“Non devo aver paura. La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta alla distruzione totale. Affronterò la mia paura. Farò che scivoli sopra di me, che passi attraverso me. E quando sarà passata, il mio occhio interiore scruterà il suo sentiero. Ma dov’è andata la paura non ci sarà nulla. Io soltanto ci sarò. Io, e nient’altro.” (Frank Herbert, Dune)
Il Sole 24 Ore apriva la sua edizione di lunedì 2 febbraio con un articolo davvero interessante sul sentiment degli europei rispetto alla situazione attuale: nel testo era descritto uno stato di inquietudine e timore che attraversa il continente, mostrando come le aspettative sul futuro non siano rosee, ma segnate da una paura che si insinua nelle menti, legata a un mondo multipolare instabile. L’Europa appare frammentata, dipendente da alleanze esterne, alla ricerca di una vera autonomia strategica dopo anni di politiche che hanno privilegiato indirizzi ideologici più che approcci pragmatici.
Prima è arrivata la pandemia, con una gestione che ha lasciato qualche interrogativo, poi, a pochi mesi dalla fine dell’allarme, si è aperto il fronte bellico in Ucraina, ancora lontano da una soluzione visibile, e questo ha spinto i costi energetici verso l’alto, ha gonfiato i deficit statali per gli aiuti a Kiev e ha alimentato un’inflazione che ha richiesto un intervento deciso della BCE sui tassi. Quando le cose sembravano stabilizzarsi almeno all’interno dell’UE, ecco il pogrom di Hamas del 7 ottobre, seguito dalla reazione di Israele che ha destabilizzato il Medio Oriente, arrivando fino alle tensioni con l’Iran, oggi aggravate anche dai disordini interni.
E poi c’è Trump.
L’azione del presidente americano viene percepita da molti con allarme, dalle politiche commerciali al blitz in Venezuela, dalle minacce su Iran alla questione Groenlandia. Proprio quest’ultima suscita un timore particolare, perché la richiesta di annessione da parte degli USA, per quanto motivata strategicamente, appare difficile da comprendere fino in fondo e viene letta quasi come un attacco diretto all’Europa. Indebolisce quell’alleanza storica nata dopo la Seconda Guerra Mondiale, la NATO, quell’ombrello militare che ha garantito la sicurezza del continente e che ora sembra messo in discussione dal socio di maggioranza.
In un contesto simile è complicato immaginare un futuro di crescita e benessere.
La percezione di instabilità, unita alla nuova consapevolezza della debolezza europea, sempre più frammentata e in cerca di identità e autonomia strategica, genera un sentimento pessimista su cosa potrebbe accadere domani. Qualcuno potrebbe pesare di più gli aspetti politici e morali, ma questo clima si riflette su ciò che interessa davvero alle persone al bar.
Una volta esaurita la discussione sulla Palestina o sulle attività dell’ICE a Minneapolis, ecco che esplode la conversazione su lavoro, guadagni, prospettive, sull’economia in pratica. Al mercato, sul lungolago durante una passeggiata o davanti a una birra con gli amici, il vero punto è cosa riserverà il futuro e su quali risorse si potrà contare. Questi conflitti scoppiati negli ultimi anni e le tensioni mondiali, infatti, amplificano preoccupazioni concrete: i costi elevati per aiuti militari e umanitari (oltre 330 miliardi di euro dal 2022 solo per l’Ucraina), l’inflazione energetica che erode potere d’acquisto e risparmi, i danni commerciali e il calo delle esportazioni legati a nuove guerre o politiche protezioniste che potrebbero toccare il mercato del lavoro.
Dopo la fiammata seguita all’invasione ucraina, un’escalation in Palestina e Iran rischia di spingere ancora più in alto i prezzi del petrolio e dell’energia, con impatti diversi sui paesi UE più dipendenti; la questione Groenlandia aggiunge incertezze su risorse strategiche e possibili dazi punitivi in caso di mancato accordo con Washington, che potrebbero erodere la crescita complessiva. Molti europei temono un “liberi tutti geopolitico”, con nuovi deficit fiscali persistenti, maggiore debito, necessità di riarmo e rischio recessione se le alleanze transatlantiche si deteriorassero ulteriormente.
Da qui la domanda spontanea: e io?
Non si tratta di egoismo, ma di preoccupazione sincera per un mondo in cui si sente di contare poco rispetto a decisioni prese altrove. Eppure non ovunque è così.
Parlando dell’Italia, chi osserva le vicende nazionali con distacco nota che i timori finora descritti non sembrano avere la stessa presa. C’è una parte che contesta gli eventi esteri in modo rumoroso per protestare contro il governo, quasi trascurando gli impatti geopolitici reali e ponendo tutto in secondo piano rispetto alla situazione locale.
Eppure, proprio mentre il mondo esterno spaventa, l’Italia mostra un dualismo che merita attenzione.
Negli ultimi anni il paese ha visto una stabilizzazione costante, sia sul fronte della finanza pubblica sia su quello dell’economia in generale. Molti italiani leggono il futuro immediato attraverso lenti domestiche, con un clima di pressione e pessimismo legato a una crescita del PIL prevista tra lo 0,7% e lo 0,8% nel 2026 secondo le principali istituzioni (Istat, Commissione Europea, FMI), aggravata da criticità strutturali come produttività stagnante e crisi demografica. Le questioni internazionali, dazi USA o conflitti globali, alimentano retorica da salotto e maggiore cautela sui mercati, ma non dominano il dibattito quotidiano, che resta ancorato a temi come spesa pubblica inefficace e difficoltà delle imprese locali, anche se emergono piccoli segnali continui di miglioramento del sentiment.
Questo perché l’opinione pubblica si intreccia con la situazione economica attuale. Da un lato c’è un miglioramento della produttività e dell’export per le medie-grandi imprese, dall’altro una stasi pronunciata per le PMI, il tutto sostenuto da giudizi positivi delle agenzie di rating e outlook futuri incoraggianti, che indicano come dall’estero si cominci a vedere una svolta per il paese.
Come evidenziato dal rapporto Mediobanca-Tagliacarne-Unioncamere sulle medie imprese industriali lo scorso anno, l’Italia supera Germania, Francia e Spagna in produttività (+31,3% cumulativa tra 2014 e 2023), con queste realtà che contribuiscono al 45% dell’export nazionale e una propensione all’esportazione del 42%, prevedendo per il 2026 incrementi del 2,2% nel fatturato e del 2,8% nell’export. Le grandi imprese con almeno 250 addetti mostrano una dimensione competitiva e una quota significativa del valore aggiunto manifatturiero, quasi metà destinato all’export, trainando la crescita complessiva.
Al contrario le PMI, che rappresentano oltre il 95% del tessuto produttivo e dominano settori come i servizi (turismo e professionisti inclusi), soffrono inefficienze croniche: bassa digitalizzazione (solo il 54% investe attivamente in IT), accesso al credito oneroso (tassi al 5,34%, rischio default al 5,3%), spesa in R&S in calo (-5,3% per le piccole). Questi fattori limitano innovazione, redditività e produttività per ora lavorata, perpetuando un modello a basso valore aggiunto che frena la crescita della produttività complessiva. Il modello si regge su un costo del lavoro compresso, l’unico sostenibile data la bassa produttività strutturale, che in un sistema dominato da contratti collettivi nazionali porta a una moderazione salariale estesa. È proprio questa la radice della perdita di potere d’acquisto vissuta dagli italiani da trent’anni, l’unico grande paese europeo con salari reali sostanzialmente fermi o in lieve calo cumulativo (circa -3-4% dal 1990, con un -7,5-8% dal 2021 secondo OCSE), e che rappresenta la vera inquietudine che emerge al bar o al mercato.
Contemporaneamente, però, le agenzie internazionali hanno mostrato un’inversione di giudizio sull’Italia. S&P conferma BBB+ con outlook positivo, citando resilienza economica e deficit sotto il 3% dal 2026, mentre Fitch ha alzato a BBB+ con outlook stabile, proiettando una riduzione graduale del debito/PIL entro il 2028. Questi giudizi rafforzano la credibilità del paese, con outlook che indicano un potenziale ritorno alla serie A se il trend di risanamento continua, unito a un rilancio economico.
La vera partita si gioca, quindi, sul recupero produttivo e di redditività, perché sul piano internazionale si è già fatto molto: riallacciando rapporti con partner extraeuropei e recuperando autorevolezza a Bruxelles, non più da meri esecutori ma da protagonisti, fin dall’esperienza del governo Draghi proseguita con un’opera di consolidamento della finanza pubblica e maggiore attivismo in politica estera. Il punto focale dell’agenda dei prossimi anni, dunque, è l’economia: una nuova politica industriale che spinga crescita dimensionale, investimenti e reti d’impresa, una politica energetica più efficiente per tagliare costi di elettricità e combustibili, una riforma del fisco che renda più semplice e meno onerosa la contribuzione alle spese dello stato.
Tutto già previsto, volendo vedere, e portato avanti in maniera lenta ma sostenibile in questi anni, cosa che ha scontentato qualcuno ma ha favorito l’inversione di percezione dell’ex malato d’Europa nel mondo.
In un’epoca in cui la paura rischia di uccidere la mente, l’Italia dimostra che si può affrontare l’incertezza con pragmatismo: consolidando i conti, riacquistando autorevolezza internazionale e puntando su crescita dimensionale, energia efficiente e fisco più semplice, se le riforme procederanno con continuità. Si tratta di un cammino lento ma sostenibile e forse, proprio per questo, il più realistico per superare la piccola morte della paura e ritrovare noi stessi, pronti al domani.



























