Pacini: «La vera eredità del Lodo Moro? Non un patto segreto, ma una pratica di Stato»

Un patto segreto con le organizzazioni palestinesi per tenere l’Italia al riparo dal terrorismo oppure una vera e propria strategia di politica estera? A distanza di oltre cinquant’anni, il Lodo Moro continua a rappresentare uno dei capitoli più controversi della storia della Repubblica.

Giacomo Pacini, è uno storico e le sue ricerche riguardano la storia dell’intelligence, della sicurezza e della politica estera italiana nel secondo dopoguerra. Ha pubblicato: Le altre Gladio, La Spia Intoccabile e L’Italia e il Lodo Moro.Diplomazia segreta negli anni della guerra fredda. Nei suoi studi propone una lettura fondata sulle fonti, lontana tanto dalle semplificazioni quanto dalle ricostruzioni prive di riscontri documentali. Più che un singolo accordo, emerge una “pratica di Stato”, costruita attraverso una rete di relazioni riservate nella quale si intrecciavano politica, diplomazia e intelligence.

È anche la storia di un’Italia che, pur saldamente inserita nell’Alleanza Atlantica, cercava un proprio spazio di manovra nel Mediterraneo, dialogando con interlocutori che la diplomazia ufficiale difficilmente avrebbe potuto raggiungere. Una strategia nella quale furono centrali Aldo Moro e uomini dell’intelligence come Stefano Giovannone.

Ma il Lodo Moro pone una questione che supera la Guerra Fredda e arriva direttamente al presente: fin dove può spingersi uno Stato democratico, in nome della sicurezza nazionale, nell’utilizzo di accordi riservati e canali informali? E soprattutto: chi li autorizza, chi li controlla e chi ne risponde politicamente?

Partiamo dalla definizione: che cosa fu realmente il “Lodo Moro”, un vero accordo oppure sarebbe più corretto descriverlo come un insieme progressivo di intese, contatti e canali informali?

Fu effettivamente un insieme progressivo di intese e contatti informali. Parlare di “accordo” o di “patto segreto” rischia di essere fuorviante. A volte si immagina il Lodo come un documento scritto, firmato e poi chiuso a chiave in una cassaforte, magari con la clausola classica: “voi non fate attentati da noi e noi vi lasciamo campo libero”. In realtà le cose erano molto più complesse. Non esiste un singolo testo che definisca il Lodo Moro, semplicemente perché non fu un atto formale, ma una vera e propria pratica di Stato: una rete flessibile di contatti, equilibri e reciproche aspettative che si è stratificata nel tempo. È stato un processo negoziale dinamico, in cui si intrecciavano politica, diplomazia, servizi di sicurezza e diverse anime della galassia palestinese, e i cui contenuti cambiavano a seconda del momento. Lo stesso termine “Lodo Moro” è una definizione convenzionale, coniata da Francesco Cossiga negli anni Duemila e ormai entrata nel linguaggio comune. Consultando le fonti, vediamo chiaramente che almeno dal 1972-73 esisteva un canale di dialogo riservato tra i nostri apparati e alcune organizzazioni, in primis Fatah e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. E non si trattava di schermaglie teoriche, ma di questioni estremamente concrete: gestione dei transiti, condotta nei confronti dei militanti arrestati, circolazione di uomini e materiali, prevenzione di minacce sul territorio nazionale.

Durante la Guerra fredda l’Italia è stata descritta come un Paese a “sovranità limitata”, fortemente condizionato dagli Stati Uniti. Cosa si ricava dalle fonti storiche? Roma era autonoma nella propria politica mediterranea e mediorientale?

La categoria della “sovranità limitata” rischia di restituire un’immagine troppo schiacciata e parziale. Certo, l’Italia era pienamente inserita nel blocco occidentale e nell’Alleanza Atlantica, con tutto il peso che la presenza americana comportava. Ma stare nella NATO non significava affatto rinunciare a qualsiasi margine d’azione o diventare meri esecutori di direttive altrui. Anzi, il quadrante mediterraneo è proprio il terreno dove l’autonomia italiana emerge con maggiore nitidezza. Roma aveva dossier vitali da tutelare in autonomia: la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, i rapporti commerciali con i Paesi arabi, la vicinanza geografica con la Libia e la complessità della questione palestinese. Per l’Italia una crisi a sud era un rischio diretto. Da qui nacque lo sforzo di costruire un’interlocuzione propria con il mondo arabo e con la dirigenza palestinese, senza per questo strappare con l’Occidente. L’Italia non era neutrale e non aspirava a esserlo, ma difendeva un proprio spazio di manovra. Il Lodo Moro è emblematico proprio per questo: racconta di una nazione saldamente atlantica che, nello stesso quadrante, persegue una propria via diplomatica e di sicurezza.

Quale ruolo ebbe Aldo Moro nella costruzione di questa strategia? Proteggere il territorio italiano dal terrorismo oppure una più ampia visione del ruolo dell’Italia nel Mediterraneo?

Le due cose non sono disgiunte, facevano parte dello stesso disegno. Moro non si limitava a una logica emergenziale; aveva una visione geopolitica del Mediterraneo molto profonda. Aveva intuito prima di altri che la questione palestinese non era più un semplice conflitto regionale, ma era diventata uno dei nodi cruciali della politica internazionale, con ricadute dirette sull’Europa e sull’Italia. La posizione geografica del nostro Paese, la presenza di infrastrutture sensibili e la dipendenza energetica ci esponevano in prima persona. L’obiettivo di Moro era quindi quello di costruire una rete di relazioni con il mondo arabo che garantisse all’Italia non solo un ombrello di sicurezza, ma anche influenza diplomatica, stabilità e un ruolo centrale come mediatore.

In questa vicenda emerge una figura poco conosciuta dal grande pubblico: Stefano Giovannone, capocentro dell’intelligence italiana a Beirut. Chi era e perché il suo ruolo divenne così importante?

Giovannone è una figura cruciale perché rappresenta molto bene quella che potremmo definire la diplomazia sul campo. Era un ufficiale dell’intelligence italiana, capocentro prima del SID e poi del SISMI a Beirut, e conosceva a fondo il mondo politico, militare e clandestino libanese e palestinese. Aveva costruito nel tempo una rete di rapporti personali che gli consentiva di parlare con interlocutori che normalmente non sedevano intorno a un tavolo diplomatico. Giovannone trasformava una scelta politica italiana in un rapporto operativo. A Beirut si trattava di sapere che cosa stava accadendo, quali gruppi erano affidabili, quali minacce erano reali, quali richieste potevano essere accolte e quali invece avrebbero fatto saltare l’equilibrio. Moro conosceva bene il suo lavoro e non a caso, nei 55 giorni passati nel carcere brigatista, più volte chiese dove si trovasse Giovannone.

La documentazione oggi disponibile ci restituisce una quantità importante di comunicazioni fra Beirut e Roma. E permette anche di liberare Giovannone dalla rappresentazione dell’“uomo ombra”. Giovannone svolgeva una funzione diplomatica informale in un ambiente nel quale la diplomazia ufficiale, da sola, non bastava. Il Lodo Moro può essere letto come il tentativo italiano di trovare un equilibrio tra appartenenza atlantica e tutela degli interessi nazionali?

Certamente sì, anche se si trattava di un equilibrio precario e spesso sul filo. Essere alleati degli Stati Uniti e tutelare l’interesse nazionale non erano concetti necessariamente in contrasto, ma nell’area mediterranea la convivenza era complessa. L’Italia cercava di evitare che l’allineamento a Washington la trasformasse automaticamente nel bersaglio del terrorismo mediorientale. È una dinamica classica delle relazioni internazionali: si sta dentro un’alleanza di blocco, ma si cercano margini di manovra riservati per salvaguardare esigenze strategiche nazionali. Tuttavia, c’era un rovescio della medaglia inevitabile. Quando uno Stato democratico si trova a trattare in segreto con organizzazioni armate o paramilitari, entra in una zona grigia dove la ragion di Stato rischia di stridere con il diritto e con le norme della trasparenza. Il punto cruciale non è giudicare moralisticamente se il Lodo fosse “giusto o sbagliato”, ma capire come le nostre istituzioni cercarono di gestire una minaccia globale usando canali che non potevano passare attraverso i normali passaggi della decisione pubblica.

Il Lodo Moro è stato più volte chiamato in causa nelle interpretazioni di alcune delle pagine più drammatiche della storia repubblicana, da Ustica alla strage di Bologna. Che cosa ci consentono realmente di affermare oggi le fonti disponibili? Dove termina la ricostruzione storica documentata e dove comincia l’ipotesi?

Qui bisogna essere molto rigorosi.

Oggi possiamo dirlo con sufficiente certezza: l’esistenza del Lodo Moro è un fatto storico accertato. Può sembrare scontato, ma fino a non molto tempo fa persino la sua reale esistenza veniva messa in dubbio; ed è un risultato che dobbiamo al lavoro pionieristico di studiosi come, per esempio, Stelio Marchese e successivamente Gian Paolo Pelizzaro o Gabriele Paradisi, che per primi ne hanno ricostruito le tracce documentali. Detto questo, un conto è documentare un accordo, un altro è sostenere che tragedie come Ustica o la strage di Bologna ne siano state la diretta conseguenza. È qui che bisogna fare attenzione. Nel mio libro ho dedicato molto spazio a verificare se la violazione del Lodo Moro abbia provocato la strage di Bologna come forma di ritorsione. La risposta che emerge dalle carte è che, a oggi, non c’è riscontro documentale. L’analisi prova che il Lodo Moro esisteva e che è stato operativo, ma non dimostra un legame diretto con Ustica o con Bologna. Trasformare un quadro di sfondo in una prova di responsabilità è un salto logico che uno storico non può permettersi senza riscontri documentali sufficienti. Altrimenti il Lodo Moro smette di essere un fatto storico e rischia di diventare una chiave di lettura precostituita ed è esattamente quello che volevo evitare. Naturalmente nessun archivio è definitivo e la ricerca storica non si chiude mai. Ma, basandoci sui documenti attualmente a disposizione, la conclusione è che non ci sono elementi inequivocabili per legare Ustica o la strage di Bologna a ritorsioni deliberate per la rottura del Lodo Moro, neppure per la ben nota vicenda dei missili di Ortona.

Che cosa distingueva il caso italiano nell’utilizzo di canali informali dalle esperienze di Francia, Germania o Svizzera?

Gli Stati europei, negli anni Settanta, dovettero tutti confrontarsi con il terrorismo internazionale e con organizzazioni che operavano attraverso più Paesi. I servizi di sicurezza svilupparono quindi inevitabilmente canali informali. L’anomalia italiana non consistette nell’aver inaugurato una via segreta che gli altri ignoravano. La vera peculiarità del caso italiano risiede in una combinazione unica di fattori: la nostra collocazione geografica nel cuore del Mediterraneo, la dipendenza dalle forniture energetiche, una presenza di intelligence estremamente dinamica e ben radicata a Beirut e, soprattutto, una rara capacità di far camminare sullo stesso binario diplomazia ufficiale, apparati di sicurezza e politica estera.

Guardando al presente, resta una questione di fondo: fino a che punto uno Stato democratico può utilizzare accordi riservati, interlocutori controversi e canali paralleli per proteggere la propria sicurezza? Oggi diplomazia e intelligence come affrontano guerre, terrorismo e crisi internazionali?

È un tema di un’attualità stringente, e la vera lezione del Lodo Moro sta proprio qui: uno Stato non può gestire la propria sicurezza affidandosi esclusivamente a canali ufficiali e trasparenti. Piaccia o no, nella realtà delle relazioni internazionali ci si trova spesso a dover interloquire con soggetti che non hanno nulla di ufficiale. Diplomazia e intelligence hanno per loro natura un’area d’ombra. Dialogare con un governo ostile, una milizia, un gruppo armato o un intermediario ambiguo non significa condividerne le idee o la causa. Significa raccogliere informazioni, disinnescare rischi, aprire uno spiraglio di trattativa quando ogni altra via è preclusa. Il vero nodo, semmai, nasce quando questa riservatezza sfugge a qualsiasi forma di controllo. Un conto è gestire un canale segreto sotto la supervisione delle istituzioni, un altro è lasciare che quel canale operi nel vuoto di una responsabilità politica.

La vera eredità del Lodo Moro non è la domanda se sia lecito o meno parlare con interlocutori controversi — perché nella prassi diplomatica e d’intelligence spesso è inevitabile. La vera domanda è: chi autorizza quel canale? Quali sono i suoi confini? Chi ne risponde politicamente? E soprattutto, fino a che punto la ragion di Stato può spingersi prima di scardinare lo Stato di diritto?

In un panorama globale come quello attuale, dominato da guerre e crisi che vedono intrecciarsi attori statali, milizie, reti terroristiche e intermediari ombra, l’esigenza di canali riservati è, se possibile, ancora più forte. Ma è proprio per questo che diventano imprescindibili tre elementi: il controllo istituzionale mentre i fatti avvengono, la responsabilità politica delle scelte e, a distanza di tempo, la desecretazione dei documenti per consentire agli storici di ricostruire come sono state prese quelle decisioni e quali conseguenze hanno prodotto.

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Rosario Bonavita
Rosario Bonavita
Rosario Bonavita è Vice Segretario Regionale della CONFSAL Campania, organizzazione sindacale di livello confederale. Laureato in Economia del Commercio Internazionale e dei Mercati Valutari presso l’Università degli Studi di Napoli Parthenope, si occupa di approfondimenti su tematiche internazionali, politiche e sindacali, con particolare attenzione al profilo della sicurezza

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