Al Tarajal galleggiano cinquecento metri di eresia.
La barriera pneumatica installata davanti a Ceuta emerge dal Mediterraneo per poche decine di centimetri, affonda sotto la superficie, corre parallela a una linea di boe e lascia abbastanza spazio alle motovedette della Guardia Civil per pattugliare la frontiera marittima con il Marocco. Madrid l’ha fatta stendere dopo la crisi del 30 luglio, quando tra 50 e 60 mila persone entrarono nell’enclave spagnola in poche ore. Pedro Sánchez arrivò il giorno successivo a Ceuta, incontrò le forze di sicurezza al Tarajal e definì quanto era accaduto una violazione dell’integrità territoriale della Spagna.
Sánchez resta socialista. La Spagna non ha aderito al manifesto del National Conservatism e a Bruxelles nessuno sta preparando la restaurazione di Westfalia. Eppure quella barriera è lì. Mentre viene gonfiata sull’acqua, l’Unione europea ha già trovato un accordo politico su un nuovo sistema dei rimpatri che contempla return hubs nei Paesi terzi e rende obbligatorio il rimpatrio forzato in diverse circostanze; il Patto su migrazione e asilo è entrato pienamente in applicazione il 12 giugno. La Commissione scrive ormai che un sistema efficace di rimpatri è necessario anche per «disincentivare gli arrivi illegali» e per mantenere funzionante Schengen. Sono formule che dieci anni fa avrebbero provocato un processo pubblico per lesa solidarietà.
A Londra la scena diventa persino più interessante. Il governo laburista ha chiamato il proprio libro bianco sull’immigrazione Restoring Control over the Immigration System. Presentandolo alla Camera dei Comuni, Yvette Cooper ha descritto la politica precedente come un “free market experiment on immigration”: alle aziende era stato consentito di reclutare all’estero senza essere obbligate a risolvere le carenze di competenze e manodopera in patria. Nel documento di governo l’immigrazione, le politiche del lavoro e la formazione interna vengono ora legate esplicitamente, con l’obiettivo dichiarato di ridurre la dipendenza dal reclutamento internazionale.
Negli Stati Uniti Trump ha portato questa inversione molto più avanti, dichiarando l’emergenza nazionale alla frontiera meridionale il giorno del suo ritorno alla Casa Bianca e coinvolgendo le Forze armate nel controllo territoriale. La svolta, tuttavia, era cominciata sotto Biden. Il 4 giugno 2024 la sua amministrazione restrinse l’accesso all’asilo per chi attraversava irregolarmente il confine sud-occidentale; nel mese successivo gli incontri della Border Patrol tra i valichi ufficiali scesero del 29 per cento e la media giornaliera risultava più che dimezzata rispetto ai giorni precedenti il provvedimento.
La lettura più pigra direbbe che la destra ha vinto sull’immigrazione. È troppo presto. Ed è soprattutto troppo poco.
Ciò che sta cedendo è più profondo della vecchia divisione tra partiti favorevoli o contrari a politiche migratorie restrittive. Sta perdendo forza una delle convinzioni fondamentali dell’ordine nato dopo la Guerra fredda: l’idea che la crescente mobilità delle persone appartenesse alla stessa direzione storica della crescente mobilità delle merci, del capitale, delle informazioni e della produzione. La politica avrebbe potuto rallentarla, amministrarla, correggerne qualche eccesso. Fermarsi a decidere se quella direzione fosse desiderabile sembrava invece una domanda sempre meno legittima.
Era il privilegio dell’inevitabile. L’immigrazionismo lo ha esercitato per trent’anni.
L’ultima teologia del mondo senza attriti
Joseph Carens pubblicò nel 1987 uno dei testi più radicali e intellettualmente coerenti a sostegno delle frontiere aperte. Prese Rawls, Nozick e l’utilitarismo – teorie della giustizia profondamente diverse tra loro – e cercò di dimostrare che, portate alle loro conseguenze, tutte offrivano poche ragioni morali per impedire a un essere umano di trasferirsi da un Paese povero a uno ricco. La distinzione tra cittadini e stranieri gli appariva assimilabile a una forma moderna di privilegio feudale: una posizione ricevuta alla nascita capace di determinare una quota enorme delle opportunità di vita.
Prendiamo sul serio l’argomento, perché è molto più interessante della sua versione da talk show. Se l’individuo costituisce l’unità morale fondamentale e due uomini possiedono uguale dignità indipendentemente dal luogo in cui sono nati, la frontiera presenta effettivamente un problema. Un uomo nato a Tijuana può raggiungere San Diego in venti minuti e moltiplicare le proprie possibilità economiche attraversando una linea. Un altro riceve quelle possibilità dalla nascita perché sua madre ha partorito qualche chilometro più a nord. Visto dall’individuo isolato, quel confine appare arbitrario.
Il problema comincia con quelle due parole: individuo isolato.
Patrick Deneen ha costruito la propria critica del liberalismo precisamente intorno alla progressiva emancipazione dell’individuo dalle appartenenze e dai vincoli ricevuti. In Why Liberalism Failed sostiene che la ricerca dell’autonomia individuale abbia prodotto contemporaneamente un’espansione del potere statale e un indebolimento degli impegni civici; altrove ha descritto le élite contemporanee come particolarmente capaci di vivere una mobilità sradicata, trasformando la stessa upward mobility in una forma di allontanamento dal luogo e dalle comunità di origine.
Christopher Lasch aveva visto qualcosa di simile già nel 1995. The Revolt of the Elites descriveva una classe professionale sempre più mobile, cosmopolita, capace di lavorare e vivere dentro reti che attraversavano le frontiere e progressivamente meno dipendente dai luoghi nei quali si trovava fisicamente. Lasch rovesciava Ortega: il problema della democrazia occidentale non nasceva più soltanto dalla rivolta delle masse, perché una parte delle élite aveva cominciato a separare il proprio destino da quello del resto della società.
L’immigrazionismo si è sviluppato dentro lo stesso paesaggio mentale. La sua originalità è stata trasformare un fatto antico quanto l’uomo – la migrazione – in una filosofia implicita della storia. La mobilità acquistava una presunzione positiva. Una persona capace di attraversare Paesi e culture sembrava più adatta al mondo nuovo di chi restava legato a una fabbrica, una provincia, una lingua, una chiesa, una casa. L’identità portatile era moderna; quella ereditata doveva continuamente spiegarsi.
Qui il progressismo culturale ha incontrato con sorprendente facilità il liberalismo economico. Il primo guardava al confine e vedeva un privilegio arbitrario. Il secondo scopriva nello stesso confine un attrito alla circolazione di uno dei fattori della produzione.
Karl Polanyi avrebbe riconosciuto immediatamente il problema. In The Great Transformation aveva chiamato il lavoro una fictitious commodity: il mercato lo tratta come una merce, sebbene dietro quella merce esista una persona e quella persona non possa essere separata senza conseguenze dall’ambiente sociale in cui vive. La successiva letteratura su Polanyi ha continuato a leggere proprio qui uno dei punti decisivi della sua critica al mercato autoregolato.
Il lavoratore migrante rende quella contraddizione quasi visibile. Per l’impresa rappresenta offerta di lavoro. Per il progressismo universalista è titolare di diritti che precedono l’appartenenza nazionale. Per lo Stato diventa contribuente, residente, utente di servizi e, in molti casi, futuro cittadino. Nella vita reale entra in un quartiere, iscrive un figlio a scuola, porta con sé memoria, religione, abitudini, aspettative. Comincia una storia con le persone che erano lì prima.
Il mercato può assegnare un prezzo al suo lavoro. La politica deve decidere tutto il resto.
Ed è difficile trovare un luogo nel quale l’iper-globalizzazione abbia tentato con maggiore ostinazione di evitare proprio questa decisione. Dani Rodrik ha formalizzato il problema economico con il suo celebre trilemma. Un’integrazione internazionale spinta molto in profondità, la sovranità nazionale e la politica democratica non possono essere massimizzate tutte insieme; l’iper-globalizzazione richiede inevitabilmente che qualcosa arretri. Nel modello degli ultimi decenni, una parte consistente dello spazio di decisione nazionale è stata subordinata alle esigenze dell’integrazione economica.
Poi sono arrivati Covid, guerra, dipendenze energetiche, competizione industriale e vulnerabilità delle catene del valore. In pochissimi anni il lessico occidentale si è riempito nuovamente di reshoring, sicurezza economica, autonomia strategica, produzione nazionale. Un semiconduttore possiede ormai una patria. Una raffineria una geopolitica. Persino un container può diventare una questione di sicurezza.
L’immigrazione è rimasta per qualche tempo l’ultima grande eccezione. Qui l’attrito continuava a sembrare moralmente sospetto. È una stranezza notevole. Se gli esseri umani possiedono un valore incomparabilmente superiore a quello delle merci, il loro movimento dovrebbe richiedere più politica, più prudenza, più capacità di giudicare le conseguenze. Abbiamo fatto quasi il contrario.
Chi ha il diritto di entrare nel “noi”?
Michael Walzer parte da un punto completamente diverso da Carens. Prima di discutere come distribuire ricchezza, sicurezza, istruzione o potere, scrive in Spheres of Justice, bisogna affrontare un bene precedente: “membership in some human community”. La membership struttura poi le altre distribuzioni, perché stabilisce con chi prendiamo decisioni, da chi esigiamo obbedienza, a chi chiediamo imposte e verso chi assumiamo obblighi.
Questa osservazione contiene già una teoria del confine. Pensiamo al welfare state europeo. Un operaio di Torino finanzia attraverso le proprie tasse una scuola in cui non entrerà mai, l’operazione chirurgica di qualcuno che non conoscerà, la pensione di un anziano incontrato forse una volta sull’autobus. Quel sistema richiede un grado impressionante di fiducia impersonale. Funziona perché milioni di sconosciuti accettano di considerarsi reciprocamente membri di una comunità di obblighi.
La cittadinanza giuridica contribuisce a costruirla. La storia, la lingua, le istituzioni e la memoria comune fanno il resto. Il confine delimita lo spazio nel quale quella solidarietà assume forma politica.
David Miller ha portato questo ragionamento dentro la teoria contemporanea della migrazione. Pur riconoscendo responsabilità dei Paesi ricchi verso i poveri e obblighi particolari verso chi ha bisogno di protezione, respinge l’esistenza di un diritto generale all’immigrazione. Il controllo dell’ingresso appartiene per lui alla capacità di autodeterminazione di una comunità politica.
Qui la disputa con Carens diventa molto più seria della solita alternativa tra bontà e durezza. Carens guarda alla frontiera partendo dall’eguaglianza morale dell’individuo che vorrebbe attraversarla. Walzer e Miller guardano anche alla comunità che si trova dall’altra parte. Entrambe le prospettive vedono esseri umani reali. Una aggiunge però una domanda che l’universalismo tende facilmente a comprimere: chi può decidere la composizione della comunità che dovrà poi governarsi insieme?
Gregory Conti ha affrontato su Compact proprio questo punto in “Immigration as a Constitutional Issue”, sostenendo che immigrazione e naturalizzazione possiedano una natura quasi costituzionale. In una democrazia il popolo sceglie i governanti; una politica capace di modificare nel tempo la composizione del corpo dei cittadini incide sul soggetto stesso che eserciterà la sovranità. Da qui la provocazione di Conti: trattare le grandi scelte migratorie con strumenti più vicini alla politica costituzionale e alla democrazia diretta.
Si può non seguirlo fino al referendum. La domanda rimane. Una decisione sull’aliquota fiscale modifica ciò che un popolo farà. Una decisione sulla cittadinanza concorre a stabilire chi sarà quel popolo.
Questo è il motivo per cui il confine è la prima istituzione della politica. Prima delle leggi esiste uno spazio nel quale quelle leggi hanno autorità; prima della rappresentanza esiste un demos che può essere rappresentato.
L’immigrazionismo ha avuto bisogno di rendere questa domanda imbarazzante. Una comunità che pretendeva di scegliere chi potesse entrare veniva facilmente costretta a dimostrare la propria innocenza morale. Il centro dell’inquadratura si spostava verso il diritto, la necessità o l’aspirazione di chi arrivava; l’interesse di chi viveva già nel Paese acquistava una tonalità vagamente sospetta.
Eppure anche quella persona esiste. Vive in un quartiere, compete per un’abitazione, manda un figlio in una scuola, lavora in un mercato locale. Può essere generosa, diffidente, entusiasta o impaurita. In una democrazia possiede soprattutto un titolo che nessuna teoria dell’apertura dovrebbe cancellare: partecipa al governo della comunità nella quale gli effetti di quelle decisioni diventeranno concreti.
Robert Putnam ha mostrato quanto sia delicata questa materia. Nel suo celebre E Pluribus Unum trovò che, nel breve periodo, maggiore diversità etnica era associata negli Stati Uniti a minore fiducia e capitale sociale: gli individui tendevano a “rannicchiarsi”, riducendo perfino la fiducia verso membri del proprio gruppo. La parte che viene citata molto meno è la seconda. Putnam considerava l’immigrazione capace di produrre importanti benefici nel lungo periodo e indicava nelle nuove identità condivise e nelle istituzioni comuni la strada attraverso cui le società migratorie avevano storicamente superato quella frammentazione.
Questa è assimilazione raccontata senza aggettivi. Una società può incorporare differenze enormi. Le serve qualcosa abbastanza forte da trasformare progressivamente estranei in concittadini. E le serve tempo.
Alex Hogan, in “The Case for Working-Class Nationalism”, ha recuperato su Compact una scena americana del 1935 che dice più di molte conferenze sull’integrazione. A Homestead, Pennsylvania, quattromila lavoratori dell’acciaio e del carbone marciavano portando bandiere americane; nella folla si parlavano slovacco, lituano, italiano e un inglese carico di accenti. Gli industriali avevano a lungo sfruttato quelle divisioni etniche per indebolire l’organizzazione operaia. Il rallentamento dell’immigrazione dopo la Prima guerra mondiale e le restrizioni del 1924 contribuirono, insieme alle istituzioni del movimento sindacale e alla politica del New Deal, a creare le condizioni per una nuova identità operaia americana che attraversava le vecchie appartenenze.
Nessuno dovrebbe importare nell’Europa del 2026 la legislazione razziale dell’America degli anni Venti. La storia ci consegna però una variabile quasi espulsa dal dibattito contemporaneo: il ritmo.
L’assimilazione non dipende soltanto dalla disponibilità del nuovo arrivato. Dipende anche dalla capacità della società ricevente di assorbire, trasmettere, trasformare e infine produrre un’appartenenza nuova. Una comunità incapace di chiedere nulla a chi entra rivela una debolezza precedente all’immigrazione: probabilmente ha cominciato a dubitare che la propria cultura possieda ancora qualcosa che meriti di essere ereditato.
La classe che poteva permettersi di non avere confini
C’è una ragione per cui Lasch torna utile. La globalizzazione non ha distribuito la mobilità in maniera uniforme. Chi possiede istruzione, capitale, reti professionali e competenze trasferibili può cambiare città, Paese, azienda e talvolta continente trasformando quella mobilità in un vantaggio. Il luogo pesa molto meno nella sua vita.
Altri rimangono. La scuola continua a essere quella dietro casa. L’ospedale è quello provinciale. Il valore dell’appartamento dipende da ciò che accade in tre strade intorno. Il salario viene negoziato dentro un mercato del lavoro concreto.
Il cosmopolitismo delle élite descritto da Lasch contiene anche questa asimmetria: chi ha maggiormente beneficiato dal mondo globalizzato ha potuto vivere il luogo come una scelta, mentre una parte consistente della popolazione continuava a viverlo come destino.
Deneen inserisce la stessa frattura dentro la critica post-liberale: una nuova aristocrazia selezionata attraverso istruzione e mobilità riesce a trasformare lo sradicamento in opportunità, mentre le istituzioni locali dalle quali altri dipendono si indeboliscono.
È in questo punto che immigrazione e questione sociale si incontrano. Il Congressional Budget Office offre una fotografia americana abbastanza sofisticata da irritare entrambi gli schieramenti. La forte crescita dell’immigrazione iniziata nel 2021, secondo le sue proiezioni, aumenta il PIL nominale degli Stati Uniti di 8.900 miliardi di dollari cumulativi tra il 2024 e il 2034 e migliora significativamente i conti federali. Contemporaneamente, fino al 2026 rallenta la crescita salariale dei residenti con dodici anni di istruzione o meno, perché aumenta l’offerta di lavoratori con qualifiche simili. Nel lungo periodo il CBO prevede che gli effetti sulla produttività invertano quella pressione.
Queste conclusioni possono stare tutte nello stesso rapporto perché l’economia non è un referendum. Il Paese diventa complessivamente più ricco mentre alcuni lavoratori attraversano una fase nella quale il loro potere contrattuale diminuisce. Lo Stato federale può incassare di più mentre alcune amministrazioni locali sostengono costi superiori per scuola, alloggi e altri servizi. Il PIL registra l’aggregato; la politica incontra la distribuzione.
Una certa destra economica ha impiegato molto tempo ad accorgersene. Una certa sinistra, che aveva costruito un’intera tradizione politica intorno al conflitto fra capitale e lavoro, ha avuto curiosamente meno difficoltà del previsto ad accettare l’espansione dell’offerta di lavoro quando a produrla era l’immigrazione.
Il governo laburista britannico sta oggi pronunciando quasi le parole che quella sinistra avrebbe potuto dire vent’anni fa. Importare continuamente lavoratori può consentire alle imprese di rinviare investimenti nella formazione, nei salari e nella produttività interna. Per questo il suo white paper vuole impedire ai settori economici di utilizzare strutturalmente l’immigrazione al posto dello sviluppo della forza lavoro britannica.
Negli Stati Uniti American Compass ha costruito un’intera agenda conservatrice intorno ai tight labor markets: la restrizione dell’offerta di lavoro può rafforzare la posizione contrattuale dei lavoratori meno pagati e costringere le imprese a competere anche attraverso retribuzioni e condizioni migliori.
Persino la guerra civile interna alla nuova destra tecnologica ha finito per arrivare lì. Quando Elon Musk e altri esponenti della Silicon Valley difesero l’immigrazione altamente qualificata attraverso i visti H-1B, Compact, in “The False Promise of High-Skilled Immigration”, rispose che la disponibilità permanente di competenze importate avrebbe potuto sottoporre il ceto medio professionale alla stessa pressione competitiva già sperimentata da parte della classe operaia con globalizzazione e immigrazione meno qualificata.
Patrick Deneen ha individuato in quella disputa una frattura filosofica più profonda: il conservatorismo populista insiste su confini, produzione nazionale e continuità sociale; il libertarismo tecnologico resta attratto dalla circolazione globale del talento e dalla trasformazione continua.
Qui la parola post-liberale comincia finalmente a significare qualcosa. La politica migratoria cessa di essere una funzione automatica del bisogno espresso dal mercato. Se un settore dichiara di avere bisogno di centomila lavoratori, quella dichiarazione entra nel bilancio degli interessi nazionali insieme ai salari, alla produttività, alla natalità, alla formazione, alla capacità di assorbimento delle comunità e alla strategia industriale.
Il National Conservatism Statement of Principles lo dice con una chiarezza difficilmente equivocabile: le nazioni occidentali hanno tratto beneficio, in periodi differenti, tanto da politiche migratorie liberali quanto da fasi restrittive; l’obiettivo dichiarato è arrivare a politiche più equilibrate, produttive e orientate all’assimilazione.
L’immigrazione ritorna così a essere uno strumento della politica nazionale. Questa formula è più importante di qualsiasi quota, perché uno strumento non possiede una direzione morale propria.
Quando persino i liberali costruiscono la fortezza
Ed eccoci di nuovo a Ceuta.
Leo Greenberg ha chiamato su Compact “Fortress Liberalism” il nuovo atteggiamento di una parte dell’establishment europeo. La sua intuizione merita attenzione proprio perché complica la narrativa trionfalistica della destra: i liberali europei stanno adottando strumenti più restrittivi sull’immigrazione anche per proteggere l’ordine liberale dal contraccolpo politico prodotto dall’immigrazione di massa e dall’ascesa dei partiti populisti. La fortezza diventa una strategia di sopravvivenza.
È una possibilità perfettamente coerente. Un governo può controllare duramente una frontiera continuando a considerare la nazione una circoscrizione amministrativa. Può pretendere assimilazione alla laicità, alla tolleranza sessuale e alle procedure liberali perché ha bisogno di proteggere l’ordine esistente. Può ridurre gli ingressi perché i sondaggi diventano pericolosi. La barriera esiste. La concezione politica che la giustifica può restare quella di prima.
Per questo il ritorno del confine apre la battaglia invece di chiuderla. L’immigrazionismo ha già perso una parte della propria forza quando persino governi progressisti e istituzioni europee hanno ricominciato a trattare il controllo degli ingressi e l’effettività dei rimpatri come componenti necessarie di un sistema politico funzionante. Ha perso soprattutto qualcosa di più prezioso: il diritto di presentare l’aumento continuo della mobilità come un evento della natura davanti al quale la politica poteva soltanto organizzare le conseguenze.
Resta da stabilire che cosa verrà dopo. I dati americani suggeriscono che i cittadini stanno già ragionando con categorie meno primitive di quelle offerte dalla polarizzazione politica. Nel giugno 2026 il 73 per cento degli americani continuava a considerare l’immigrazione complessivamente positiva per il Paese. Una maggioranza del 62 per cento sosteneva però una forte presenza militare alla frontiera con il Messico, mentre il 52 per cento riteneva eccessiva l’azione dell’amministrazione Trump sulle deportazioni.
Dentro quei tre numeri c’è forse il futuro della politica migratoria occidentale. Una società può apprezzare l’immigrazione e pretendere il controllo della frontiera. Può accogliere e selezionare. Può offrire protezione a chi ne ha diritto e considerare indispensabile il rimpatrio di chi quel diritto non possiede. Può desiderare nuovi cittadini e chiedere loro di entrare realmente nella comunità politica che li riceve.
Il vecchio immigrazionismo aveva bisogno di comprimere queste distinzioni perché la propria forza derivava anche dalla semplificazione morale. Aprire significava essere generosi; limitare diventava facilmente un sintomo da spiegare. Il mondo che viene appare meno disposto a ragionare così.
Ed è qui che la critica post-liberale deve stare attenta a non accontentarsi del primo muro. Carens ci costringe ancora a confrontarci con la fortuna arbitraria della nascita. Putnam ricorda che società diverse possono costruire nuove solidarietà. L’esperienza americana dimostra che un immigrato può entrare con enorme forza dentro un’identità nazionale e trasmetterla ai propri figli. La dignità di chi cerca altrove una vita migliore non cambia perché abbiamo riscoperto il confine.
Il post-liberalismo aggiunge a quella dignità una realtà che l’universalismo tendeva a perdere di vista: esistono comunità storiche che hanno il diritto e il dovere di governare la propria continuità.
La stessa idea di autogoverno nazionale anima il manifesto del National Conservatism: nazioni indipendenti, capaci di determinare il proprio corso secondo una specifica eredità costituzionale, linguistica e religiosa e di mantenere i propri confini.
È qui che il Fortress Liberalism e una politica post-liberale prendono strade differenti. Il primo ha scoperto che gli servono mura. Il secondo deve ricordare perché esiste la casa.
Al Tarajal quella differenza ancora non si vede. Una barriera pneumatica non possiede una filosofia politica. Arresta un corpo, delimita uno spazio, permette alla Guardia Civil di pattugliare una linea. Il resto avviene dietro.
Lì bisognerà decidere se una Nazione è soltanto il luogo nel quale vigono certe procedure o una comunità capace di riconoscere un passato comune, esercitare obblighi nel presente e scegliere chi prenderà parte al futuro. Bisognerà tornare a discutere di assimilazione senza pronunciare la parola come una scusa; di mercato del lavoro senza lasciare ai datori di lavoro il diritto di stabilire la dimensione della popolazione; di solidarietà senza dimenticare che ogni solidarietà politicamente organizzata ha bisogno di qualcuno capace di dire “noi”.
Per trent’anni l’iper-globalizzazione aveva fatto della circolazione una promessa. Gli ostacoli cadevano e la storia avanzava. Adesso gli ostacoli stanno ricomparendo. Alcuni saranno sbagliati. Altri necessari. Molti arriveranno tardi.
La grande questione politica sarà stabilire quali limiti servono perché una comunità possa ancora governarsi, e attraverso quali istituzioni quella facoltà debba essere esercitata.
Cinquecento metri di gomma galleggiano davanti a Ceuta. Il vecchio mondo li avrebbe chiamati un residuo. Quello nuovo deve ancora decidere cosa farne.
THE BORDER IS BACK.
Adesso bisogna pensare seriamente a ciò che racchiude.
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