ETS: un seppuku industriale “green”

“Nulla è tanto difficile che, a forza di cercare, non se ne possa venire a capo.” (Publio Terenzio Afro)

Piaccia o non piaccia è difficile che una dichiarazione di Giorgia Meloni passi inosservata, esattamente come l’ultimo affondo di Giorgia che ha invitato l’Europa a un rapido e coordinato «risveglio» sui temi dell’energia e del sistema di tassazione delle emissioni (ETS). Questa posizione, esplicata durante l’intervento all’Assemblea Generale di Assolombarda e ribadita e formalizzata con le comunicazioni in Parlamento in vista del Consiglio europeo del 15 ottobre, ha il merito di aver portato allo scoperto un punto irrisolto delle politiche industriali di Bruxelles perché fino ad oggi la transizione ecologica europea si è basata su una premessa errata con la convinzione che un meccanismo finanziario e punitivo possa, da solo, guidare la trasformazione tecnologica di un intero continente senza danneggiarne il tessuto produttivo.

Il sistema Emissions Trading System (ETS) è nato con l’intento di quantificare il costo ambientale dell’anidride carbonica per spingere le imprese verso la Decarbonizzazione ma, nella realtà, questo strumento si è trasformato in una vera tassa regressiva sulla produzione. Quando si impone un costo crescente sui permessi di emissione a settori ad alta intensità energetica, come l’acciaio, la chimica, la ceramica o la vetreria, senza che vi sia sul mercato un’alternativa tecnologica matura, scalabile ed economicamente sostenibile, con un’altissima probabilità la Decarbonizzazione avverrà tramite un processo di deindustrializzazione perché solo nella fantasia le aziende possono diventare pulite da un giorno all’altro, quando invece è più credibile che chiudano, riducano i volumi o, se fosse possibile, delocalizzino in mercati extra-UE dove l’anidride carbonica non ha alcun costo, alimentando il fenomeno del carbon leakage e impoverendo l’Europa di capitale, infrastrutture e know-how.

“Guarda che le alternative ci sono, prendi l’idrogeno…” direbbe Mario sorseggiando un caffè dopo essersi lamentato dell’ultima bolletta del gas di casa.

Ecco, proprio l’idrogeno rappresenta l’esempio perfetto dell’illusione green di questi anni in quanto l’idrogeno grigio o blu, ottenuto via steam reforming dal metano, genera, infatti, enormi volumi di emissioni inquinanti e problemi di stoccaggio delle scorie chimiche mentre l’idrogeno verde, prodotto per elettrolisi dell’acqua, sconta invece un rendimento energetico non esattamente entusiasmante perché servono oltre 50 kWh di elettricità per produrre un solo chilogrammo di idrogeno. Pensare di alimentare la transizione industriale unicamente con idrogeno verde prodotto da fonti rinnovabili intermittenti (solare ed eolico) significherebbe, quindi, saturare la rete elettrica e richiedere una capacità installata irrealizzabile per via dell’incapacità di garantire continuità produttiva ai grandi impianti.

Se si volesse garantire la continuità operativa dell’industria h24/7, l’unica vera alternativa decarbonizzata è il carico di base (baseload) garantito dall’energia nucleare. Alla fine si ritorna sempre qui perché senza una fonte continua e ad alta densità energetica, proveniente dai reattori di nuova generazione (SMR e Gen III+), la rete elettrica resterebbe dipendente in toto dalle centrali a gas per coprire i picchi e le fasi di assenza di vento o sole e qui troviamo il secondo grande problema del mercato europeo, cioè il sistema di fissazione del prezzo dell’energia elettrica basato sul principio marginalista (pay-as-clear). In base a questo meccanismo, l’ultima centrale necessaria a coprire la domanda, quasi sempre un impianto a turbogas, fissa il prezzo dell’elettricità per tutti i produttori, inclusi quelli da fonti rinnovabili o nucleari con l’effetto paradossale che l’industria europea paghi l’energia a prezzi gonfiati dalle quotazioni del gas e dai costi delle quote ETS, risultando meno competitiva rispetto a quella americana o asiatica.

Ci si trova, così, in una situazione di stallo e come risolverlo?

La soluzione per una transizione più efficiente e pragmatica passa, in primo luogo, con lo smantellamento o una profonda revisione strutturale dell’ETS, superando la logica delle penalizzazioni finanziarie che drenano liquidità operativa dalle imprese e che finisce, alla fine, per alimentare la speculazione finanziaria sui mercati dei derivati che, ironicamente, rappresenta una delle “bestie nere” dei promotori di questo sistema. Le risorse private, infatti, devono rimanere nelle aziende per finanziare gli investimenti in capitale fisso (Capex), nell’efficienza dei processi e nell’adozione di filtri di cattura di nuova generazione sui turbogas residui.

In secondo luogo sarebbe necessaria una riforma del mercato elettrico per favorire la contrattazione diretta tramite, con i Power Purchase Agreements (PPA) a lungo termine (15-20 anni), superando il sistema marginalista a favore del costo medio ponderato della generazione, in maniera tale che le industrie energivore possano acquistare energia direttamente dai produttori nucleari o idroelettrici, azzerando la volatilità di borsa per le imprese e garantendo la bancabilità per i costruttori di nuovi impianti.

La transizione verso un sistema decarbonizzato efficiente, che come abbiamo visto non può tralasciare una quota di generazione nucleare, richiederà anni, che è uno dei punti contestati dagli oppositori di questa impostazione, ma un piano efficiente e sostenibile non può essere approntato hic et nunc e occorre una progettualità pluriennale e, nel frattempo, il primo punto da smarcare e rendere più efficace l’apporto delle FER nel mix. Per superare il problema principale, l’intermittenza delle rinnovabili già installate ed evitarne il taglio forzato della produzione (curtailment), occorre concentrarsi sui sistemi di accumulo maturi: i pompaggi idroelettrici e le batterie gravitazionali rappresentano un ponte tecnologico formidabile rappresentando soluzioni meccaniche efficaci, con elevati rendimenti, assenza di terre rare e zero degrado chimico, in grado di accompagnare la scelta strategica del nucleare come pilastro della sovranità industriale europea e non serve maggior spesa quanto più una riallocazione più efficiente dei capitoli di spesa dei fondi europei già esistenti.

Il vero punto, oggi, è quindi tradurre questa visione in azione politica a Bruxelles e l’Italia può farsi promotrice di un’alleanza strategica con la Francia, storicamente baluardo della tecnologia nucleare e dell’autonomia strategica, e con i Paesi dell’Europa centrale e orientale (Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Ungheria). Si tratta di una convergenza geopolitica potenziale che travalica gli steccati ideologici del passato e risponde perfettamente alla necessità di salvaguardare il PIL e l’occupazione della manifattura continentale di fronte al bivio davanti al quale si trova l’Europa. Continuare a seguire obiettivi climatici isolati attraverso architetture fiscali oppressive e veti ideologici, come quelli che hanno guidato l’uscita della Germania dal nucleare, avrebbe come risultato più probabile il declino industriale mentre scegliere una via pragmatica, basata su innovazione tecnologica e apertura al mercato, potrebbe essere la sola opzione per garantire un futuro in cui la sostenibilità ambientale cammini di pari passo con lo sviluppo economico.

Regan disse, in un famoso discorso, “it’s time for choosing” e questo è il momento che succeda anche qui.

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Matteo Gianola
Matteo Gianola
Fin da piccolo amavo scrivere e comunicare quello che pensavo e quello che sapevo (potrei dire anche quello che credevo di sapere) perché solo dal confronto può innescarsi una crescita personale e, anche, collettiva. Dopo la laurea in economia e l’inizio del lavoro in banca ho tentato di seguire quello che amavo, iniziano a scrivere per testate come the Fielder, Quelsi, e l’Informale fino a giungere a In Terris e, oggi, pure qui. Mi occupo principalmente di economia, politica e innovazione digitale, talvolta sconfinando anche nella mia passione, la musica.

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