La stabilità di un governo si giudica da ciò che riesce a costruire nel tempo. Non è una virtù astratta, né una formula da ripetere nelle conferenze stampa: significa poter fissare una direzione, mantenerla e portare a termine il lavoro senza ricominciare ogni volta da capo. Nell’innovazione questa continuità fa la differenza, perché infrastrutture digitali, competenze e tecnologie strategiche richiedono una visione che duri più di una stagione politica.
Il governo Meloni è diventato il più longevo della storia repubblicana. Ed è anche il governo che sta imprimendo la svolta più ambiziosa all’innovazione italiana. Per anni il Paese è stato raccontato come un ritardatario, costretto a inseguire decisioni e tecnologie sviluppate altrove. Oggi, in settori decisivi, partecipa alla definizione dell’agenda europea e attira imprese, università e investimenti. È un cambiamento che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato difficilmente immaginabile.
Il merito politico è di Giorgia Meloni, che ha scelto di dare all’innovazione una direzione precisa. Un lavoro che porta il segno di Alessio Butti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione, e che in questi anni è diventato strategia nazionale, legge sull’intelligenza artificiale, collaborazione con le amministrazioni locali e apertura alle tecnologie quantistiche. La stabilità ha permesso di tenere insieme questi passaggi e di trasformare una visione in risultati.
A mia madre, che ha 72 anni, lo spiegherei con un esempio. Immagina un portafoglio che contiene la carta d’identità, la patente e, domani, anche i titoli di studio; e immagina di poterli mostrare dal telefono, persino senza connessione. Non è un trucco tecnologico: è il risultato visibile di un sistema di regole, sicurezza e collegamenti fra amministrazioni. Nel wallet sono già stati caricati oltre 20 milioni di attributi digitali riferiti a tre documenti. Per il cittadino significa meno carte e procedure più semplici; per lo Stato, un modo diverso di offrire i propri servizi.
Lo stesso criterio vale per i Comuni. Oltre 13 miliardi di euro del PNRR sono stati destinati direttamente alla digitalizzazione, quasi 40 miliardi considerando l’azione svolta insieme alle altre amministrazioni; 8 mila Comuni sono stati accompagnati nel cambiamento e quasi 200 professionisti hanno lavorato al loro fianco. Sono stati avviati programmi per collegare le scuole e digitalizzare gli ospedali. La Corte dei conti ha certificato il raggiungimento degli obiettivi del Piano in questo settore e la corretta gestione delle risorse; l’Italia è sopra la media europea per quasi tutti i servizi misurati dall’indice DESI.
Anche questo vuol dire stabilità: seguire un progetto dalla decisione alla realizzazione, fino al momento in cui una famiglia, un insegnante o un sindaco ne vede il risultato. E vuol dire spendere bene i soldi degli italiani. Il PNRR non è denaro regalato: sono risorse che in larga parte dovremo restituire. Per questo conta ciò che resta. Su questo terreno il confronto con i governi precedenti è impietoso: i miliardi assorbiti dal superbonus e dal reddito di cittadinanza hanno aperto voragini nei conti pubblici, che pagheranno i contribuenti e le generazioni future; gli investimenti digitali stanno costruendo strumenti e competenze che possono continuare a produrre valore.
Poi c’è il quantum, che sembra lontanissimo dalla vita quotidiana. A Como, città di Alessandro Volta, arriva il supercomputer quantistico più potente d’Italia e il secondo più potente d’Europa, con 4.400 qubit, senza impiegare denaro pubblico. Per arrivare a questo risultato servono una strategia, la collaborazione tra ricerca e imprese e la capacità di attrarre investimenti: anche in questo percorso è stato fondamentale il lavoro di Butti. La macchina è progettata per affrontare calcoli e problemi di ottimizzazione molto complessi; il suo valore sarà anche nelle competenze che ricercatori e imprese potranno sviluppare qui, anziché doverle cercare tutte all’estero.
La stabilità ha dato alla politica il tempo di passare dalle parole alle infrastrutture, dalle strategie ai servizi, dai progetti ai risultati. Il futuro non è più una promessa lontana: è già nel documento che si mostra dal telefono, nel Comune che risponde meglio, nelle tecnologie che l’Italia sceglie di conoscere e sviluppare. Quando il progresso diventa servizio, competenza e libertà per i cittadini, una Nazione non si limita a innovare: acquista la possibilità di decidere la propria direzione. L’Italia, dopo anni passati a rincorrere, ha ricominciato a scegliere dove andare.



























