Iran, Najmeh Amini condannata a morte a 23 anni per un post sui social: «Siate la mia voce». Shirin Ebadi lancia l’allarme sulla repressione e sul rischio di esecuzione

Najmeh Amini, studentessa iraniana di 23 anni, rischia la pena capitale per un presunto contenuto pubblicato sui social network e giudicato offensivo nei confronti del profeta Maometto. La giovane è detenuta nel carcere di Vakilabad, a Mashhad, nel nord-est dell’Iran. La sua vicenda ha attirato l’attenzione delle organizzazioni per i diritti umani e di Shirin Ebadi, giurista iraniana in esilio e Premio Nobel per la Pace, che ha sollecitato l’attenzione internazionale sul caso. Secondo le informazioni diffuse dalle organizzazioni che monitorano la situazione iraniana, Amini è stata condannata a morte per sab ol-nabi, l’accusa di aver insultato il profeta Maometto. In un procedimento distinto le sarebbero stati inflitti dodici anni, sei mesi e un giorno di reclusione per accuse legate alla sicurezza nazionale e alla propaganda contro il regime. La condanna capitale non risulta definitiva e può essere sottoposta al vaglio della Corte suprema iraniana. La giovane sarebbe stata arrestata a Mashhad alla fine di gennaio 2026, durante la repressione delle proteste antigovernative che hanno attraversato il Paese. Secondo le ricostruzioni diffuse da organizzazioni come Iran Human Rights, Human Rights Activists in Iran e Hengaw, l’indagine sarebbe partita da controlli sulla sua attività online condotti dalla polizia informatica iraniana, conosciuta come FATA. Gli investigatori le avrebbero contestato contenuti ritenuti blasfemi. Il testo esatto dei post, tuttavia, non è stato reso pubblico nelle ricostruzioni consultate, e non è quindi possibile verificarne direttamente il contenuto o il contesto. Durante il procedimento, secondo quanto riferito dal quotidiano iraniano Khorasan e ripreso da altre testate, Amini avrebbe sostenuto di aver pubblicato quei contenuti in uno stato di alterazione, dopo aver assunto funghi allucinogeni insieme ad alcuni amici. La difesa avrebbe contestato l’intenzionalità offensiva delle parole attribuitele, richiamando circostanze che, secondo il codice penale iraniano, possono incidere sulla responsabilità. Le ricostruzioni disponibili riferiscono che queste argomentazioni non sarebbero state accolte dal tribunale. In assenza degli atti processuali completi, non è possibile verificare autonomamente tutti gli elementi valutati dai giudici. Il caso si fonda sull’articolo 262 del Codice penale islamico iraniano, che prevede la pena di morte per chi viene riconosciuto colpevole di aver insultato il profeta Maometto. L’articolo 263 contempla alcune circostanze che possono escludere la responsabilità o incidere sulla valutazione della condotta, tra cui determinate condizioni di inconsapevolezza o alterazione. Proprio l’applicazione di queste disposizioni e la valutazione delle argomentazioni difensive rappresentano aspetti centrali della vicenda. La mancanza di una ricostruzione pubblica completa del processo rende difficile valutare dall’esterno le prove e le motivazioni della sentenza. A riportare il caso al centro dell’attenzione è stato anche un messaggio audio attribuito alla studentessa, che sarebbe stato diffuso dal carcere attraverso reti di opposizione e organizzazioni per i diritti umani. Nella registrazione, Amini chiede alla comunità internazionale, agli avvocati, agli attivisti e alle Nazioni Unite di interessarsi alla sua situazione e di garantire che il procedimento venga esaminato. La giovane ricorda di avere ancora sogni e progetti e parla della famiglia che attende il suo ritorno. Il suo appello, riassunto nell’invito «Siate la mia voce», è diventato il simbolo della mobilitazione in suo favore. Tra le personalità intervenute figura Shirin Ebadi, che ha criticato la possibilità di infliggere la pena capitale per un’espressione pubblicata sui social. La giurista ha inserito il caso nel più ampio quadro della repressione in Iran, richiamando l’attenzione sul numero delle esecuzioni registrate nel Paese e sulla necessità di un intervento internazionale. Le sue dichiarazioni rappresentano una presa di posizione pubblica e non una valutazione giudiziaria della responsabilità della giovane, ma hanno contribuito a rafforzare le richieste di riesame della condanna e di tutela delle garanzie processuali. Secondo Iran Human Rights dall’inizio del 2026 le esecuzioni in Iran avrebbero superato quota 600. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano da tempo il ricorso alla pena capitale per diverse categorie di reati, compresi quelli connessi alla sicurezza nazionale e alle espressioni considerate blasfeme dalle autorità. Esistono precedenti documentati di condanne a morte per blasfemia legate anche all’attività online. Nel maggio 2023, Yousef Mehrad e Sadrollah Fazeli-Zare furono giustiziati dopo essere stati condannati per reati connessi alla blasfemia e alle loro pubblicazioni digitali. Le circostanze dei due casi sono differenti da quelle contestate ad Amini, ma il precedente contribuisce a spiegare la preoccupazione delle organizzazioni per i diritti umani, che chiedono di evitare che la condanna della studentessa possa trasformarsi in un’esecuzione. Ad oggi la condanna a morte non risulta definitiva e non è possibile verificare se sia stata fissata una data per l’esecuzione. Le organizzazioni per i diritti umani chiedono l’annullamento della sentenza, un riesame del procedimento e garanzie effettive per la difesa. Restano da chiarire il contenuto preciso dei post contestati, le prove utilizzate dall’accusa e le motivazioni complete della decisione giudiziaria. Il futuro di Najmeh Amini dipenderà dagli sviluppi dell’iter giudiziario e dall’eventuale impugnazione. Intanto, il suo appello e l’intervento di Shirin Ebadi hanno trasformato il caso in una questione di rilievo internazionale, riportando al centro del dibattito la libertà di espressione, l’uso della pena capitale e la trasparenza dei procedimenti giudiziari in Iran.

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Manuela Cunsolo
Manuela Cunsolo
Laurea magistrale in Giurisprudenza, vive a Catania dove attualmente svolge la Pratica forense presso uno studio penale. Alle scuole superiori ha iniziato a fare volontariato in uno dei quartieri disagiati della sua città dando lezioni di doposcuola ai bimbi. Sempre il suo amore per i bambini l'ha spinta a diventare volontaria Abio presso i reparti di pediatria generale, oncologica e broncopneumologia del Policlinico di Catania per circa 10 anni. Il suo sogno è di diventare un avvocato penalista e una mamma.

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