La tecnologia non è mai neutrale. Decide chi ha il controllo dei dati, chi stabilisce le regole, chi possiede le infrastrutture e chi, invece, è costretto a dipendere da quelle degli altri. Per una Nazione, governare la trasformazione digitale significa dunque difendere la propria sovranità e garantire ai cittadini libertà, sicurezza e servizi più efficienti. L’intelligenza artificiale e il quantum computing non sono più scenari lontani: stanno già cambiando il modo in cui si lavora, si produce e si amministra.
È dentro questa partita, decisiva per il futuro, che si misura il cambiamento compiuto dall’Italia. Grazie alla visione di Giorgia Meloni e al lavoro di Alessio Butti, il Paese ha compiuto un salto quantico: da fanalino di coda è diventato capofila europeo in diversi ambiti dell’innovazione. I risultati raggiunti, i progetti avviati e le sfide ancora aperte emergono con chiarezza nell’intervista realizzata ieri mattina da Nicola Porro al sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione, al Digital Innovation Forum di Cernobbio.
Alessio Butti, una persona che, secondo me, gestisce i bottoni. Ci sono davvero questi bottoni a palazzo Chigi, quelli con cui si decidono le cose? Oppure avevano ragione i vecchi socialisti, quando dicevano che arrivi a palazzo Chigi e quei bottoni non li trovi? Si può davvero decidere e fare qualcosa? Questa è la prima domanda, direi personale. Poi passiamo alle cose serie.
I bottoni esistono, grazie al cielo. Abbiamo anche una grande fortuna: una regia straordinaria del presidente del Consiglio, che conosce tutta la tastiera a memoria e indica con sapienza quali bottoni premere al momento opportuno. Per quanto riguarda digitalizzazione, innovazione e nuove tecnologie, in questi quattro anni abbiamo premuto i pulsanti giusti al momento giusto. Non lo diciamo noi, lo dicono soggetti terzi, e questo è importante.
Fammi qualche esempio concreto: quali sono, secondo te, due o tre risultati ottenuti in questi quattro anni? E soprattutto, se riesci, spiega a me, che sono uno scettico terribile, se i milioni e i miliardi del PNRR destinati all’innovazione sono arrivati a terra e servono a qualcosa.
Parto dal tuo scetticismo, cercando di convincerti. Ricordo sempre a tutti che i soldi del PNRR sono soldi che ci hanno prestato: in buona parte dovremo restituirli e, quindi, hanno un costo. Il rendimento di quel costo sull’innovazione è benvenuto, se c’è. E c’è: abbiamo messo a terra più di 13 miliardi direttamente per la digitalizzazione e quasi 40, naturalmente collaborando con altri colleghi di governo e con altre amministrazioni. Non cito esponenti di governo, ma voglio citare la Commissione europea, l’indice DESI e la Corte dei conti. La Corte dei conti ha detto con grande chiarezza che abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi del PNRR per quanto riguarda la digitalizzazione e che abbiamo speso bene tutte le risorse a disposizione. L’indice DESI dice che finalmente l’Italia è abbondantemente sopra la media europea per quasi tutti i servizi che misura. La Commissione europea, di recente, ci ha ringraziato per aver guidato e per guidare alcuni processi fondamentali a livello europeo, come l’IT Wallet, l’identità digitale, l’EDIC e il cloud. Questa è un’audience molto competente, quindi non entro nei particolari: sapete bene di cosa stiamo parlando. Però una domanda la faccio io a te: hai mai sentito un comune italiano, un ospedale o una scuola interessati dai nostri programmi di digitalizzazione lamentarsi in questi quattro anni?
È una sfida, adesso me ne occuperò. Spero che se ne vogliano occupare tutti.
La risposta sarà no. Questo è il risultato che abbiamo ottenuto lavorando con il territorio. La nostra struttura si interfaccia ogni giorno con gli enti locali attraverso la piattaforma PA digitale 2026 e abbiamo accompagnato 8.000 comuni sulla strada della digitalizzazione. È stato un lavoro straordinario, bellissimo, avvincente. Abbiamo utilizzato anche quasi 200 professionisti del Transformation Office, perché i sindaci non si accontentano di vedere uno schermo: vogliono stringere una mano e guardare negli occhi chi propone loro come spendere risorse ingenti. Di questo siamo molto contenti. Il programma Scuole connesse procede a vele spiegate, così come la digitalizzazione degli ospedali.
Questa è l’infrastruttura. La digitalizzazione è il punto di partenza; poi su questa infrastruttura devono girare le nuove tecnologie, a cominciare dall’intelligenza artificiale. E, come hai sentito, siamo piuttosto fissati con il quantum computing, che è il nostro futuro e rivoluzionerà completamente la capacità di calcolo, ma anche alcune sfide di sicurezza. Voglio capire a che punto siamo su questo secondo passaggio: le tecnologie quantistiche e l’intelligenza artificiale.
Abbiamo messo in stretta correlazione questi ambiti. Venerdì interverrà il ministro Crosetto, con cui stiamo lavorando a un programma che si chiama QArca e mette insieme intelligenza artificiale, high performance computing, quantum e, naturalmente, energia. Riteniamo di dover lavorare in questa direzione. Sull’intelligenza artificiale ci siamo dotati di una legge. Ho insistito perché ci fosse una legge nazionale, anche se non tutti erano favorevoli. Ora, se chiediamo: «Vorresti rinunciare a quanto previsto da quella legge?», tutti rispondono: «Non ci pensiamo nemmeno». La legge c’è e ce la teniamo. È in corso la revisione della strategia: un gruppo di docenti universitari la sta elaborando. Con quella strategia aggiorneremo anche la legge. Il quantum prende avvio, invece, dalla strategia che abbiamo presentato nel luglio dello scorso anno, quasi in contemporanea con quella della Commissione europea. Il 17 luglio venne a trovarmi Virkkunen; ragionammo perché eravamo l’unico Paese interessato a elaborare una strategia sul quantum. L’abbiamo fatta. Qui, al Digital Innovation Forum, l’anno scorso abbiamo sottoscritto un memorandum d’intesa con le due aziende più importanti al mondo, che avevano letto la nostra strategia. Sono venute a chiederci di poter collaborare con noi, con il mondo accademico, con le imprese e con la pubblica amministrazione. Desidero ringraziarle, perché sono qui presenti: Alan Baratz di D-Wave e Marco Pistoia di IonQ. Vorrei che la platea rivolgesse loro un applauso. Voglio ringraziare anche tutte le aziende e le università italiane che hanno aderito a questo principio, a questo concetto. Abbiamo varato la Q Alliance. Un anno dopo, e nessuno ci crede ancora, dopodomani inauguriamo a Como, patria di Alessandro Volta, il primo annealer industriale in Italia e il secondo in Europa. Parliamo di 4.400 qubit e di 100 mila read al mese. È una struttura che non ha drenato un centesimo di denaro pubblico. Siamo stati capaci di attrarre interesse e investimenti e di definire nel memorandum che la tecnologia sarà aperta, perché vogliamo imparare tutto e produrre tecnologia. L’Italia farà parlare di sé nello sviluppo del quantum.
Perché dici che sono molto interessato? Perché con Pistoia, che ho visto là – eccolo, Marco – ne abbiamo parlato quest’estate a un altro evento. Perché abbiamo, tra virgolette, la presunzione di essere stati così bravi sulle tecnologie quantistiche? Siamo partiti prima? Abbiamo fatto una scelta strategica più giusta degli altri? Te lo chiedo perché ne sono convinto, ma vorrei che lo esplicitassi.
Perché siamo stati fighi. Siamo partiti in tempo con una strategia, abbiamo messo d’accordo tutti gli interlocutori e l’abbiamo presentata. Il mondo accademico ci ha aiutato tantissimo.
Ma il nostro mondo accademico è al livello di queste tecnologie, nate e sviluppate negli Stati Uniti? Te lo chiedo come osservatore privilegiato.
Arriverei al secondo passaggio della tua domanda. In Italia abbiamo una grande fortuna per quanto riguarda il quantum: costa meno dell’intelligenza artificiale e, naturalmente, senza matematica non c’è quantum. Con la Commissione europea abbiamo fatto una valutazione approfondita e censito i matematici in grado di lavorare sulle tecnologie quantistiche. È un censimento ufficioso, ma lo abbiamo condotto per capire quanti europei siano in grado di farlo. Sono circa una quindicina. Sai quanti sono gli italiani? Più della metà. Una buona parte di loro lavora per il mio dipartimento, quasi a costo zero, perché sono scienziati di straordinaria qualità. Hanno la passione per migliorare questo Paese e raggiungere obiettivi fondamentali per il nostro futuro. Abbiamo, quindi, costi più contenuti e le intelligenze e la creatività necessarie per realizzare queste tecnologie.
Tutto questo sistema deve entrare anche nei diversi ambiti della pubblica amministrazione. Immagino sia una delle tue priorità, perché la frammentazione è un casino.
È assolutamente pertinente quello che dici. Prima di avviare la digitalizzazione abbiamo proceduto a una razionalizzazione e a una semplificazione. Con il disegno di legge delega Casellati, attualmente in discussione, stiamo riformando e semplificando il Codice dell’amministrazione digitale, il CAD: è una cosa di cui si parla da vent’anni e ora è in fase di semplificazione. Anche sul progetto del wallet abbiamo cominciato semplificando, a partire dall’identità digitale. Stiamo puntando naturalmente sulla carta d’identità elettronica. Attualmente ci sono più di 20 milioni di attributi già caricati sul tuo wallet, sul mio e, credo, su quello della maggior parte dei presenti in sala, con tre documenti. Entro l’anno se ne aggiungeranno altri: i titoli di studio, le lauree. Poi partirà anche il wallet privato. Su richiesta della Commissione europea stiamo guidando anche il processo tecnologico. Ringrazio per la presenza il direttore di AgID, l’ingegner Nobile, che è uno degli artefici di questa trasformazione. Siamo partiti proprio dalla semplificazione. La cosa straordinaria è che potrai avere tutti i documenti sul telefonino. Tra l’altro, la patente di guida – guardo i miei collaboratori per avere conferma – diventerà anche un documento di riconoscimento. Ora vale come tale solo quando ti ferma la polizia: la mostri, ma non è un documento di riconoscimento.
Se diventa un documento di riconoscimento, immagino che serva una norma.
Assolutamente sì. C’è poi un secondo aspetto: qualcuno dice, giustamente, «Sì, però, se non c’è segnale, come si fa?». Adesso si può fare anche offline. Ci sembra il modo migliore per semplificare la vita ai cittadini, alle imprese e alla pubblica amministrazione.



























