esperto di politiche migratorie, analizza le vulnerabilità europee e propone un nuovo modello di gestione dei flussi.

Giuseppe Colasanto è stato Vice questore della Polizia di Stato e dirigente della Polizia di frontiera. Ha operato a lungo sui principali confini italiani, da Ventimiglia a Lampedusa, fino a Trieste, e ha partecipato a missioni internazionali di stabilizzazione e ricostruzione in contesti ad alto rischio, tra Bosnia-Erzegovina, Libia, Kosovo, Albania e Medio Oriente. Ha collaborato come esperto con Frontex e ha successivamente operato per l’ICMPD, International Centre for Migration Policy Development, ad Amman, in Giordania. Appassionato di storie e geografie di confine, scrive per magazine italiani ed europei ed è autore di Oltrefrontiera.

La crisi di Ceuta dell’estate 2026 è stata definita la più grave mai registrata alla frontiera terrestre tra Africa ed Europa. Rispetto alla crisi del 2021, quali elementi di continuità e quali differenze emergono? Quali fattori hanno concorso a trasformare un fenomeno migratorio in un evento di dimensioni eccezionali?

A maggio 2021, il Marocco allentò le misure di controllo alla frontiera e circa 8mila persone entrarono illegalmente a Ceuta. Quindi, facendo il paio con l’episodio avvenuto il 30 luglio scorso con l’ingresso di circa 70mila persone giunte dal Marocco, con oltre cento morti annegati, donne e minori non accompagnati lasciati senza acqua, cibo e assistenza medica, essi rappresentano le crisi migratorie più gravi degli ultimi cinque anni di quell’area. Di sfondo, rimane la tensione tra Spagna e Marocco.

Nel 2021, i due Paesi erano immersi in una grave crisi diplomatica, scatenata dall’accoglienza in un ospedale spagnolo di Brahim Ghali, uno dei principali leader Sahrawi del Fronte Polisario, movimento politico e militare del Sahara Occidentale, che lotta per l’indipendenza di quel territorio dal Marocco, dopo la fine della dominazione spagnola. Rabat rispose ritirando la sua ambasciatrice a Madrid e facilitando l’ingresso illegale in Spagna, attraverso Ceuta, di migliaia di suoi connazionali.

In un successivo incontro tra Sánchez e il re del Marocco, Mohammed VI, la crisi bilaterale pareva rientrata, ma, pochi mesi dopo, nel giugno 2022, si verificò un altro tragico episodio, questa volta al valico di frontiera di Melilla, dove circa 2mila persone di origine subsahariana tentarono di attraversare il confine. Trentasette migranti morirono a causa dell’affollamento e dello schiacciamento sul lato marocchino, durante i tentativi di oltrepassamento.

Quello che ha fatto la differenza tra le due crisi migratorie è stato l’uso crescente di Internet per fini criminali, quello che gli analisti definiscono il dark web, il web più profondo, quale consolidato dato di fatto, così come lo è quello dell’utilizzo dei social media per la diffusione di messaggi, combinazione deflagrata nel “caso Ceuta” di fine luglio scorso.

Su Internet esistono piattaforme utilizzate come campo di caccia digitale dai trafficanti di esseri umani. I cartelli dei trafficanti, con le loro fitte ramificazioni internazionali, operano come agenzie di marketing dell’immigrazione di donne, uomini, minorenni.

Venditori di illusioni e di passaggi verso il mondo ricco, consolidate organizzazioni trasformatesi in holding transnazionali di schiavitù moderna che si incaricano di tutto: dalla pubblicità del viaggio ai finanziamenti alla partenza, ai metodi di pagamento, all’indicazione dei percorsi e fornitura dei mezzi di trasporto, alla organizzazione dei metodi per gli attraversamenti illegali alle frontiere, sino agli arrivi nelle destinazioni prescelte.

Il web consente, senza esporsi, di mettere in contatto i trafficanti con i potenziali migranti, fornire e ricevere pagamenti, in assoluto anonimato. I social media permettono l’apertura di infinite chat private, cui il sistema consentirà di autocancellarsi al termine del servizio fornito, senza lasciare traccia, contatti, nomi o cifre. Un vero rompicapo per gli investigatori di mezzo mondo.

«I trafficanti sono diventati vere e proprie holding transnazionali della schiavitù moderna

Possiamo parlare di un episodio isolato o di un’evoluzione di un modello già visto? Negli ultimi anni è entrato nel lessico geopolitico il concetto di “strumentalizzazione dei flussi migratori”. Quando è corretto parlare di migrazione come leva di pressione diplomatica o addirittura come strumento di guerra ibrida?

L’uso politico della pressione migratoria, la cosiddetta “strumentalizzazione dei flussi migratori”, è la leva che utilizzano governi e diplomazie africane, sfruttando cinicamente gli spostamenti migratori o le crisi umanitarie, spesso anche sostenute da influenze e intelligence di potenze straniere.

I Paesi africani dispongono così di un modello strutturale: possono intensificare i controlli, riducendo le partenze, oppure allentarli, trasferendo in poche ore una pressione enorme su un territorio europeo.

L’esistenza di cause economiche non impedisce l’utilizzo politico dei flussi: le due dinamiche possono coesistere. È un mezzo per ottenere vantaggi strategici, migliori accordi geopolitici e finanziari nelle negoziazioni con gli Stati europei, orchestrando flussi di massa, la facilitazione o il blocco delle partenze, o il transito di profughi diretti in Europa.

Quindi, diversi Stati africani sfruttano il fenomeno migratorio come guerra ibrida, producendo così instabilità, tensioni diplomatiche e risposte nazionali incompatibili tra loro.

Nei confronti dell’Italia, l’utilizzo della “bomba umana” è stato per anni uno strumento utilizzato dal colonnello Gheddafi e dai vari governi succedutisi nell’infinito caos libico.

Basti pensare alla crisi del 2015, quando la decisione della Germania di accogliere un flusso epocale di profughi siriani e afghani mostrò quanto una scelta nazionale potesse produrre conseguenze sull’intero sistema europeo.

La pressione migratoria su Ceuta ha coinvolto contemporaneamente i rapporti tra Spagna e Marocco, la gestione europea delle frontiere, la posizione strategica dello Stretto di Gibilterra, la competizione tra potenze nel Mediterraneo occidentale e la capacità dell’Ue di reagire.

Ma bisogna considerare un ulteriore aspetto: la massiccia partenza dei migranti comporta anche la produzione, in parallelo, di enormi vantaggi economici e di investimenti provenienti dalle rimesse degli espatriati, per molti Stati africani fonte di ingenti finanziamenti, che rappresentano una ampia fetta del PIL continentale e spesso poi gestiti dai regimi locali.

Non dimentichiamoci, però, che il concetto di “arma migratoria” è spesso utilizzato con eccessiva facilità e comporta un rischio evidente: trasformare persone vulnerabili in strumenti linguistici della competizione tra Stati.

Migranti e richiedenti asilo non sono armi, sono individui.

Nel caso di Ceuta sono state avanzate accuse sul ruolo del Marocco. Dal punto di vista dell’analisi internazionale, quali elementi sono necessari per attribuire a uno Stato una responsabilità diretta in eventi di questo tipo, evitando valutazioni esclusivamente politiche?

Ceuta, con i suoi 20 kmq, rappresenta l’unica frontiera terrestre dell’Unione europea con l’Africa. Una linea di confine rinforzata dal 1993 con barriere, recinzioni, filo spinato, torrette, sistemi di rilevamento altamente tecnologici, finanziati per il 75% con fondi europei, tanto da divenire la frontiera più fortificata d’Europa.

Così come, sempre da Bruxelles, giungono al Regno del Marocco ingenti supporti economici, affinché, dal suo lato del confine, operi analoghi ferrei controlli.

Il casus belli che ha innescato il caso Ceuta nasce, in realtà, in Spagna. La Corte Suprema spagnola stabiliva l’illegittimità dei respingimenti immediati, così detti “rimpatri lampo”, dei migranti intercettati a Ceuta via mare, in quanto non avrebbero eluso “barriere fisiche”, accogliendo il ricorso di un cittadino algerino arrivato a nuoto nel 2024 e rispedito in Marocco senza poter richiedere asilo.

Ciò veniva trasformato dal tam-tam online nel messaggio a un accesso garantito verso la Spagna.

Ma al di là del “tecnicismo giuridico”, pare difficilmente ipotizzabile un tale flusso senza una voluta omissione di vigilanza al confine da parte della Gendarmeria marocchina.

Il contesto diplomatico e il grande gioco geopolitico che sta dietro a questo singolo episodio sono molto più ampi e complessi.

Contrasti geopolitici tra Marocco e Spagna che ruotano attorno a dinamiche regionali, dalla gestione dei flussi migratori agli equilibri energetici con l’Algeria, alla disputa irrisolta sul Sahara Occidentale, alle enclavi nordafricane di Ceuta e Melilla, di cui il Marocco contesta la sovranità spagnola, considerando le plazas de soberanía residui coloniali.

Lo stesso Stretto di Gibilterra, come altri “colli di bottiglia”, basti pensare a Hormuz, si sono rivelati di vitale importanza economica, commerciale e geopolitica.

Spazi ristretti ove si concentrano flussi containerizzati, approvvigionamenti energetici, traffici militari e collegamenti tra Mediterraneo, Nord Europa, Africa occidentale e Americhe.

Tramite l’enclave di Ceuta, la Spagna estende la sua ZEE, Zona Economica Esclusiva marittima, di sovranità con relativi diritti di protezione e controllo doganale/marittimo, fino alle consentite 200 miglia nautiche: una longa manus che congiunge Spagna e Africa, ma che aumenta gli elementi di frizione con Rabat.

Ecco che le Autorità marocchine adottano periodicamente una linea di maggior tolleranza o passività alla frontiera, come nei casi a Ceuta del 2021 e del luglio 2026, per condurre bracci di ferro diplomatici con Madrid.

Il valore strategico di Ceuta deve essere letto dentro questa geografia.

Una pressione prolungata sulla città può aumentare i costi politici ed economici sostenuti dalla Spagna, alimentare il dibattito sulla sostenibilità dell’exclave e rafforzare, nel lungo periodo, la richiesta marocchina di discuterne lo status.

Non esiste alcun automatismo che conduca a una cessione di sovranità, ma una città sottoposta a crisi ricorrenti diventa più difficile da amministrare e più vulnerabile alla negoziazione.

Quali sono le motivazioni che spingono a migrare dall’Africa?

Dobbiamo anzitutto capire che cos’è oggi l’Africa. Un continente immenso, complesso e dal potenziale straordinario, con risorse sconfinate, che rappresenta il futuro.

L’Africa è il continente più ricco di materie prime del pianeta: il 40% delle riserve auree mondiali, il 30% di quelle minerarie, il 12% del petrolio e l’8% del gas naturale. Tanto dovrebbe bastare per garantire ai suoi 1,5 miliardi di abitanti un futuro di benessere.

Dopo un secolo e mezzo di governi coloniali, 65 anni fa, con l’inizio della decolonizzazione, i 54 Paesi africani hanno preso in mano il proprio destino. Sulla carta.

Nella realtà, uscire da condizioni di sfruttamento secolare, guerriglie fra fazioni per il controllo delle materie prime, un’infilata di colpi di Stato militari, guerre civili e corruzione è ben più complesso.

A questo si aggiungono gli squilibri Nord-Sud e l’esplosione demografica dell’Africa: l’età media è di 19 anni, contro i 45 degli Stati dell’Ue. Sono elementi che contribuiscono a spiegare il fenomeno migratorio.

Globalizzazione e uso dei social media hanno mutato il Continente africano anche dal punto di vista antropologico. Centinaia di migliaia di giovani africani hanno oggi una spinta ulteriore alla ricerca di opportunità di vita e di lavoro verso altri Paesi, Europa in primis.

Gli Stati europei sono attrattivi per i livelli di benessere economico, le opportunità di lavoro e la prospettiva di una vita migliore, ma anche per un sistema di welfare, diritti, tutele e libertà spesso impensabili nei Paesi di origine.

A spingere le persone a partire contribuiscono anche il deterioramento di vaste aree rurali causato dai cambiamenti climatici, le crisi economiche, l’instabilità politica, le guerre, l’estrema conflittualità etnica, religiosa e tribale, la precarietà degli assetti territoriali e istituzionali successivi alla decolonizzazione, il terrorismo.

Un esempio emblematico è il progressivo prosciugamento del Lago Ciad, che per secoli ha rappresentato una fonte di sostentamento per agricoltori e pescatori di Paesi come Ciad, Camerun, Niger e Nigeria.

Il Sudan ne è un altro “esempio concreto”: il Paese sta affrontando una profonda crisi umanitaria a causa del conflitto iniziato nell’aprile 2023 tra esercito e forze paramilitari, che ha provocato quasi 13 milioni di sfollati interni e oltre 3 milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi, come Ciad, Egitto e Sud Sudan. Paesi già fragili che devono affrontare un’enorme pressione umanitaria.

Bisogna però considerare un altro aspetto: a partire verso l’Europa non sono i più poveri, che spesso non hanno le risorse per farlo, ma persone appartenenti a una fascia sociale o economica relativamente più elevata, con la capacità di sostenere i costi del viaggio.

Tali flussi sono caratterizzati da lunghe tratte, gestite da organizzazioni criminali transnazionali dedite al traffico di esseri umani e al favoreggiamento delle migrazioni clandestine.

Giocano un ruolo importante anche le catene migratorie, con parenti che raggiungono altri parenti, e l’incentivazione alla partenza indotta, per esempio, come abbiamo visto in recenti episodi, dai media.

In questo complesso business, i trafficanti di esseri umani controllano diverse aree di transito dei Paesi africani posti lungo le rotte migratorie, con un’expertise criminale tutt’altro che improvvisata.

I migranti affrontano viaggi lunghi e perigliosi e, una volta giunti a destinazione, trovano spesso condizioni precarie e complesse, derivanti anche dal loro status di clandestinità: possono essere privi di documenti e di quella formazione richiesta dal mercato del lavoro europeo.

La crisi ha evidenziato quanto la sicurezza delle frontiere europee dipenda dalla cooperazione con i Paesi di transito. È questa la principale vulnerabilità dell’attuale sistema europeo di gestione delle migrazioni? Quali le eventuali soluzioni?

I Paesi di transito migratorio sono Stati terzi che i migranti attraversano spostandosi dai luoghi d’origine verso le nazioni di destinazione finale. Nel sistema europeo di gestione dei flussi hanno assunto un ruolo strategico perché controllano, o possono contribuire a controllare, i passaggi che precedono l’ingresso nell’Unione.

La logica di Bruxelles è semplice: è meno costoso bloccare una barca prima che lasci la riva, o un gruppo di migranti prima che raggiunga una frontiera, che gestirne le conseguenze una volta arrivati.

Il problema è che questa strategia ha prodotto una conseguenza non secondaria: l’Europa ha esternalizzato una parte della propria sicurezza di frontiera a Stati terzi, consegnando loro anche una possibile leva di pressione politica.

Il primo esempio è il Marocco.

Ceuta rappresenta quindi un caso emblematico: una frontiera europea formalmente protetta da infrastrutture e tecnologie, ma la cui sicurezza dipende anche dalla capacità e dalla volontà del Paese che si trova dall’altra parte del confine.

Un secondo esempio riguarda Tunisia e Libia, due snodi fondamentali della rotta del Mediterraneo centrale.

Qui il problema assume una dimensione diversa. Non si tratta soltanto di controllare le amplie frontiere desertiche, ma di impedire che le persone raggiungano i punti di partenza per le traversate verso l’Italia.

Per questo l’Europa ha progressivamente rafforzato la cooperazione con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo, sostenendoli nel controllo dei confini e nel contrasto alle reti di trafficanti e nelle iniziative economiche.

Ma anche in questo caso emerge la vulnerabilità del modello: se il Paese di transito modifica la propria politica, riduce i controlli o attraversa una fase di instabilità, la pressione può rapidamente spostarsi verso la frontiera europea.

La Libia rappresenta l’esempio più evidente di questa fragilità: la debolezza istituzionale, la frammentazione territoriale e l’assenza d’interlocutori affidabili, ogni iniziativa diventa velleitaria.

Il terzo esempio è rappresentato dal Niger e, più in generale, dal Sahel.

Qui la prospettiva cambia ancora: non siamo più davanti alla frontiera immediatamente prospiciente all’Europa, ma alla profondità strategica delle rotte migratorie.

Il Niger occupa una posizione cruciale nelle direttrici che collegano l’Africa subsahariana al Nord Africa. La regione di Agadez è stata per anni uno dei principali hub lungo le rotte verso Libia e Algeria.

Nel novembre 2023, il governo di transizione nigerino ha abolito la legge che criminalizzava il traffico illecito di migranti e l’assistenza al loro spostamento attraverso il deserto. Una decisione che ha avuto conseguenze anche sul sistema europeo di contenimento dei flussi, perché ha indebolito uno degli strumenti utilizzati per interrompere le rotte prima che raggiungessero il Nord Africa.

Questo dimostra quanto sia fragile un sistema nel quale la sicurezza della frontiera europea comincia, di fatto, centinaia o migliaia di chilometri più a sud.

Lungo queste rotte si sono nel tempo sviluppate economie criminali parallele, gestite da organizzazioni transnazionali che lucrano sul traffico di esseri umani, sul contrabbando e sull’intreccio con altre forme di criminalità transfrontaliera.

Ecco perché la questione migratoria non può essere affrontata soltanto come problema di controllo delle frontiere.

Chi controlla i flussi migratori e ne gestisce le rotte acquisisce una leva strategica nei confronti dell’Europa.

La vera soluzione, quindi, non può essere semplicemente trasferire più a Sud il confine europeo. Deve essere costruita una politica di partenariato che renda i Paesi di transito interlocutori responsabili e affidabili, combinando sicurezza, cooperazione economica, sviluppo, formazione, contrasto alle reti criminali e canali regolari di mobilità.

«La sicurezza della frontiera europea comincia, di fatto, migliaia di chilometri più a SUD.»

Il nuovo Patto europeo sulla migrazione e sull’asilo è sufficiente ad affrontare questi scenari di crisi?

No, non è sufficiente. È un passo importante, ma interviene soprattutto sulla gestione dei flussi e dei rimpatri, mentre la vulnerabilità europea è molto più ampia. L’attuazione del programma di hub delocalizzati nei Paesi di transito africani, sul modello di quello istituito in Albania, per gestire le procedure di trattenimento, identificazione, esame delle domande d’asilo e rimpatrio dei migranti soccorsi o irregolari, si inserisce nei meccanismi di esternalizzazione delle politiche di rimpatrio, attraverso la cooperazione con i principali Paesi di transito.

Alcuni analisti hanno definito questo approccio “deterrenza cooperativa” o “architettura del respingimento”: Stati e organizzazioni internazionali cooperano per prevenire l’arrivo dei migranti, evitando così le criticità che ne derivano.

È in questo quadro che si inserisce la riforma, attualmente in corso, della politica di rimpatrio dei migranti irregolari presenti nell’Ue. Tra le nuove soluzioni figura il rafforzamento dei partenariati con i Paesi terzi e la possibilità di creare “return hubs”, piattaforme nelle quali i rimpatriati potrebbero essere trasferiti in attesa dell’allontanamento definitivo.

Sul piano legislativo, la proposta mira quindi a creare un sistema europeo comune di rimpatrio e a fornire agli Stati membri una base giuridica per la creazione di tali piattaforme.

Si tratta di programmi che possono rappresentare un’opportunità concreta qualora si raggiungano accordi con i Paesi terzi, ma che dovranno necessariamente tenere conto della complessità del quadro africano e delle difficili negoziazioni con i governi locali.

Il rafforzamento dei partenariati con i Paesi terzi ha già contribuito a una significativa riduzione degli attraversamenti irregolari delle frontiere.

I dati raccolti da Freedom House evidenziano che oggi 10 Paesi africani su 54 possono vantare un sistema democratico e libero, mentre altri sono caratterizzati da instabilità, governi militari o perduranti fasi di transizione.

Ed è proprio questa vulnerabilità che hanno compreso bene Cina, Russia e Turchia, che negli ultimi anni hanno ampliato il proprio raggio d’azione e di influenza nei gangli del Continente africano, perseguendo interessi geopolitici, economici e commerciali spesso in antitesi con quelli dell’Italia e dell’Ue.

Le autorità giudiziarie e le forze di polizia europee sono pronte a far fronte alle sempre nuove strategie adoperate dai trafficanti di esseri umani e ad affrontare crisi di questa portata? Oppure sono necessarie ulteriori riforme, anche sul piano operativo e dell’intelligence?

Le principali direttrici strategiche e tecniche nella complessa lotta al traffico di esseri umani e al contrasto al fenomeno della migrazione clandestina si sono evolute negli ultimi anni, in un approccio non solo di polizia o militare, a seconda delle diverse legislazioni interne, ma basato anche sull’attuazione di strategie multilivello: prevention, prosecution, protection and partnership.

Indispensabili per smantellare le infrastrutture operative dei trafficanti sono una pressione coordinata a livello europeo e nazionale e, in parallelo, diretta a ridurre la domanda economica che alimenta il mercato.

Strategie che mirano anche ad affrontare le cause profonde delle migrazioni, come conflitti e povertà, di cui l’ordinamento italiano è considerato a livello internazionale quale specifico banco di prova per la valutazione dei modelli normativi anti-trafficking.

Ma per un ulteriore balzo in avanti, a contrasto delle sempre nuove e più sofisticate strategie utilizzate dai trafficanti, necessitano pool specializzati di magistrati e task force nelle Forze di polizia, con conoscenze linguistiche, possibilità di muoversi e intervenire anche in contesti lontani e difficili, aggiornate metodologie investigative.

Servono profonde capacità informatiche sull’uso di tecnologia e prevenzione digitale, per monitorare e analizzare i flussi finanziari illeciti, transazioni bancarie, utilizzo della IA per rintracciare notizie di intelligence che circolano sotto soglia di diffusione, e quale strumento avanzato di data mining e modelli predittivi per i flussi finanziari illeciti e tracciare le reti criminali sul web.

Imprescindibili per le nuove strategie contro l’immigrazione clandestina e la criminalità organizzata saranno la capacità di operare in modo transnazionale, con progetti di cooperazione globale di polizia, come protocolli internazionali anticrimine, contrasto agli intrecci criminali quali caporalato e sfruttamento al lavoro, di minori o sessuale, in collaborazione e sinergia non solo con gli altri partner europei, ma anche con le autorità dei Paesi africani.

Istituire Accademie di polizia e Centri di cooperazione transfrontalieri nei luoghi di transito migratorio darebbe nuove opportunità di impiego operativo e segnali concreti di legalità.

Guardando al futuro, Ceuta rappresenta un episodio eccezionale oppure il segnale che l’Europa dovrà abituarsi a gestire crisi migratorie sempre più intrecciate con la competizione geopolitica? Quali sono, a suo avviso, le priorità strategiche che l’Unione e l’Italia dovrebbero adottare per prepararsi a questo scenario?

Per rispondere alla sua domanda, ho individuato tre elementi strategici.

 1. AUTONOMIA STRATEGICA

La crisi di Ceuta dimostra una realtà che l’Europa continua ancora a sottovalutare.

Nel XXI secolo le frontiere non si difendono soltanto con uomini, mezzi e normative, ma attraverso una più ampia capacità di autonomia strategica.

Energia, migrazioni, rotte marittime, infrastrutture, commercio e sicurezza non rappresentano più ambiti separati, ma elementi di un unico sistema nel quale ogni dipendenza può trasformarsi in uno strumento di pressione politica.

La questione centrale riguarda quindi la dipendenza europea da Stati terzi incaricati, formalmente o informalmente, di controllare le partenze migratorie.

Quando l’Unione esternalizza la gestione delle frontiere, trasferisce anche potere negoziale.

Turchia, Libia, Tunisia, Bielorussia e Marocco hanno mostrato, in circostanze diverse, come la cooperazione migratoria possa essere collegata a finanziamenti, riconoscimenti diplomatici, sanzioni o controversie territoriali.

Un fenomeno ormai riconosciuto nel quadro delle minacce ibride.

 2. AFRICA E PIANO MATTEI

In Africa, gli USA dell’amministrazione Trump hanno declinato il proprio africanismo non più votato al sostegno economico, ma sui commerci.

In tali nuovi spazi di manovra si è inserita la Cina, che sta costruendo raffinerie e ferrovie per collegare le zone di estrazione mineraria ai porti.

La Turchia è considerata un affidabile provider di sicurezza dai Paesi del Sahel, la Russia inviterà a ottobre a Mosca i Paesi dell’ECOWAS, Economic Community of West African States, Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, organizzazione regionale che promuove l’integrazione economica e la cooperazione tra i Paesi membri dell’Africa occidentale.

E l’Europa? E l’Italia?

Il nostro Paese, da invidiabile piattaforma geografica, rischia di essere per gli altri europei utile solo ad assorbire i flussi migratori che soffiano dall’Africa.

Al G7 di Hiroshima del maggio 2023, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha patrocinato l’importanza del Sud globale per la strategia italiana ed europea: «Abbiamo bisogno di una migliore e più efficace collaborazione con il Sud Globale», ha dichiarato, aprendo di fatto al Piano Mattei, unica vera novità nei rapporti Europa-Africa degli ultimi anni.

Il Piano Mattei si basa su un concetto a medio-lungo termine, per una profondità strategica in Africa, proposte concrete per avviare lo sviluppo africano con servizi, infrastrutture e opportunità economiche, nell’ottica di mitigare le ragioni di partenza dal Paese d’origine.

3. UN NUOVO MODELLO MIGRATORIO

L’immigrazione irregolare verso l’Ue, il trafficking con i suoi morti, i salvataggi, la gestione dei richiedenti asilo con le sue complessità, gli enormi costi dell’accoglienza, da tempo ripiegata su una mera configurazione “passiva”, di cui spesso, anche a detta degli analisti, ne hanno beneficiato più i dipendenti delle varie organizzazioni di accoglienza, che non i veri destinatari.

Una parte dei migranti che giungono irregolarmente in Italia accede alle procedure di richiesta di asilo e agli strumenti di tutela previsti dall’ordinamento. Il sistema può così produrre una lunga sequenza di dinieghi, ricorsi e ulteriori richieste di tutela.

Tutto questo favorisce la dispersione dei migranti di primo ingresso in una zona grigia, fatta di una vita condotta ai margini, comportamenti devianti, illegalità, criminalità, atti violenti.

Ciò genera problematiche multiformi che, a loro volta, destano malessere, paura e diffidenza nella cittadinanza rispetto alla presenza dei migranti, provocano il rifiuto all’accoglienza e allarme sociale.

È urgente e necessaria una riflessione complessiva.

Il Consiglio dei ministri ha varato il Dpcm, Decreto flussi, per il triennio 2026-2028, che prevede l’ingresso di 497.550 lavoratori stranieri, a fronte dei 452.000 del triennio precedente, tra stagionali e fissi.

Confindustria chiede il superamento del sistema del click day del Decreto flussi per gestire l’arrivo di manodopera straniera in Italia.

«Il sistema del click day, anche dopo le modifiche apportate, è basato su criteri di programmazione meramente quantitativi e poco corrispondenti alle esigenze differenziate dei singoli territori. Non tiene infatti conto della qualità delle domande, dei profili richiesti, della continuità produttiva. Le imprese chiedono persone con competenze specifiche, quando servono, dove servono».

La proposta di Confindustria è chiara: «Serve superare il principio delle quote fisse numeriche e costruire un sistema basato sulle richieste concrete delle imprese, con criteri qualitativi: ruolo richiesto, localizzazione, competenze, durata».

Quindi, in base al mio vissuto professionale anche nelle aree di crisi migratoria, ipotizzo una riflessione su un “nuovo modello migratorio”, che pensi a un Decreto flussi maggiormente integrato nel Piano Mattei.

Il Piano MATTEI potrebbe puntare a un ulteriore obiettivo, gestire e arrestare i flussi incontrollati di emigrazione.

Gli ingressi dei migranti in Italia potrebbero avvenire per mezzo di “percorsi guidati”, che alla lunga comporteranno la forte riduzione degli ingressi illegali, delle morti in mare, minori o nulli salvataggi da parte delle ONG.

La partenza del migrante sarebbe vincolata ad un visto per l’ingresso in Italia, rilasciato dopo un programma formativo basato sulla formazione professionale, linguistica e di educazione civica. Tali programmi sarebbero realizzati in loco, nei paesi di origine, ed in Italia giungerebbero migranti formati e con skill richiesti dal nostro mercato del lavoro.

A realizzare il comparto formativo potrebbero essere enti ed esperti di settore e dei comparti produttivi italiani, in grado di insegnare i fondamentali a chi non ne possiede.

I migranti, al superamento dei training, da tenersi in sinergia e collaborazione con i Paesi africani coinvolti nel progetto Mattei, saranno in grado di acquistare biglietto di andata e ritorno dal proprio Paese per l’Italia, o tramite versamento di una cauzione, il che consentirà allo Stato italiano di coprire i costi di un suo eventuale viaggio di rientro, se il migrante non si comportasse correttamente, creasse problematiche per l’ordine e la sicurezza pubblica, commettesse reati gravi, una volta presente sul nostro territorio.

Si responsabilizzerebbero così gli Stati di origine migratoria e i loro cittadini desiderosi di trasferirsi in Italia, alleggerendo, nel contempo, il peso al nostro sistema di accoglienza e i suoi imponenti costi.

Un modello di soft power italiano, che diventerebbe parte dei knowledge networks per lo sviluppo della cooperazione e collaborazione con i Paesi africani di origine migratoria, che risulterebbe maggiormente consolidata e sinergica rispetto al regime degli attuali Decreti flussi.

Leva fondamentale – anche per il Piano Mattei – saranno i giovani africani, una generazione più istruita, intraprendente, dinamica, aperta all’innovazione tecnologica, che ha voglia di avviare iniziative imprenditoriali che rispondano alle esigenze delle comunità locali.

Un aspetto a cui i cinesi fanno attenzione da tempo.

Gli Stati africani devono diventare dei reali partner del loro stesso sviluppo, e questo è certamente l’elemento più strategico da un punto di vista migratorio su cui il Piano MATTEI ha pieno diritto ad inserirsi.

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Rosario Bonavita
Rosario Bonavita
Rosario Bonavita è Vice Segretario Regionale della CONFSAL Campania, organizzazione sindacale di livello confederale. Laureato in Economia del Commercio Internazionale e dei Mercati Valutari presso l’Università degli Studi di Napoli Parthenope, si occupa di approfondimenti su tematiche internazionali, politiche e sindacali, con particolare attenzione al profilo della sicurezza

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